Presentiamo una parte dell’intervista realizzata a Giovanni Battista Sgritta, professore ordinario presso la Facoltà di Scienze statistiche della «Sapienza» Università di Roma,  che sarà uno dei relatori del 49° Incontro nazionale di studi delle Acli. La versione completa sarà pubblicata nei materiali di approfondimento realizzati per questo evento

Parliamo della popolo italiano. Come è cambiato dal secondo dopoguerra ad oggi?

Benedetto Croce alla domanda ‘cos’è il carattere di un popolo?’ rispondeva: “La sua storia, tutta la sua storia, nient’altro che la sua storia”. Alla luce delle conoscenze di cui oggi disponiamo, forse questa definizione meriterebbe di essere rivista. Ma da un certo punto di vista, ha il grande merito di sgombrare il campo da una posizione che per lungo tempo ha tenuto banco; una posizione, secondo la quale il carattere di un popolo starebbe semplicemente nella sua ‘natura’, dunque in qualcosa di immodificabile, dato per sempre, che erroneamente interpretiamo con il termine ‘razza’ (questione oggi tutt’altro che superata, come possiamo facilmente constatare). La risposta di Croce ci aiuta dunque a passare dal piano della natura a quello della storia. Ed è un rilevante passaggio di civiltà.

Detto questo, occorre approfondire: qual è la vicenda storica che ha forgiato il carattere degli italiani? Come è noto, a differenza di molti altri paesi europei – la Francia, l’Inghilterra, la Germania – l’Italia non ha vissuto l’esperienza degli “Stati assoluti”; ha conosciuto anzi una storia frammentata in tante realtà distinte, politiche, territoriali, religiose, etc., per lunghi tratti sotto il dominio di potenze straniere. Le stesse vicende nelle quali intravvediamo a volte il segno di un’unità, in realtà sono state caratterizzate da profonde divisioni, da radicali diversità di classe, interessi, livelli di istruzione, ideali; la stessa unità d’Italia nasce su una divisione drammatica di storie e di interessi, quella fra Nord e Sud. Una divisione che ci portiamo ancora dietro oggi. Il fascismo può essere letto come un tentativo di creare un popolo italiano; un tentativo che in realtà ha finito per esasperare le divisioni, come poi si è visto con la fine della seconda guerra –mondiale e con la guerra civile che ha spaccato in due il Paese.

Se un momento unificante c’è stato nella nostra storia recente, è quello della Liberazione, che ha portato alla nascita della democrazia. Le forze anti-fasciste hanno creato la Repubblica, hanno dato al Paese, al popolo, una Costituzione, hanno finalmente concesso il voto alle donne. Il che non toglie che l’Italia è rimasta una realtà disunita. Vale anche per quella eccezionale parentesi che è il periodo della Ricostruzione. L’impegno degli italiani allora fu enorme; una stagione incredibile in cui il Paese è riuscito a sollevarsi dalle macerie della più distruttiva delle guerre. In più, abbiamo vissuto una guerra civile, un massacro per quanto riguarda la costruzione di un senso civico che il fascismo aveva completamente sradicato. Questo periodo rimane un momento storico straordinario, e tuttavia non riesco a vedere nemmeno in questa vicenda una realtà unitaria di popolo; non una nazione, ma un insieme di individui e di famiglie che con il loro impegno straordinario è riuscito a rimettere in piedi un Paese distrutto.

Con il cosiddetto “miracolo economico” le cose non sono cambiate. La ripresa, il “miracolo”, riflette l’immagine di una riunificazione del Paese, ma è un’unificazione soltanto apparente, basata unicamente su un obiettivo condiviso, quello del consumo. Non cittadini, ma consumatori; individui e famiglie che attraverso il consumo condividono un punto d’arrivo, un modello di comportamento, delle aspirazioni e delle aspettative (di consumo, appunto), che formano nell’insieme il popolo rappresentato dalla televisione, descritto dalla pubblicità, quello imposto dal mercato delle merci: insomma, ancora una volta, un popolo di consumatori, non di cittadini.

L’Italia, gli Italiani, escono da una condizione di grave, in alcune parti del territorio di gravissimo, disagio, non solo materiale (come svelerà l’Inchiesta parlamentare sulla miseria del 1951). I nuovi beni di consumo, frigoriferi, lavatrici, aspirapolvere, automobili, motociclette, vestiti, etc. unificano (verso il basso, o verso l’alto?); apparentemente, il possesso di questi beni rende più o meno simili. Resta sul tavolo la questione di fondo, se questo sia sufficiente a fare degli italiani un popolo.

Non è tutto; c’è un altro fatto, ed è la frattura ideologica. L’Italia che esce dal fascismo, l’Italia dei partiti che danno vita alla repubblica, fatta salva una breve parentesi, è un Paese politicamente, ideologicamente, profondamente diviso. Spaccato in due. Le campagne elettorali dei primi anni di vita repubblicana ne sono l’espressione palese. Quella divisione rifletteva a sua volta una fratture bipolare del mondo uscito dalla guerra: l’Impero sovietico, da un lato, l’Alleanza Atlantica, dall’altro.

Un sistema che poteva reggersi solo a due condizioni: che ci fossero molti soldi da re-distribuire per ricomporre le fratture presenti nel Paese, per soddisfare gli interessi contrastanti di un popolo diviso; che ci fosse una forte pressione dall’esterno che tenesse unito il Paese. Semplifico. Alla fine degli anni ’80 vennero meno entrambe. Il debito pubblico si impenna e viene progressivamente meno la possibilità di re-distribuzione delle risorse; e grosso modo negli stessi anni si assiste al crollo dell’impero sovietico, che porta al superamento della guerra fredda che aveva in un certo modo ‘congelato’ il sistema politico del Paese. Da quel momento, si amplificano, esplodono, le diseguaglianze. Venute meno le ideologie, non resta che la logica del denaro. Il fenomeno di tangentopoli non è che il riflesso di un Paese senza ideologie e senza ideali. Il collante è il denaro e, col denaro, si afferma la corruzione, attraverso la redistribuzione di risorse fatta da clientele e criminalità organizzata sempre più diffusa.


Come si può spiegare un simile fenomeno: com’è possibile che la corruzione possa divenire un “collante”?
Pagine memorabili dedica l’Alberti al carattere degli italiani; più incisivamente, Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, scrive che “ciascuna città italiana non solo, ma ciascun italiano fa tuono e maniera da sé. Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci”. In questa descrizione il poeta di Recanati coglie puntualmente, benché esasperati, i tratti tipici degli italiani. Sociologicamente, siamo un popolo di individui, al più un popolo di famiglie, nel senso che il nostro è un individualismo allargato ai componenti della famiglia, ai rapporti primari, e via via alle sfere appena più ampie, alle clientele, alle realtà campanilistiche, etc. Le relazioni sociali in Italia sono del tipo a maglie strette e a corto raggio; difficilmente si spingono al di là, a relazioni e rapporti a maglie larghe e a lungo raggio, come sono tipicamente le relazioni di solidarietà fra cittadini che si riconoscono in un ideale di popolo. La corruzione si impianta e prolifica su questo humus.

Ma quali sono i passi mancanti per la formazione di un popolo?
Le politiche sociali sono un collante fondamentale per tenere unito un popolo; sono quelle politiche con le quali le classi dirigenti e di governo di un Paese dimostrano di saper garantire il benessere e la sicurezza dei cittadini. Ora, in tutti i paesi europei l’architettura politico-sociale si è venuta formando sostanzialmente nei trent’anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, tra il 1945 e il 1973, che non a caso i francesi chiamano i “trenta gloriosi”. In quel periodo, mentre l’Inghilterra, la Francia, la stessa Germania che usciva divisa e battuta dalle guerra, avviavano politiche di solidarietà, politiche di contrasto alla povertà e soprattutto di aiuto alle famiglie e alle donne, agevolando in tal modo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, questo in Italia non è avvenuto; o è avvenuto solo in misura relativa.

L’Italia non è riuscita a coinvolgere i cittadini, le famiglie, in un grande patto di solidarietà; in parte lo si è fatto tramite il sistema previdenziale, più tardi, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale; e tuttavia, non abbiamo creato un tessuto di solidarietà in grado di sostenere i bisogni primari delle famiglie sulle spalle delle quali, e delle donne nello specifico, è stata lasciata la responsabilità di soddisfare le esigenze di vita dei cittadini. La classe politica, i governi dell’epoca, debbono aver ragionato che convenisse non investire risorse nelle politiche sociali, presumibilmente nel convincimento che le famiglie sarebbero comunque riuscite a far fronte alle necessità dei propri membri, continuando a garantire un elevato livello di riproduzione e di copertura. Così abbiamo creato un Paese che poggia sulle gambe delle famiglie, mentre gli altri paesi europei investivano parti consistenti del loro prodotto in politiche di aiuto alle famiglie, finanziarie e di servizi, il che ha consentito loro di sentirsi popolo, ai loro cittadini di riconoscersi in uno Stato e di avere motivo di riconoscenza verso il proprio Stato.

Le conseguenze di questa inadempienza sono sotto gli occhi di tutti. Le famiglie hanno comunque cercato di far fronte alle loro responsabilità, ma al prezzo di un costante contenimento delle nascite e successivamente di un allentamento dell’assistenza rivolta agli anziani, che abbiamo delegato al “popolo delle badanti”. L’uno e l’altro processo non sono senza significato rispetto al nostro essere “popolo”.


Ma se ci identifichiamo nel familismo e l’interesse individuale e famigliare perché non c’è stato un interesse politico sulla famiglia?

Indubbiamente, siamo il paese che più di ogni altro ha celebrato retoricamente la famiglia, ma anche quello (in compagnia con gli altri paesi del Sud Europa) che per le famiglie ha fatto di meno. La scommessa sulla base della quale la politica ha rinunciato ad aiutare le famiglie nello svolgimento delle loro funzioni era che non sarebbe successo nulla, non vi sarebbero state conseguenze negative di rilievo. Come dicevo, così non è stato così. Con l’accesso delle donne all’istruzione e al mercato del lavoro, il tasso di fecondità – come era ovvio che accadesse – si è progressivamente ridotto; poi è stata la volta degli anziani. E non è tutto. Oltre questa “irresponsabilità politico/sociale” (chiamiamola così) ce n’è stata un’altra. Nel momento in cui calavano le nascite, l’unico aggregato demografico in crescita era quello degli anziani; e naturalmente la classe politica ha ritenuto elettoralmente conveniente seguire gli interessi di questi ultimi rinunciando a mettere in cantiere una politica per i giovani. Con le conseguenze che paghiamo oggi, con il 40% di disoccupazione giovanile, con livelli che in alcune aree del Mezzogiorno arrivano anche al 70%.

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