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“La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli ‘occhiali’ con cui […]

La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti. La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli ‘occhiali’ con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con ‘occhiali’ giusti? Per noi cristiani, l’occhiale adeguato per decifrare la realtà non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza: il Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”.

Ho deciso di iniziare il mio editoriale con questa citazione tratta dal messaggio per la 51 giornata mondiale delle comunicazioni sociali, proposto da Papa Francesco (qualche giorno fa), perché credo possa aiutare ad inquadrare il tema che proponiamo questo mese. L’immagine degli occhiali, scelta dal Papa, ci consente di comprendere in modo efficace come, alla base di ogni nostra valutazione sui fatti che accadono, sia necessaria una sapiente e costante opera di discernimento, che per i credenti non può che fare riferimento alla persona di Gesù, alla sua vita, alla sua testimonianza di Figlio di Dio, al suo Vangelo.

A partire da questo atteggiamento di fondo, impariamo a diventare via via più consapevoli e prudenti. Come ha scritto Chiara Giaccardi, commentando il messaggio del Papa “ciascuno di noi vede attraverso delle lenti, che sono la lingua che parliamo, l’educazione che abbiamo ricevuto, le esperienze che ci hanno segnato, le categorie culturali della nostra epoca, la tradizione in cui ci riconosciamo. Prima ancora di capire quali occhiali indossare dobbiamo innanzitutto riconoscere che degli occhiali non si può fare a meno”.

E’ quindi necessario che ognuno di noi compia un lavoro, prima personale e poi comunitario, per orientarsi e orientare le persone con cui vive le sue relazioni reali, concrete. Considerare la verità dei fatti, delle situazioni, come qualcosa di secondario, ritenere superflua la fondatezza delle notizie è qualcosa eticamente inaccettabile e socialmente pericoloso.

Secondo il sociologo francese Gerard Bronneruna delle risposte possibili è che si faccia avanti una nuova forma di militanza. Una militanza della ragione in cui ognuno, in base alle proprie competenze, dedichi qualche minuto a contraddire le stupidaggini che vengono diffuse su Intenet. Si tratta di rendere disponibili agli indecisi delle forme ragionevoli di argomentazione. E visto che verranno dai cittadini comuni, le loro parole saranno senza dubbio considerate più credibili di quelle che vengono dalle fonti ufficiali, oggi screditate”.

Bronner ci avverte sui possibili rischi per la democrazia. “Internet offre a tutti la possibilità di esprimersi, e questo è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Il rovescio della medaglia è che in un mercato senza regole si crea una demagogia cognitiva. Si diffondono argomentazioni che una volta erano limitate ai fanatici ma che oggi sono al centro di uno spazio pubblico. Non siamo ancora arrivati alla democrazia dei creduloni, ma è una minaccia sempre più reale per la vera democrazia”.

E arriviamo così alla nostra scelta: parlare della post-verità. Non lo facciamo perché è diventata una parola di moda da quando Il Dizionario di Oxford ha deciso di eleggerla parola dell’anno per il 2016.

A noi interessa capire se siamo di fronte o meno ad un fenomeno nuovo in ambito sociale e politico. Da sempre, nelle campagne politiche lo screditamento dell’avversario con false notizie è uno strumento largamente impiegato. Ma oggi la rete sta amplificando la complessità e la portata di questo processo creando dinamiche nuove.

Per questo abbiamo chiesto ad esperti di diverse ambiti disciplinari (sociologia, scienza, filosofia, statistica, geopolitica) di rispondere ad alcune domande di fondo: cosa si intende con il termine post-verità? Che rapporto c’è oggi tra verità e post-verità? Come vigilare sulle derive che si nascondono dietro alcune delle manifestazioni descritte con questo termine? La post-verità è davvero destinata a permeare la politica e la società contemporanea nel suo complesso? Come capire quali dati statistici possono essere considerati attendibili?

Iniziamo con Gianfranco Zucca (ricercatore sociale) che sottolinea come “la politica della post-verità purtroppo non è una ‘zingarata’, ma una vera e propria torsione verso una democrazia della chiacchiera, all’interno della quale non riusciamo più a prenderci cura di ciò che il discorso dice, ma ci preoccupiamo solo di continuare a discutere, litigare e contrapporci senza cogliere la valenza del nostro essere al mondo”.

Proseguiamo con Tiberio Graziani (esperto di geopolitica) che osserva come oggi “il termine post verità ha assunto un significato ampio, tale da definire un vero e proprio concetto filosofico, a suo modo un valore non unicamente semantico che viene sempre più a configurarsi come un elemento costitutivo della postmodernità”. Ma la post verità può forse aiutarci a scoprire la verità perché ci obbliga a riflettere ancora una volta sulla verità e sulla sua essenza.

Giuseppe Notarstefano (statistico) prova a dare dei criteri interpretativi e di lettura dei dati, cerca di orientare il lettore per evitare che la mole immensa di dati che circolano attraverso il web abbia il sopravvento. In sostanza ci invita ad andare oltre il dato statistico, a produrre una conoscenza che nasca dal basso e a coltivare un dimensione qualitativa della conoscenza per avere uno sguardo antropologico più profondo.

Alessandro Giuliani (scienziato) denuncia un processo che ha portato la scienza ad essere “schiavizzata da chi la ha voluta costringere a diventare la religione del nostro tempo. E questo ha comportato che la mistificazione sia diventata parte integrante della gestione della ricerca scientifica. La frode non è che un aspetto minore del problema, dacché la semplificazione del linguaggio e dei contenuti della scienza è diventata una questione di vita o di morte della società, che ne dipende totalmente. E’ qui che la post-verità infetta la scienza, quando una mal riposta esigenza di divulgazione maschera le mire di chi vuole far apparire come inevitabile ciò che invece è solo desiderio di potere”.

Mirko Di Bernardo (filosofo) sottoliena come solo a partire da una riflessione di tipo epistemologico sia possibile comprendere appieno i termini in gioco (postfattuale e post-verità).

Concludiamo il nostro focus proponendo un contributo di Antonella Morlini (psicosociologa) sul rapporto tra realtà e rappresentazione, tratto dal libro “Intraprendere nella complessità. Strategie di cambiamento nelle organizzazioni” pubblicato da Carocci nel 2016. Si tratta di un testo che solo in parte intercetta il nostro tema ma che crediamo contenga diversi elementi interessanti per orientare la nostra comprensione della realtà. Vogliamo anche in questo modo ricordare una professionista competente e una compagna di viaggio generosa del cammino delle Acli, che da alcuni mesi non è più con noi.

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