Concentrando sul comparto agroalimentare politiche del lavoro e sviluppo che permettano di integrare i processi di crescita delle filiere agroalimentari, del turismo e della ristorazione, questo potrebbe diventare il principale volano dello sviluppo meridionale. Con la differenza, rispetto al passato, che questo processo non passerebbe per la distruzione del territorio ma per una sua piena valorizzazione

Nel 2007, nel corso della presentazione del rapporto “Futuro fertile” curato dal Censis per Confagricoltura, Giuseppe De Rita, forse il maggiore interprete dello sviluppo italiano del dopoguerra, ebbe a dire che gli agricoltori non erano piùfigli di un Dio Minore”. La citazione – tratta dall’opera teatrale cinematografica del 1980 “Children of a Lesser God” di Mark Medoff, dedicata al mondo della disabilità – apparve, al tempo, come una delle tante immagini metaforiche usate nella comunicazione, ma oggi, a distanza di qualche anno, risulta decisamente profetica. Con quell’affermazione, dettagliatamente circostanziata con numeri e grafici, si voleva stigmatizzare il nuovo ruolo che la produzione agricola ed agroindustriale avevano assunto e stavano assumendo nell’economia italiana.

Un processo ovviamente di lunga deriva, strettamente connesso allo sviluppo sociale, culturale ed economico del paese e che ha visto, con il tempo, la lenta trasformazione del settore primario dalla sua architettura arcaica ad un sistema produttivo avanzato, in grado di trattare e trasformare il frutto della terra in prodotti legati alla filiera agroalimentare, coniugando la cultura delle produzioni tradizionali con l’innovazione qualitativa dei prodotti. La conferma di quanto sostenuto da De Rita la abbiamo davanti agli occhi.

Sono passati otto anni, segnati da un crisi durissima ma la produzione agroalimentare italiana ha saputo affrontare la lunga fase recessiva, mantenendo alto il livello delle esportazioni, rafforzando l’integrazione tra produzione agricola e trasformazione e sfruttando i principi della dieta mediterranea ha saputo aumentare la propria penetrazione nei grandi mercati esteri; tanto è vero che sono cresciuti in modo quasi esponenziale i broker del tipico, vere e proprie agenzie di intermediazione che mettono in contatto i produttori italiani “ del tipico” con i grandi distributori asiatici in particolare cinesi, giapponesi.

Nonostante la drastica riduzione dei consumi ma grazie ad un export crescente, l’agroalimentare ha tenuto anche sul versante occupazionale. De resto i dati parlano chiaro. Tra il 2008 ed il 2014 nei sette lunghi anni di crisi l’occupazione nel settore primario (agricoltura silvicoltura e pesca) è diminuita di 42 mila occupati pari ad una variazione percentuale del – 4,9%. Ma se tale risultato si confronta con gli effetti della crisi sull’industria dove la perdita di occupati è stata pari a circa il 13% (887 mila lavoratori in meno) si comprende chiaramente la tenuta del comparto agricolo. Ovviamente mentre nel centro nord l’occupazione nel settore primario non ha subito variazioni significative (- 7 mila unità) è nel Mezzogiorno che si sono persi circa 36 mila posti di lavoro. Il dato ci costringe a riflettere su quanto avvenuto negli ultimi anni. Mentre continua il successo dell’EXPO di Milano con le sue luci e le sue vetrine occorre riflettere su quanto si è fatto per sostenere e valorizzare il principale bacino potenziale di produzione agroalimentare d’Italia ossia il Mezzogiorno. La risposta è quasi scontata. Assai poco.

Fin ora al di là delle dichiarazioni di principio sono mancate vere e proprie politiche di sviluppo integrate e la gran parte delle innovazioni che pure ci sono state, sono state affidate più alla formidabile capacità di innovazione dei tanti coltivatori e produttori che hanno creduto nella terra, nella qualità dei prodotti tipici e nella tradizione, piuttosto che a politiche mirate. Infatti, nel Mezzogiorno, dove l’agro industria rappresenta il principale polo di occupazione privato, proprio nella fase di grande espansione dei prodotti tipici e tradizionali nel mondo, l’occupazione tra il 2008 ed il 2014 decresce di quasi il 12%.

Cosa è accaduto? Il limite principale è stato quello di non immaginare politiche del lavoro e di sviluppo locale che operino in modo integrato, che permettano cioè di promuove complessivamente il patrimonio agroalimentare del Mezzogiorno, collegandolo strettamente alla filiera del Turismo (e, quindi, anche ai beni culturali), della Ristorazione e della valorizzazione del grande patrimonio ambientale del Mezzogiorno.

Le risorse dei fondi strutturali disperse in migliaia di progetti inutili ed una capacità di spesa che in sette anni è riuscita a rendicontare meno del 60% dei fondi disponibili ha ulteriormente depotenziato, nelle regioni convergenza, la capacità di accompagnare il grande processo di innovazione in atto.

Eppure la domanda di lavoro nel comparto agroalimentare è forte. Nel Mezzogiorno, il primo settore per numero di unità di lavoro a tempo pieno attivate (ULAT) (le unità di lavoro a tempo pieno attivatetratte dall’ analisi delle comunicazioni obbligatorie – stimano il numero di lavoratori a tempo pieno che sarebbero serviti a rispondere al volume di giornate di lavoro contrattualizzate dalle aziende, sterilizzando gli effetti dei contratti di breve durata. In pratica stimano le unità a tempo pieno che la domanda di lavoro richiede) è quello delle coltivazioni agricole e della produzione di prodotti animali, che registra nel 2013, 252 mila unità, e cresce rispetto al 2009 del 9,5% (22 mila unità), in controtendenza rispetto alla variazione complessiva di tutti i settori produttivi (-10,9%).

Da sottolineare che le coltivazioni agricole e i prodotti animali assorbono quasi un quarto della domanda di lavoro nel Mezzogiorno coinvolgendo circa mezzo milione di lavoratori assunti con contratti di varia durata e a tempo pieno o parziale. In questo contesto la prima filiera per domanda di lavoro è quella della coltivazione, lavorazione e commercializzazione degli ortaggi che ha attivato nelle regioni meridionali quasi 102 mila unità di lavoro, con un incremento del 12,2% rispetto al 2009, pari a più di 11 mila unità (quasi il 10% di tutte le unita di lavoro attivate del meridione).

La seconda filiera per numerosità degli attivati è quella della coltivazione di uva e della produzione di vini che ha attivato nel 2013 quasi 43 mila ULAT che rappresentano il 16,9% del totale dei due settori delle coltivazioni agricole e dell’industria alimentare e che sono aumentati del 23,6% rispetto al 2009. Va sottolineato comunque che è ancora modesta la quota di lavoratori attivati nella produzione di vino rispetto a quelli della coltivazione di uva. La terza filiera è quella della coltivazione di olivi e di produzione di olio che ha attivato nel 2013 più di 34 mila unità di lavoro, con un aumento rispetto al 2009 del 20,8%.

Come nel caso del vino, non esiste per l’olio una filiera robusta di produzione e commercializzazione di questo prodotto. Inoltre a fronte di una domanda di lavoro molto consistente nelle tre filiere agroalimentari, il primo comparto nel quale si registra una crescita significa degli assunti nel Mezzogiorno e quello della ristorazione, legato ai flussi del turismo, con l’attivazione di oltre 60 mila unità e una crescita del 4,1% rispetto al 2009.

Ciò che emerge dai dati, quindi, è che anche a fronte di una domanda di lavoro molto rilevante ed un potenziale enorme delle aree meridionali riguardo alle produzioni di qualità (DOP e IGP) che garantiscono il maggiore valore aggiunto, tale potenziale non è stato ancora pienamente sfruttato come è accaduto nel Centro-Nord (il 23% delle aziende agricole centrosettentrionali è interessato da produzioni di qualità, a fronte del 5% di quelle meridionali). Identiche considerazioni valgono per quanto riguarda la frammentarietà della produzione, la scarsa capacità di organizzare consorzi e di accorciare la filiera attraverso la vendita diretta, che impediscono di utilizzare pienamente le aree interne meridionali con i loro prodotti d’eccellenza.

Ne consegue che se il comparto agroalimentare meridionale fosse collegato alla filiera della ristorazione (in crescita) e del turismo (la cui domanda di lavoro si è invece ridotta dal 2009 del 6,9%) si potrebbe garantire un forte dinamica di sviluppo dell’occupazione meridionale anche qualificata. Ma per farlo occorre agire su una serie di leve:
ridurre i costi della filiera distributiva favorendo, soprattutto intorno ai poli turistici, la distribuzione dei prodotti tipici sul modello dal produttore al consumatore;
favorire lo sviluppo delle attività di trasformazione da parte dei produttori agricoli incentivando la costituzione di consorzi dei prodotti tipici e sostenendo le imprese che investo nelle attività di trasformazione della produzione agricola;
sostenere le attività dei distretti agroalimentari del Mezzogiorno che rappresentano delle vere e proprie eccellenze nazionali e mondiali, favorendo lo sviluppo di un offerta di formazione secondaria e tecnico superiore dedicata;
favorire e sostenere la nascita di reti delle ristorazione a KM zero che sfruttino le potenzialità ancora in espresse dei prodotti tipici meridionali soprattutto nelle aree ad alta intensità turistica;
favorire la creazione di impresa e start up nel campo della multifunzionalità, ossia tutte quelle attività che insieme alla produzione agricola consentano di sviluppare l’attività ricettiva (agriturismi) e quella dell’agricoltura sociale (le fattorie sociali) che offrano forme di turismo esperienziale, didattico e rivolto a target sociali particolari.
Incentivare e sostenere le esperienze di riutilizzo dei beni confiscati alla mafia ed alla criminalità organizzata sul modello delle esperienze condotte fin ora da Libera terra.

Se fosse possibile concentrare sul comparto agroalimentare politiche del lavoro e di sviluppo che permettano di integrare i processi di crescita delle filiere agroalimentari, del turismo e della ristorazione, è assai verosimile che sia proprio il comparto agroalimentare il principale volano dello sviluppo meridionale, con la differenza, rispetto al passato, che il processo di sviluppo non passerebbe per la distruzione del territorio ma per una sua piena valorizzazione.

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