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Il neopopolarismo deve essere il fattore rigenerativo della passione partecipante del popolo italiano. Il suo obiettivo è di indicare un progetto sociale e un programma di viaggio con uomini, capaci, onesti, competenti, in grado di accompagnare il popolo nel cammino verso la democrazia e la pace

La crisi di partecipazione
In questi anni della Seconda Repubblica italiana molti si sono richiamati al popolarismo sturziano a fronte del loro impegno in politica. Alcuni ben interpretandone valori e principi, altri per meo fine di interesse privato e scelte di potere. Probabilmente noi studiosi sturziani non siamo stati capaci di spiegare cosa fosse il popolarismo, il portato dogmatico, il progetto politico, culturale, sociale e economico. Abbiamo ricostruito il pensiero e l’azione di don Sturzo solo nel dato storico e non nella sua capacità di utopia rigenerativa della forza sociale. O meglio, non abbiamo fronteggiato la strumentalizzazione della crisi delle ideologie del novecento funzionale alla sostituzione con un verticismo leaderistico basato sul relativismo sociale e sul positivismo morale tipico delle lobby autoreferenziali.

Per essere più chiaro, a fronte dei consolidati (seppur lenti) processi decisionali democratici basati sulla centralità della persona, sul suo valore e dignità, sul ruolo della comunità locale, nonché sulla rilevanza della partecipazione delle masse popolari, abbiamo concesso che alcuni gruppi scalassero i luoghi decisionali imponendo la costruzione di paradigmi sociali legati ad un apparente liberalismo dei costumi, in verità scandito dalla propaganda, a una esaltazione del mercato, funzionale all’indebita appropriazione del risparmio privato, e utilizzassero la questione morale come elemento di giustizialismo e d’imposizione di regole tecniche con finalità antidemocratiche, mentre continuavano a sperperare risorse pubbliche. Spesso tutto ciò è stato presentato ai cittadini italiani come riforme di progresso legate al noto motto: “è l’Europa che ce lo chiede”.

Inoltre, il movimento politico di ispirazione cristiana ha subito una dispersione programmata; prima è stato diviso, affinchè – a dire di qualcuno – potesse contaminare i nuovi partiti nati dalla crisi di tangentopoli: la cosidetta diaspora; poi a seguito dell’epopea di Todi, con l’improvvisa comparsa di Monti Mario sulla scena politica, è stato definito: “minoranza creativa”; quindi, a fronte della totale irrilevanza politica, istituzionale e sociale, è tornato a chiudersi nelle chiesuole di ciascun piccolo gruppo con carismi propri e per sé fidefacente:“l’irrilevanza autocratica". A fronte di ciò, non mi meraviglio affatto quando sento che la risposta di molti cittadini, orfani della proposta politica d’ispirazione cristiana, è l’astensione dal voto o la protesta con l’adesione a movimenti populisti; inoltre, la crisi di fiducia ispira anche gli altri cittadini che stentano a comprendere la rilevanza della comunità rispetto alla necessità dell’individualismo egoistico in chiave difensiva.

Questo tramonto dell’impegno politico organizzato del movimento d’ispirazione cristiana sembra riportarci al tempo in cui don Sturzo e il suo manipolo di coraggiosi, cominciarono la loro battaglia per riportare il popolo cattolico, vittima del “Non expedit”, al centro della costruzione democratica dello Stato italiano, agendo in modo laico ma non anticonfessionale, cioè contro la Chiesa, per consentire ai cittadini cattolici di poter avere una loro rappresentanza politica e non di dover subire una sudditanza legata al trasformismo dei leader e a una sovraesposizione dei Vescovi negli affari politici e civili della Nazione.

Popolarismo e passione popolare
Partecipo a tanti convegni e seminari dove emerge sempre la voglia di nuova azione sociale, culturale, economica e politica. Contribuisco, assieme a tanti amici, a scrivere della grave attualità dell’ora politica e delle preoccupazioni per il futuro dei nostri figli. In verità mi pare che siano sempre le stesse persone a sapere scorgere e denunciare il concatenarsi dei fatti pericolosi, lo scontento e la fatica che viviamo da uomini, cittadini e cattolici, in questa nostra piccola Italia, compressi nel vortice dei grandi eventi mondiali, del mercatismo, della globalizzazione, della delusione europeista. Il tempo, inoltre, oltre a renderci, in qualche caso, più saggi ci fa diventare più vecchi e farà giustizia delle nostre idee se non sapremo contagiare le generazioni successive della passione che fino ad oggi ci ha condotto a proseguire le battaglie per la libertà, la democrazia e l’impegno cristiano, in un ambiente il cui linguaggio, stile, voglia di esserci sono contaminati da chi controlla la “generazione digitale”.

Potremmo dire che dopo il partito leaderistico, quello basato sulla società liquida, che ha negato l’esistenza di valori storici e principi condivisi dal popolo, siamo giunti al movimento digitale con la società a rischio di liquidazione. Il primo ha sfruttato le istituzioni democratiche negandone il loro valore; il secondo le avversa pretendendo di rivoluzionarle mediante episodiche consultazioni digitali di dubbia partecipazione. In entrambi i casi la passione popolare al bene comune e la partecipazione delle masse democratiche non servono, anzi sono un ostacolo alle lobby che sussurrano all’orecchio del leader.


Popolarismo, neo popolarismo e popolo

Per accendere la passione nel popolo, oltre alla prima ci vuole anche il secondo. Quindi occorre avere il coraggio di uscire dalle catacombe, dalla sofferenza psicologica di essere e sentirsi minoranza perdente e dispersa e riprendere assieme un cammino. In un recente convegno del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo, a Milazzo, dal titolo “Sturzo, La Pira e Mattei, Ideali in comune, visioni in contrasto”, abbiamo analizzato l’impegno dei tre cercando di superarne la teoria dell’inconciliabilità. Lo sforzo, che prendeva le mosse da uno scritto di Marco Vitale sull’attualità degli ideali cristiani di don Sturzo e La Pira nella realizzazione del bene comune, ha portato i relatori (Nicola Antonetti, Giuseppe De Lucia Lumeno, Gulio Sapelli) a inserire i temi dell’attualità, sulla necessità di passione e partecipazione democratica, sul ruolo integrativo o supplente dello Stato nell’economia (l’industrializzazione e l’indipendenza energetica di Mattei), sulla centralità della formazione culturale del popolo, sulla difesa degli interessi strategici dell’Italia anche nell’ambito dell’Unione Europea, sulla responsabilità dell’Europa verso il continente africano e il medio oriente.

Ciò che è stato considerato per decenni come inconciliabile, e che ha tenuto divise le varie famiglie del pensiero cattolico, ha mostrato non solo l’unita valoriale di fondo, cioè la fede cristiana, ma l’attualità di una progettazione sociale, o meglio l’umanesimo cristiano e popolare. Ora se il quadro dogmatico, teoricamente, è ancora moderno occorre provare che sia attuabile in concreto. E il primo modo di farlo e coinvolgere gli strati sociali, nel loro interclassismo e nella matura laicità, a riprendere un cammino di conoscenza e coscienza nella produzione del bene comune. Partecipare con passione; o meglio nell’epoca del tweet: passione partecipante. Cioè, per giungere alle masse popolari e interessarle alla democrazia, occorre rinnovare il nostro linguaggio e proporre modelli di soluzione rispetto a questioni attuali. Riconquistare il popolo alla partecipazione non è solo un esercizio teorico da dotti, ma una fatica pratica fatta di programmi su persone, come direbbe don Sturzo. Organizzazione di strumenti e uomini che produca classe dirigente diversa da quella che ci ha portato a vivere queste gravi ore.

La passione partecipante deve essere l’essenza del processo rigenerativo basato sul popolarismo e per questo abbiamo bisogno di passare dal popolarismo sturziano al neopopolarismo democratico. La Passione Partecipante deve superare l’ostacolo introdotto dal fattore degenerante del discernimento, o meglio di quel modello oggi in voga nel movimento cattolico per cui ascolti tanto, capisci poco, e non agisci. Rimandando, a fronte di ordini gerarchici, a un futuro che forse non verrà mai.

Il popolarismo democratico da definizione a impegno
Don Sturzo  sostiene che "il popolarismo è democratico, ma differisce dalla democrazia liberale perché nega il sistema individualista e accentratore dello stato e vuole lo stato organico e decentrato; è liberale (nel senso sano della parola) perché si basa sulle libertà civili e politiche, che afferma uguali per tutti, senza monopoli di partiti e senza persecuzioni di religione, di razza e di classe; è sociale nel senso di una riforma a fondo del regime capitalista attuale, ma si distacca dal socialismo perché ammette la proprietà privata, pur rivendicandone la funzione sociale; afferma il suo carattere cristiano, perché non vi può oggi essere etica e civiltà che non sia cristiana" (Luigi Sturzo, Opera Omnia-S1. V6, p.168). Ma l’attualità del popolarismo deve essere costruita attorno a scelte di politica concreta.

Così, quando si progetta le trasformazione delle istituzioni, ad esempio la riforma costituzionale del Senato, la legge elettorale, l’abolizione delle provincie e degli enti inutili/dannosi, non si può prescindere dal pensare, come affermava don Sturzo, che: “La Costituzione è il fondamento della repubblica democratica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal parlamento, se è manomessa dai partiti, se non entra nella concezione nazionale, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione scolastica e post-scolastica, verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà” (L. Sturzo: Discorso sulle dichiarazioni del governo. In Scritti di Carattere giuridico. Opera Omnia, serie III, vol. III, p. 212). Così quando, nell’ambito della riduzione dei costi pubblici, ci si oppone a limitare l’accesso alle libertà democratiche creando, di fatto, il rischio di effetti pregiudiziali per i più deboli (sanità, previdenza, pensioni, scuola, università). Così quando si contrasta il liberalismo senza regole che, favorendo la finanziarizzazione dei modelli economici, perde di vista la centralità delle piccole e medie imprese, la difesa del risparmio e la necessità di avere soggetti capaci di investire in ambito territoriale per lo sviluppo delle comunità locali (lotta alla disoccupazione, assenza di investimenti, crisi aziendali, crediti in sofferenza e collettivizzazione delle perdite anche a mezzo dell’esproprio del risparmio privato). Così, e non da ultimo, per le battaglie di chi non accetta lo svuotamento morale della persona e la sua deriva nichilista, che rende l’individuo suddito dello sfruttamento consumistico (da cittadino a unità di consumo) e incapace di elaborare una sua coscienza sociale. Queste sono scelte politiche, che portano a modifiche rilevanti fatte dalle leggi nei parlamenti.

Essere minoranza dispersa, senza alcuna capacità di elaborazione e diffusione del pensiero politico (assenza di una forte rete informativa laica d’ispirazione cristiana) non consente di raggiungere il popolo in modo indipendente e libero. Essere minoranza dispersa non consente di attivare i processi di partecipazione (reti di comunità locali interconnesse), non rende possibile la visibilità sulla piazza reale (movimento organizzato nazionale). È vero che qualcuno tra i fautori della disgregazione del popolo d’ispirazione cristiana, nel recente passato, ci aveva spiegato che “è meglio contare che essere contati”. Costoro hanno occupato posti di responsabilità che, senza alcuna forza politica alle spalle, non sono riusciti a mettere a frutto per il bene comune. Non hanno potuto, voluto o saputo fare il bene comune. Essere minoranza dispersa non ti consente di partecipare al gioco democratico elettorale e di avere una rappresentanza scelta democraticamente su basi di competenza, onestà e adesione a valori cristiani, in grado di intervenire nei parlamenti e nelle istituzioni sui processi legislativi e amministrativi che cambiano la vita sociale, culturale, economica e politica di una nazione.

Diceva don Sturzo che: “Se la democrazia moderna ha delle grosse tare, la colpa va direttamente a coloro che, pur vedendole, non si sforzano di rimediarvi. In prima fila metto coloro che hanno le convinzioni cristiane (e quindi morali) e se le tengono ben conservate nel cervello o nell’ambito delle loro case, come il servo del Vangelo che ebbe un talento e lo andò a nascondere per paura di perderlo: Gesù lo chiamò servo cattivo” (L. Sturzo, Doveri Politici del cittadino; in Vita e Pensiero del marzo 1947). Occorre ammettere come molti possano essere i modi per rimediare alla deriva democratica della nostra Italia, ma – a mio avviso – quelli fino ad oggi scelti hanno mancato di farci avvicinare a soluzioni efficaci.

La politica come servizio per il bene comune
La politica deve essere al servizio del bene comune. Anche don Sturzo definì la politica come "atto di amore per la collettività" (30.8.1925). Oggi è molto difficile diffondere l’idea che la politica possa essere utile al bene comune; soprattutto, è quasi impossibile convincere il popolo che i politici possano porsi al servizio di un ideale e non di un gruppo di potere. È probabile che ci sia esagerazione, forse una campagna di demonizzazione per ingenerare astensione o protesta nel popolo. Indubbiamente, le campagne moraliste contro le caste, ampiamente verosimili, in assenza di interventi reali ed efficaci, hanno generato nel popolo sfiducia.

Eppure Papa Benedetto XVI, parlando al Parlamento tedesco, ha definito la figura del buon politico e della politica come impegno per la giustizia: “Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente?" (Reichstag Berlino, 22.9.2011).

Il neopopolarismo come risposta alla domanda di giustizia
Occorre essere ottimisti impenitenti, come don Sturzo, che osservava come occorresse aver fiducia nella bontà che è al fondo dello spirito umano. Tuttavia, declinare il neopopolarismo ci porta al tema degli uomini che devono portare sulle spalle questo peso, a ragionare sulla loro scelta e sulle regole per eleggerli. C’è quindi una questione che è quella di formare nell’ambito del movimento cattolico una nuova classe dirigente laicamente orientata a difendere la Carta costituzionale e promuovere i valori dell’umanesimo cristiano, cioè essere popolari.

C’è anche l’altra faccia della medaglia, portare questa classe dirigente tra il popolo per farne apprezzare le qualità di onestà e competenza, nonché la capacità di esercizio dei poteri per il bene comune. E ovviamnte c’è il tema dell’essere in grado di partecipare a delle elezioni, facendo eleggere questa classe dirigente.

Vi sono, a mio avviso, quattro questioni aperte nel dibattito quotidiano – selezione e formazioni della classe dirigente, forza politica organizzata, difesa della Costituzione e legge elettorale – su cui occore riflettere e agire con un certa dose di coraggio. Anche in questo caso voglio tornare a Benedetto XVI al Bundestag, senza dimenticare la sua chiamata cagliaritana ai cattolici perché tornassero a fare politica attiva, per accentuare il dato della necessaria presenza organizzata: “In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro, questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…”. In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia”. Non siamo ancora a livello del popolo della Scizia, ma certamente contro le molte cose che non vanno occorre agire con gli strumenti democratici che possediamo per dare impronta, mediante il popolarismo, all’umanesimo cristiano rendendo un servizio alla libertà del popolo italiano nel contesto europeo e globale.


L’Europa come marcatore della crisi

A mio avviso, la questione europea con l’umiliazione della Grecia, la sconfitta del piano migranti, l’incapacità a funzionare del piano per gli investimenti e l’occupazione giovanile, il voto contraffatto alle presidenziali in Austria, la Brexit, le tensioni in alcuni paese dell’Unione già sotto l’influenza sovietica, l’egoismo di chi ha prodotto un surplus finanziario ai danni dell’economia delle altre nazioni dell’Unione, il tentato golpe nel bastione turco, impone una ridefinizione dell’obiettivo comunitario. Il regresso da Unione politica a mercato economico finanziario di scambio comune è già in atto. Quelli indicati sopra sono i marcatori del tumore, ma la malattia è nell’aver voluto abbandonare la matrice greco, giudaica e romana, nei trattati europei. Le origini della filosofia, del cristianesimo, del diritto, nella convinzione di rendere grande lo spazio di mercato europeo, ma senza i vincoli della morale, dei valori cristiani e delle forme di diritto sta facendo esplodere un sistema di solo libero mercato del potere. Proprio quel modello in cui il potere si separa dalla giustizia e pratica l’interesse dei gruppi, dei pochi ai danni dei tanti.

Don Sturzo ha sempre proposto per l’Europa una scelta federativa, del tipo Svizzero, alla cui base ci fosse la scelta politica in un’ottica di partecipazione popolare di cittadini europei, invero ieri come oggi, ancora da formare. Così il tema rileva non solo quanto al controllo delle banche, alla forza di cambio dell’euro, o a chi ha più commerciato in derivati truffa nello spazio comune e come chiudere le frontiere interne, ma nella definizione di nuovi pilastri comuni. Così, oltre al tema dell’area di libera circolazione di cose e persone, credo che la difesa militare dei confini esterni, la polizia degli ambiti interni, la sanità e la previdenza sociale, la formazione culturale realizzata nella scuola/università, la giustizia e gli investimenti per abbattere la disoccupazione, siano scelte su cui ragionare in un ambito federativo europeo, con standard eguali per tutti i cittadini, lasciando alla libertà delle singole nazioni federate (corpi intermedi) la libertà di promuovere altre materie inconciliabili con il centralismo e legate al particolarismo locale, così da valorizzare la partecipazione innovativa.


In conclusione

Il neopopolarismo deve essere il fattore rigenerativo della passione partecipante del popolo italiano. Il suo obiettivo è di indicare un progetto sociale e un programma di viaggio con uomini, capaci, onesti, competenti e valoriali, in grado di accompagnare il popolo nel cammino verso la democrazia e la pace. Il messaggio cristiano di Papa Francesco può orientare la Chiesa italiana a rispettare le istanze di partecipazione e di condivisione del laicato cattolico.

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