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Un messaggio, quello del papa, straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone di buona volontà, che indica come indispensabile la scelta di una nonviolenza attiva, di una lotta pacifica. E che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia

Scrivere, come fa Papa Francesco, che i credenti devono fare della non violenza il loro stile distintivo nella società odierna, potrebbe apparire addirittura provocatorio: dinanzi a tutto quello che i mezzi di informazione ci documentano continuamente ed in particolare le immense radicali distruzioni di tante città e paesi del Medio Oriente, con orrende violenze e innumerevoli uccisioni delle persone che ancora vi abitano, mentre chi ha potuto è fuggito, abbandonando tutto, sembrerebbe davvero utopistico ipotizzare che si possa fare altrimenti che parteggiare o sostenere l’uno o l’altro combattente.

A furia di vedere tutto quello che avviene, ci stiamo perfino abituando a quanto è invece radicalmente inaccettabile e cioè al fatto che le guerre possano ormai consistere non tanto nello scontro fra eserciti ed armati, ma nella strage dei popoli ed anche nella distruzione sistematica dei luoghi nei quali l’uomo e le comunità hanno vissuto ed hanno costruito la loro piccola o grande storia.

Bisognerebbe, al contrario, ricordare quanto sostenne vigorosamente La Pira quando era Sindaco di Firenze, mentre vi erano gravi pericoli che le grandissime tensioni internazionali di allora potessero portare perfino all’utilizzazione degli armamenti atomici: non è lecito che si possa anche solo pensare di distruggere le città e cioè i luoghi nei quali per definizione si vive normalmente e dove si stratifica la storia dei popoli e delle civiltà. Perfino nel dramma delle guerre, occorre assolutamente contrastare chi intenda cancellare perfino le comunità ed i luoghi che rappresentano il frutto del vivere insieme: questo deve essere affermato pubblicamente e con energia in primo luogo dai buoni politici, che devono operare in questo senso, senza cedere alla stanchezza o alla rassegnazione derivante dalla evidente difficoltà di imporre limiti alla violenza ed alle distruzioni belliche.

Ma prima ancora dello scoppio delle guerre occorre assolutamente operare per la “pace santa” (non più guerre “sante”!), che va costruita ben prima che possa esplodere la guerra, programmarsi il terrorismo, o porsene le premesse, attraverso un’opera decisa, costante e paziente di confronto e dialogo fra tutti, attraverso vere “trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità”.

Il documento di Papa Francesco appare in realtà straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone in generale.  Anzitutto perché l’uso della violenza viene radicalmente condannato, in quanto inefficace per conseguire il superamento dei problemi che dice di voler risolvere, mentre è causa, nel migliore dei casi, di “migrazioni forzate” e di “immani sofferenze” e, nel peggiore, della “morte, fisica e spirituale di molti, se non addirittura di tutti”.

In alternativa il Pontefice indica la necessità che i cristiani assumano consapevolmente “l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. Ma se l’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, ciò tuttavia non significa arrendersi al male, ma opporre al male le soluzioni fondate sulla ragione e cioè costruite, come abbiamo già detto, “sul diritto, la giustizia, l’equità”.

In realtà Papa Francesco indica come indispensabile una “nonviolenza attiva” e cioè “una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia”, ma che è espressamente originata dalla necessità di impegnarsi e di lottare davvero, attraverso forti strumenti di pressione sociale, per conseguire fini di giustizia, purtroppo assenti in tanti contesti: non a caso, gli esempi storici indicati sono assai rilevanti, come la lotta per l’indipendenza dell’India, per la fine della discriminazione razziale negli USA, per la fine di una guerra civile in Liberia. Ma anche l’indicazione degli esiti dell’opera di Madre Teresa di Calcutta nel rimuovere gli inaccettabili diffusissimi silenzi sulla condizione di estremo bisogno di troppe persone, ridotte ad essere scarti della società, sta ad indicare quanto si possa (e si debba) mutare la realtà mediante il duro lavoro della lotta pacifica per la giustizia.

Da qui la responsabilità di formare nuovi quadri dirigenti capaci di instaurare rapporti chiari e rispettosi con coloro che abbiano diverse sensibilità ed interessi, ma davvero seriamente motivati a conseguire attraverso una vasta mobilitazione non violenta dell’opinione pubblica i ragionevoli obiettivi di giustizia che appaiono ineludibili nell’attuale contesto.

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