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A fronte dell’aumento delle diseguaglianze effetto e causa della crisi finanziaria che sta interessando da diversi anni i paesi occidentali, e che oggi è diventata crisi economico-produttiva e occupazionale, occorre reindirizzare l’economia ed il welfare verso il bene comune grazie all’impegno di tutti: istituzioni, partiti, sindacati, aziende, società civile organizzata, singoli cittadini.

Le crescenti diseguaglianze di reddito e più in generale di chances di vita sono, ad un tempo, effetto e causa della crisi che sta devastando il mondo occidentale. Per contro, l’uguaglianza è fattore primo di sviluppo economico e sociale. Nel giro di breve tempo siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi economico-produttiva che si è trasformata in crisi occupazionale, diventata crisi umana e sociale che incide pesantemente sui fondamenti stessi della vita civile.

Il capitalismo finanziario e speculativo, finalizzato ad un profitto di brevissimo termine
– anzi all’aumento del valore di borsa delle azioni – plasma e condiziona i processi economici a scala globale e nazionale, sottraendoli ad ogni forma di controllo nell’interesse collettivo. Secondo Stiglitz, alla crescita delle disuguaglianze e della povertà ha contribuito il convincimento, di stampo neo-liberistico, che per guadagnare in competitività, le cose più importanti da fare fossero sacrificare il welfare attraverso il taglio della spesa pubblica, contenere drasticamente il costo del lavoro e non tassare i ricchi grazie a sistemi impositivi sempre più regressivi.

L’economia reale, la sola capace di produrre benessere, occupazione e sviluppo, ossia le precondizioni necessarie per generare una maggiore equità, risulta bloccata.
Il gioco perverso della moltiplicazione artificiosa di una ricchezza che non cresce sta giungendo al capolinea e sta trascinando con sé banche, stati, istituzioni e la vita di miliardi di persone. Il sistema capitalista, come afferma Fitoussi, non può sopravvivere in un contesto di così grandi sperequazioni. L’esperienza dimostra che i paesi a più alto indice di eguaglianza sono quelli che, coniugando rigore, equità e sviluppo, stanno superando meglio la crisi. E’ il caso dei paesi del nord Europa.
La crisi del lavoro è la cartina di tornasole di tutto ciò. È agevole constatare che tra lavoro ed esperienze di vita delle persone si stanno producendo fratture preoccupanti, quasi di tipo ontologico. Per molte famiglie il lavoro non è tale da garantire un’esistenza dignitosa. Ciò fa diminuire l’integrazione sociale favorendo lo sviluppo di fenomeni di frantumazione e isolamento. Chi non ha più il lavoro o teme di perderlo soffre sotto il profilo socio-psicologico: non solo per la perdita di reddito, ma piuttosto per la perdita di status, di capacità di fare e apprendere. Tra non lavoro e esclusione i confini diventano sempre più labili.
L’esclusione è oggi un grande dramma forse più grave delle tradizionali forme di sfruttamento proprie delle società industriali. Infatti lo sfruttamento presuppone pur sempre un rapporto sociale di tipo oppositivo, intorno al quale sono sorte le organizzazioni del movimento operaio e sindacale. Gli esclusi di oggi infatti non possono prendere parola, non possono cooperare, non hanno parte nello scambio sociale. Per combattere queste forme di esclusione è necessario generare una solidarietà attiva, partecipativa prodotto di azioni personali e collettive finalizzate alla rimozione delle diseguaglianze, all’aumento della democrazia a livello politico, economico, sociale, all’allargamento degli spazi di autodeterminazione e di autorealizzazione.
In questa prospettiva si collocano i fondamenti di un nuovo welfare che, come osserva Armatya Sen, non assiste ma abilita, innanzi tutto attraverso l’eliminazione degli ostacoli che impediscono agli individui di diventare persone. Su questi snodi si gioca la partita del bene comune: che è di tutti e di ciascuno e quindi è indivisibile perché soltanto assieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo, custodirlo. Il welfare basato sul bene comune nasce dall’impegno dei vari soggetti in opere comuni, costruendo e rinsaldando rapporti solidali di comunità.

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Occorre quindi pensare a una economia e a un welfare innestati nella società civile, in grado al tempo stesso di esercitare un’azione di pressione e di contaminazione nei confronti tanto dello stato quanto del mercato. L’inclusione sociale, la “vita buona” non sono competenza esclusiva della dimensione pubblica né tanto meno possono essere vendute e acquistate pagando il prezzo relativo. Sono viceversa una funzione sociale diffusa, trasversale che chiama in causa diversi attori e gli ambiti in cui operano, ciascuno con i propri ruoli, valori, specificità, accomunati dalla ricerca di complementarietà e sinergie sul terreno della relazionalità, reciprocità, creatività.

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