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I corpi intermedi potranno evitare di scivolare nell’oblio affrontando con coraggio le questioni cruciali del nostro tempo e recuperando l’originaria vocazione di organismi di prossimità capaci di creare reti tra cittadini e istituzioni, tra domanda e offerta politica, sociale ed economica

Perché la politica appare deludente? Cosa accade ai corpi intermedi? Partiti, sindacati, strutture cooperative, associazioni, rischiano di affondare nel naufragio che sta travolgendo punti di riferimento consolidati. La progressiva individualizzazione degli interessi e delle appartenenze, la “molecolarizzazione” del sistema socio-economico italiano, la personalizzazione della leadership, il diffondersi di pratiche di pseudo democrazia diretta che isola gli individui e annulla ogni possibilità di aggregazione, e non da ultimo una crisi economica globale, hanno messo a dura prova tutte le strutture d’intermediazione.

Nessuno viene risparmiato da questa crisi; una crisi di legittimazione, di incisività, di rappresentanza, di partecipazione. La democrazia non si esaurisce con la sola delega elettorale. È anche sussidiarietà. La società organizzata può e deve svolgere funzioni pubbliche, dal welfare alla sanità, dalla cultura all’ambiente.

L’assenza di soggetti in grado d’interpretare la realtà del Paese sottrae alla società italiana un importante patrimonio: il processo di partecipazione alla vita pubblica e di formazione dei gruppi dirigenti – sempre più cooptati dall’altro ed espressione di quella minoranza di cittadini in qualche modo garantiti – indispensabile per la maturazione democratica del Paese. Purtroppo, le risposte date a questa crisi della partecipazione e della rappresentanza sono state quasi solo in termini di riforma dei meccanismi elettorali.

Invece tali risposte vanno cercate soprattutto in un’altra direzione, quella del progressivo esautoramento delle istituzioni democratiche a vantaggio dei centri del potere reale, costituiti da alcuni grandi poteri economici e finanziari. Questi non si limitano ad esercitare delle pressioni nei confronti delle istituzioni politiche ma considerano loro stessi come poteri che impongono la loro agenda ai legittimi titolari del potere. Una agenda spesso spregiudicata, incurante delle disuguaglianze e delle guerre che produce nel mondo, verso la quale i grandi mezzi di informazione appaiono incapaci di critica. Sta qui la ragione profonda della politica che delude, perché in larghi suoi settori ha reciso il legame vitale con il popolo per consegnarsi, più o meno apertamente, alla nomenclatura internazionale globalista.

Il primo passo per ridare credibilità alla politica ed ai corpi sociali intermedi è quello di rifiutare l’abbraccio con queste élite. Si tratta di una scelta doverosa e che, per quel che ci riguarda, la dirigenza nazionale delle Acli, considera strategica quando sottolineiamo che oggi la questione dell’autonomia delle Acli si pone innanzitutto in termini di rifiuto di quella che Papa Francesco ha definito “l’idolatria del denaro”, che invece sta alla base degli ambienti che detengono realmente il potere in Occidente. Si tratta del presupposto per riuscire a interpretare e rappresentare al meglio gli interessi dei nostri associati, perseguendo al contempo interessi generali.

Da qui consegue una capacità di tornare a leggere i fenomeni dell’impoverimento dei ceti medi, dell’aumento della povertà, dello smantellamento dello stato sociale, e di denunciarne la causa ultima «nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (Evangelii Gaudium, §55), che si esprime anche nel monetarismo che nega il fatto incontrovertibile che la moneta appartiene al popolo, ed opera un furto alla collettività nella misura in cui ne affida la proprietà ai banchieri privati.

Da qui deriva anche la capacità di cercare risposte nuove e coerenti con la pace, di fronte al disorientamento dei cittadini che vedono che chi realmente comanda in Occidente (la finanza speculativa, l’industria delle armi, le compagnie petrolifere) persegue un disegno di destabilizzazione e di creazione di caos che ha prodotto rischiosissime guerre alle porte dell’Europa, ad Est e nel Medio Oriente. Fino a costringerci a chiedere fino a che punto e se una tale strategia della Nato possa ancora contare sulla partecipazione dell’Italia e se corrisponda agli interessi dell’intera Unione Europea, e se addirittura, come ha scritto il vice direttore di Famiglia Cristiana Fulvio Scaglione, essa non sia meritevole di «una qualche Norimberga» per i crimini di guerra compiuti.

Per tutte queste ragioni vale ancora la pena scommettere sui corpi intermedi. Certo, non godono di un buono stato di salute, ma un conto è denunciarne le manchevolezze, i ritardi e finanche le degenerazioni, un altro è negarne la dignità e la legittimità. Il loro futuro dipenderà da come sapranno interpretare il loro ruolo di rappresentanza. Solo affrontando con coraggio le questioni cruciali per il nostro tempo e recuperando l’originaria vocazione di organismi di prossimità capaci di creare reti tra i cittadini e le istituzioni, tra la domanda e l’offerta politica, sociale ed economica potranno evitare di scivolare nell’oblio.

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