Proponiamo l’intervista ad Andrea Olivero, Vice Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, che ci offre un quadro ricco ed articolato del presente e del futuro dell’agricoltura italiana, dell’impegno del governo e del ruolo che il settore agricolo può svolgere per lo sviluppo del Paese    

Nel suo sito lei definisce l’agricoltura come un qualcosa dal sapore moderno e antico nello stesso tempo. Ci può approfondire questo concetto?

L’agricoltura, più di altri settori, ha saputo conciliare la tradizione con l’innovazione, dando vita ad una sapiente combinazione tra i due elementi che rende unico il nostro modello. L’eccellenza che contraddistingue l’agroalimentare italiano trae proprio la sua origine da un lavoro continuo e costante sul territorio e dal connubio tra la qualità diffusa e la capacità di innovazione. Provengo da un territorio, quello delle Langhe, che è un esempio concreto di come la grande tradizione agricola possa intelligentemente allearsi con l’innovazione tecnologica, mantenendo elevata la qualità delle produzioni e il loro legame con il territorio di origine, nel rispetto dell’ambiente e del paesaggio. L’agricoltura italiana è chiamata a confrontarsi con nuove e importanti sfide, soprattutto in un periodo come quello attuale segnato dagli effetti della crisi economica, dalla globalizzazione dei mercati e da una crescente concorrenza. In questo scenario, la strada da percorrere non può che essere quella di innovare senza perdere la propria identità e il legame con il territorio.
Per questo, la presenza di giovani altamente formati rappresenta un elemento chiave per incrementare la permeabilità del settore agricolo alle innovazioni e alle nuove tecnologie, processo che, certamente, ha effetti positivi per rendere il sistema agro-alimentare italiano sempre più attivo e dinamico. L’attività del Ministero è proprio orientata ad agevolare l’accesso alla terra e al credito e a sostenere l’avvio dell’attività e gli investimenti, nella consapevolezza che i giovani rappresentano una risorsa fondamentale per un Paese che vuole crescere e innovare, affrontando le grandi trasformazioni del contesto internazionale e la globalizzazione senza perdere la propria tradizione.


Si parla sempre più spesso di rurbanizzazione, dell’emergere di un nuova ruralità. Secondo una ricerca del Censis realizzata nel 2012 un italiano su due coltiva un orto e tra i giovani la quota è persino più elevata (51,2 %). Se si considera più genericamente il giardinaggio, la percentuale degli italiani che vi si dedica sale al 70%. Cosa c’è dietro questi numeri? Stiamo assistendo ad un ritorno alla terra o ad un correttivo di civiltà che segna la nascita di un nuovo umanesimo?

Stiamo assistendo al diffondersi di una maggiore consapevolezza di quanto la cura e la tutela dell’ambiente che ci circonda siano fondamentali per il nostro benessere e per il nostro stesso futuro. La società civile dimostra di avere compreso che uno sviluppo slegato dalla sostenibilità ambientale e della preservazione delle risorse naturali non appare più possibile. In questo senso, l’agricoltura assume un ruolo centrale in quanto, oltre a produrre alimenti, determina importanti esternalità positive come la valorizzazione dell’ambiente, la tutela della biodiversità e lo sviluppo socio-economico dei territori. Stiamo assistendo, anche, ad un nuovo rapporto città-campagna e all’evoluzione delle modalità di relazione tra produttori e consumatori: penso ai mercati di vendita diretta, dove si instaurano dialogo e fiducia tra aziende e cittadini e alle nuove pratiche sociali di approvvigionamento alimentare come i Gruppi di acquisto solidale. In generale, cresce l’attenzione per i processi di produzione del cibo e per le loro implicazioni; ne sono esempi la filiera corta, il chilometro zero, il sostegno alle produzioni locali e l’acquisto di prodotti provenienti da agricoltura sociale o da terreni confiscati.


“Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” è il tema al centro di Expo Milano 2015. Cosa pensa di questo tema? Può essere davvero un’occasione per riflettere sulle contraddizioni del nostro mondo che vede, ad esempio, da una lato una parte consistente della popolazione mondiale che soffre la fame (circa 870 milioni di persone denutrite nel biennio 2010-2012) e dall’altro persone che muoiono per disturbi di salute legati a un’alimentazione scorretta ed eccesiva (circa 2,8 milioni di decessi per malattie legate a obesità o sovrappeso).

Credo che la forza dell’Expo risieda proprio nell’essere il più importante incontro tra Stati e Popoli del Mondo alla vigilia della definizione dei nuovi obiettivi globali per lo sviluppo. L’Esposizione di Milano rappresenta, quindi, una grande occasione per un confronto globale sui temi dell’alimentazione, dello sviluppo sostenibile, delle risorse naturali e del contrasto allo spreco alimentare. Sono convinto che questo momento di riflessione comune possa portare interessanti contributi utili a concepire un nuovo modello di sviluppo mondiale fondato sui valori della diversità come ricchezza, della sostenibilità sociale e ambientale e della valorizzazione dei territori. La convinzione che ci accomuna è che serva un nuovo modo di produrre cibo e di renderlo disponibile a tutti, senza impoverire il pianeta e nel rispetto dell’uomo. Per questo gli oltre 800 milioni di persone che ancora oggi soffrono la fame nel mondo devono essere i veri protagonisti di Expo.


La Carta di Milano rappresenta l’eredità culturale di Expo Milano 2015. Per la prima volta l’evento è stato preceduto da un ampio dibattito nel mondo scientifico, nella società civile e nelle istituzioni sul tema. Questo processo ha portato, per volontà del Governo italiano alla definizione della Carta di Milano. Quale è il valore di questo documento? Quali responsabilità personali e collettive richiama? Quali sono i temi messi al centro delle riflessione?

Abbiamo voluto dare continuità all’Expo e prospettive alle azioni che metteremo in campo e che non si esauriranno al termine dei sei mesi dell’Esposizione. Da questa volontà è nata la Carta di Milano, documento aperto e innovativo, ampiamente condiviso, che contiene la nostra elaborazione culturale sui temi dell’alimentazione e dello sviluppo sostenibile e che costituisce la base sulla quale proseguire il confronto. La Carta non è un documento dei Governi ma dei Popoli e mi preme ricordare che ciascuno di noi può sottoscriverlo. È un impegno collettivo per affrontare con forza e coesione le sfida globale del cibo come diritto umano fondamentale. La Carta, infatti, contiene una serie di impegni rivolti ai cittadini, alle imprese e alle Istituzioni mondiali perché è bene ribadire che un futuro sostenibile e giusto per l’umanità è una responsabilità di tutti noi.

Le sue deleghe riguardano importanti aree: le agromafie, l’agricoltura sociale, la lotta allo spreco, la filiera e la qualità, la formazione professionalizzante. Quale programma di azione complessivo tiene insieme questi ambiti? Quali azioni state mettendo in campo? Ed ancora: a che punto è l’iter della legge sull’agricoltura sociale?

Credo che il filo conduttore che unisce le deleghe che mi sono state assegnate, sia da ricercare nella creazione di un nuovo modello di sviluppo che sappia conciliare legalità e agricoltura, giovani e professionalità, solidarietà e lavoro, innovazione e tradizione. Contrastare lo spreco alimentare, rinsaldare il connubio tra formazione e agricoltura, valorizzare la qualità dei prodotti, i territori e le comunità locali sono tutti aspetti determinanti per dare vita ad un sistema agroalimentare del futuro che sia sostenibile a livello economico, ambientale e sociale. In questo contesto entra a pieno titolo anche la legge sull’agricoltura sociale, per la quale si attende soltanto l’approvazione del testo da parte del Senato dopo che la competente commissione agricoltura ha recentemente concluso l’esame del testo. La norma ha l’obiettivo di valorizzare l’aspetto sociale ed inclusivo dell’attività agricola, promuovendo la responsabilità sociale delle aziende del settore e dando attuazione concreta al principio della multifunzionalità in agricoltura. Con questa legge non stiamo inventando niente di nuovo ma, anzi, vogliamo dare un quadro comune alle tante esperienze già in atto nei territori e, quindi, garantire un ulteriore sviluppo dell’agricoltura sociale. Il prossimo 21 settembre proporremo, nell’ambito di EXPO, un’intera giornata dedicata a questo tema proprio per promuovere, in un contesto internazionale come quello di Milano, questo importante strumento in grado di coniugare i valori della terra con quelli un moderno welfare sussidiario.


Nel 2014 l’agricoltura si è confermata un settore che offre opportunità e contribuisce nella lotta alla disoccupazione come dimostra la crescita di oltre il 7% del tasso di occupati in un anno, con circa 57mila nuovi lavoratori. Quali sono i comparti più trainanti per l’economia italiana? L’agricoltura può aiutare il nostro Mezzogiorno a recuperare il gap occupazionale con le regioni del Nord? Può favorire la crescita dell’occupazione giovanile? Può essere un volano di sviluppo per tutto il Paese?

Questi dati rappresentano un segnale importante e testimoniano che il settore agricolo è vivo e vitale e che gli sforzi messi in atto dal Ministero per accompagnare la ripresa stanno producendo i primi frutti. Dobbiamo proseguire su questa strada, impegnandoci affinché nel settore si creino ulteriori opportunità di lavoro, specialmente per i giovani che stanno guardando con crescente interesse al mondo agricolo.
Il settore agroalimentare italiano, con un valore di 260 miliardi di euro corrispondente a circa il 17% dell’intero Pil, rappresenta un settore strategico per l’economia nazionale. A livello settoriale, il biologico mostra dati positivi e incoraggianti: superfici, produttori ma anche punti vendita e ristorazione confermano una dinamica positiva nel nostro Paese. Non dimentichiamo che l’Italia si colloca tra i primi posti a livello mondiale per estensione di agricoltura biologica e che il mondo bio italiano vale, tra consumi interni ed esportazioni, circa 3 miliardi di euro. Altro importante risultato per il sistema agroalimentare è quello riguardante l’export: i dati Istat indicano in quasi 9 miliardi di euro il valore delle esportazioni agroalimentari nei primi tre mesi del 2015 e il Governo è in campo per sostenere e accompagnare le aziende a crescere ancora di più all’estero attraverso un Piano straordinario per l’internazionalizzazione. D’altronde, produzione agricola di qualità, cultura gastronomica e sana alimentazione sono in Italia un insieme unico e riconosciuto nel mondo; il nostro è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari DOP e IGP (273 prodotti di cui 162 DOP, 109 IGP e 2 STG e oltre 500 vini DOCG, DOC, IGT), a dimostrazione non soltanto della grande e diffusa qualità delle nostre produzioni ma anche del forte legame tra le eccellenze agroalimentari italiane e i loro territori di origine.
L’agroalimentare occupa, dunque, uno spazio di rilievo nell’economia italiana. Abbiamo ben chiari i nostri obiettivi per sostenere il settore: rendere le aziende sempre più competitive, soprattutto sui mercati internazionali, semplificare, favorire l’innovazione e agevolare il ricambio generazionale. Siamo impegnati a promuovere una nuova centralità dell’agricoltura nell’azione di Governo e all’interno del dibattito politico, attraverso il coinvolgimento delle forze vive e un’azione partenariale forte che sappia accompagnare e sostenere questo processo di rinnovamento nei nostri territori.

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