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Ogni proposta politica che voglia dirsi cristiana e popolare deve saper comporre quattro elementi –  sussidiarietà, solidarietà, bene comune e dignità dell’uomo e della donna – senza assolutizzarne uno a scapito degli altri…

1. Osservare
Osservato dal punto di vista della teoria politica, il fenomeno populista appare oggi allo stesso tempo sia una minaccia che un monito, uno dei possibili esiti dello svuotamento progressivo delle forme democratiche (Mair, 2015) ovvero della riallocazione del potere in sedi diverse e distinte da quelle istituzioni che hanno dominato lo scenario della Modernità fino a tutto il “secolo breve”. Senza indugiare troppo in facili storicismi, possiamo però osservare una intrinseca analogia fra “la parabola della ‘democrazia degli antichi’ che si è conclusa inciampando nell’alleanza perversa tra oligarchia e demagogia” (Fisichella, 1998) e quella della democrazia odierna, stretta in una morsa asfissiante tra due contropoteri sempre più incalzanti ma dai contorni, anche scientificamente, indistinti: la tecnocrazia e, appunto, il populismo.

È alla luce di questo combinato disposto che intendo abbozzare nella righe seguenti una spiegazione del cortocircuito che ha investito la stessa categoria di popolo, che nel nostro vissuto nazionale sembra essersi trasformata, nei proclami di troppe forze politiche (e di diversa collocazione!), da perno di tutta l’architettura costituzionale post-bellica, a pericoloso agente di una rivoluzione (ancora) non violenta ma aperta, contro quelle stesse forme istituzionali nate nel secondo dopoguerra a garanzia di un patto sociale alternativo ai disastri autoritari dello Stato prima tardo liberale e poi fascista.

Va detto che tecnocrazia e populismo sono entrambe componenti fisiologiche della democrazia, ovvero rientrano nel “campo di tensione” generato dal regime democratico, benché ne siano agli antipodi. L’uno, il populismo, in quanto manifestazione di “iper-politicismo”, di un eccesso cioè di offerta politica (di valori e di interessi) a fronte di una domanda grossier e massimalista, e profondamente anti-istituzionale; l’altro, la tecnocrazia, in qualità di rifiuto della politicità in nome di una (presunta) supremazia delle “competenze”, ossia di un difetto di offerta politica e di un silenziamento progressivo della domanda, fino ad espellere dall’alveo democratico stesso ogni istanza di partecipazione popolare.

In entrambi i casi, ad essere minata è la stessa legittimazione della democrazia a dirimere il conflitto all’interno del corpo politico. Questa de-legittimazione investe sia l’aspetto sostanziale della forma democratica (il bene comune come fine) che quello procedurale (la rappresentanza come mezzo). La classica accezione weberiana della legittimità come “credenza” atta a produrre, conservare e reiterare il consenso su cui riposa l’autorità del potere politico, risulta oggi essere superata da due dispositivi che la erodono dal basso e dall’alto:

i) in primo luogo, vi è il principio di identità (tra popolo e leader) che deriva appunto dalla visione populista, e che risolve il consenso non solo in una forma “attiva”, per quanto stereotipata, di manifestazione di volontà: quella del “plebiscito”; ma, in modo sempre più evidente, anche e soprattutto nelle forme “passive” dell’apatia elettorale, del disimpegno, della contestazione rancorosa ma inerte e indisponibile all’azione diretta nei confronti della classe politica;

ii) in secondo luogo, a giocare un ruolo centrale nell’opera di dismissione dell’architettura democratica della politica contemporanea, troviamo un precipitato dell’ideologia tecnocratica, in ciò tributaria della più ampia tradizione dell’autoritarismo: il dispositivo del controllo (Foucault), che, tradotto alle sue estreme conseguenze, “nega” naturalmente qualsiasi spazio di espressione (e di credibilità) al consenso, perché ne può prescindere e farne una delle maschere dietro cui neutralizzare la spinta della volontà del popolo, le stesse aspirazioni individuali e qualsivoglia parvenza di un ruolo sociale della stessa politica.

È in questa maniera che troviamo verificata quell’intuizione di Rocco Pezzimenti secondo la quale il paradosso del populismo, che ne misura la distanza siderale dal popolarismo cristiano, è proprio quello di sostituire quelle élites contro le quali si scaglia con altre élites. In questo senso, non esito a definire il populismo come il “figlio bastardo” dell’elitismo. Sulla scorta di tutto ciò, il problema centrale che emerge è se, dopo tante ideologie fragorose del passato anche recente, ci troviamo o meno oggi davanti ad una ideologia “silente”, e per questo forse più pericolosa, che colonizzando progressivamente lo spazio della politica, lo satura sino a precluderne qualunque accesso al governo della vita, reale e virtuale, degli individui e delle nazioni.

2. Rispondere
Una risposta a questo crescente movimento di oppressione della spinta popolare deve passare senz’altro da un’azione volta ad accrescere e rafforzare i meccanismi di partecipazione all’interno delle istituzioni. Partecipazione è infatti passione per la realtà, per l’uomo concreto e i suoi bisogni. Siamo all’estremo opposto di quell’homo ideologicus, descritto da Cochin, che giocava a rifondare il mondo senza fatica (era vuota passione); siamo lontani anche dal rivoluzionario (che non ha rispetto per la realtà).

Al giorno d’oggi, in che modo è allora possibile non avere paura del popolo e del suo potere? Si può accogliere la sfida tentando di educare il popolo, instillandovi valori e passioni sane, la politica fra tutte (un appello peraltro non estraneo alle recenti preoccupazioni di papa Francesco). Ciò non suoni troppo paternalista: un osservatore attento come Damiano Palano ha classificato come funzione primaria dei partiti politici, più che la mera “rappresentanza” dell’elettorato, la presentazione di una vision e di progettualità ben argomentate.

Tuttavia, è almeno dalla fine degli anni Cinquanta che questo Paese, e in genere l’intero campo occidentale, ha completamente abdicato da questo compito. Abbiamo infatti un popolo educato, nelle scuole come nelle parrocchie, negli uffici come negli ospedali, al comportamento burocratico, non certo alla libertà (si pensi alla diffidenza perniciosa verso la figura e l’operato dell’imprenditore, alimentata da statalisti non meno che dai capitalisti nostrani con le loro tendenze oligopoliste).

Anche a livello europeo, si gioca troppo sulla coesione sociale e non sul pluralismo, che altro non è che una diffusione ampia e diversificata degli stili di vita, in definitiva della stessa cittadinanza. In termini di pensiero politico e di prassi politica, ciò dovrebbe tradursi, come dicevo, in una speciale attenzione al momento della partecipazione. E’ questo a mio parere il più urgente ambito di riflessione per gli studiosi e per la stessa classe politica. Pertanto, sotto quali forme possiamo pensare la partecipazione politica nel Terzo Millennio e come possiamo realizzarla sulla base dei limpidi insegnamenti e dei fragorosi (quando non tragici) abbagli di cui il Novecento è stato così densamente colmo?

Una analisi comparata della crisi delle democrazie liberal-costituzionali sulla base delle risposte date da tecnocrati e populisti può servirci tanto per comprendere quali siano le opzioni percorribili quanto quelle da non ripetere. Tra le seconde, c’è sicuramente il meccanismo di esclusione su base censuale, classista, razziale, ideologica, che ha operato come dispositivo di selezione delle classi dirigenti per gran parte del Ventesimo secolo, nel campo dei regimi democratici non meno che in quello dei paesi autoritari.

L’invito e la possibilità del nostro tempo sono ad andare oltre l’euro-radicalismo degli anni appena trascorsi, prendendo coscienza del fatto che i residui di cattivi pensieri nati in Europa ancora aleggiano sul nostro continente, in nuove forme: il postfemminismo, l’ecologismo anti-umanista, la gender theory, la cultura eugenetica e la prassi eutanasica, altro non sono che le ideologie di riserva di un progetto, quello giacobino e neofunzionalista, di fatto fallito. Fallito proprio perché mirava, sulla base dell’ottimismo della ragione, a conciliare élite e popolo prescindendo dal valore centrale delle istituzioni storiche, religiose, politiche, culturali – come lo stesso senso comune, ovvero del mezzo per eccellenza umano di organizzare la partecipazione alla vita associata.

3. Accompagnare
Individualismo e olismo sono le due facce di questa medaglia, le due strade che non portano da nessuna parte perché riducono la libertà a necessità e l’uguaglianza a conformismo, imposto o subíto che sia. Si veda bene che della triade della rivoluzione francese filtrata attraverso i disastri del Novecento sia rimasta solo la fraternità. È qui che dobbiamo scavare per riorganizzare la partecipazione, qui possiamo riscoprire il valore della dottrina sociale della Chiesa non come proposta economica o come “terza via” verso non-si-sa-cosa, ma come stile partecipativo, comunionale. È questo lo stile evangelico, lo stile del cammino di Cristo, e della Chiesa che lo segue, lungo la stessa strada dell’uomo di ogni tempo, come ripete l’insegnamento del Vaticano II.

Il magistero sociale della Chiesa, che nel secolo trascorso ha avuto il suo culmine nella Centesimus annus come attuazione dei fermenti emersi nella Rerum novarum, e che oggi conosce le nuove interpretazioni e suggestioni della Caritas in veritate e della Laudato sì a difesa del nostro stare assieme insidiato dal relativismo e dal paradigma tecnocratico, ci accompagna attraverso la storia invitandoci a tener ferma la rotta sui quattro punti cardinali: sussidiarietà, solidarietà, bene comune e dignità dell’uomo e della donna.

Ogni proposta politica che voglia dirsi cristiana e popolare deve saper comporre questi quattro elementi senza assolutizzarne uno a scapito degli altri (è il limite che accomuna invece i tentativi del corporativismo, della teologia della liberazione, del libertarismo, dell’assistenzialismo). Ma questo ci dice anche quanto sia grande lo spazio per l’elaborazione e per la stessa composizione di una offerta politica in grado di renderci cittadini più consapevoli del fatto che siamo portatori sani di una istanza trascendente – la sola in grado di dar senso agli errori e ai fallimenti della nostra comune vicenda storica.

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