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Per risolvere la sua crisi la politica deve fare i conti con se stessa e ripensare gli oggetti della sua azione. La politica è quindi chiamata a una grande sfida: quella di sapersi ricostituire in agenzia di senso. Solo per questa via può tornare a pensare in grande

La crisi della politica non è soltanto negli effetti che produce ma anche nelle risposte che non riesce più a dare. Se dovessimo, sinteticamente, connotare la politica dalla percezione che offre di sé, troveremmo come frammentarietà e incertezza siano parte integrante di essa, al punto da essere diventate, ormai, qualcosa di costitutivo e insuperabile.

Un quadro di progressivo deterioramento che si accompagna a una generalizzata caduta delle tensioni progettuali e ideali.

Un processo degenerativo che si riflette nel venir meno dei fondamenti di un pensiero forte e nell’abbandono di qualsiasi idea universalistica, cui si oppone “l’opacità del nuovo” e del “moderno”, due aggettivi che mancano, però, di un soggetto e di un verbo.

Le problematiche confluiscono in un pensiero negativo, in un nichilismo che può essere efficacemente riassumibile nelle parole di Nietzsche quando lo descrive come un processo dove i valori supremi si svalutano, dove manca lo scopo e una risposta ai perché.

Al grande racconto del Novecento si sono sostituite una pluralità di narrazioni, e le grandi passioni e i valori universali sembrano ormai fare parte del passato. E questa frammentarietà della politica fa sentire i suoi riflessi non solo sulla grande storia (le epoche), ma anche sulla storia piccola, quotidiana, quella che ha a che fare con quotidianità di ciascuno e con la percezione che ognuno acquisisce della propria identità personale, attraverso le esperienze più o meno significative della propria vita.

Persino nelle storie personali si riflette l’idea che la politica non sia più orientata, che abbia perso il senso in rapporto a una missione da compiere, a un progetto da portare avanti, impossibilitata a organizzare il passato e il futuro in un’esperienza coerente.

E’ proprio l’assunzione del presente come unico orizzonte storico, e dunque la scomparsa del futuro, che esclude politiche di emancipazione e di liberazione, perché il programmare, il progettare grandi mete, non si addice a un pensiero debole come quello attuale.

La stessa importanza del passato cambia di segno e assistiamo al progressivo azzeramento delle esperienze e delle verità storiche. L’idea della storia come di un corso omogeneo e necessario che ci avrebbe sospinto fin qui e che, con lo stesso impeto ci porta verso il futuro, che ha rappresentato il nucleo del pensiero dalla modernità fino al Novecento, è stata accantonata al modello di ragione universale e forte del Novecento si contrappone ormai una costellazione di razionalità parziali.

Foucault l’ha chiamata “morte dell’uomo”, altri si sono limitati a parlare di fine della ragione, per l’individuo decentrato dal proprio passato e dal proprio futuro, cosciente del “non senso” del vivere in un mondo di dissolvenze dal quale, però, sembra travolto.

Persino l’elogio del “governo del popolo” appare strumentale a questa nuova forma di nichilismo, nel momento in cui si spegne la passione di una scelta che ormai troppo spesso appare solo quella del male minore, tra alternative dai profili incerti, che spesso tendono a confondersi e confondere.


Il lavoro senza più una dimensione politica

Per questa politica intrisa di un pensiero debole, le classi sono inutili. Così come inutili e dannose sono le organizzazioni di rappresentanza, quel mondo dei “corpi intermedi” che ha dato un contributo fondamentale nel frenare le brame del capitalismo iperliberista. Se in Europa si è affermata l’economia sociale di mercato e la democrazia partecipativa è grazie soprattutto a queste organizzazioni che oggi, i sarcerdoti del modernismo ritengono superate, vecchie, conservatrici.

E intorno all’idea di “classe” (classe popolare, classe media, ecc.), una certa retorica si esercita, periodicamente, a celebrarne la fine, ritenendola inadeguata a cogliere il profilo dinamico delle trasformazioni e delle tensioni che attraversano le società globalizzate.

Ad alimentare il mito della fine delle “classi” certamente hanno contribuito le trasformazioni che hanno riguardato la struttura economica e sociale, con la vorticosa terziarizzazione dell’occupazione, che ha segnato, con la fine del secolo, il declino dei settori industriali con più alta occupazione operaia. Si pensi alla siderurgia, alla cantieristica navale, ai porti, alle miniere, al settore auto.

Ma se c’è necessità di una nuova griglia interpretativa, capace di cogliere i paradigmi della nuova società, i suoi nuovi perimetri e le sue nuove istanze, questo non significa che non esistano più le classi sociali, né che non ci siano più politiche di destra e politiche di sinistra.

I cambiamenti, semmai, sono stati nella composizione delle classi stesse. Trent’anni di globalizzazione, infatti, hanno modificato questo agglomerato inizialmente composto prevalentemente da operai, a cui si sono aggiunti progressivamente gli impiegati e i lavoratori del settore terziario.

Gruppi che vivono ai margini delle zone dove si produce ricchezza, in un’area grigia dove nessuno rappresenta più nessuno accomunati da bassi salari e da una crescente precarietà.

Il ruolo delle “classi sociali”, anche se mutato rispetto al passato non è scomparso né attenuato. Al contrario, di fronte all’incalzare della crisi sociale ed economica, si sta riproponendo come perimetro delle domande che emergono dalla società.

Spesso dimenticate, talvolta date per estinte, le classi si sono riaffacciate persino sulla scena politica americana dove il voto dei “colletti blu” è stato determinante per Obama, soprattutto in alcuni Stati chiave. Come in Ohio, simbolo della sua elezione, dove hanno sede stabilimenti Chrysler e molte aziende dell’indotto del settore automobilistico.

Anche in Francia il voto dei lavoratori è stato determinante. François Hollande e Nicolas Sarkozy aprirono il duello delle presidenziali con un inedito confronto proprio sulle classi medie e popolari, accusandosi a vicenda di non volerle tutelare. Ed è stato proprio il divorzio da quelle fasce di popolazione dell’ex Presidente francese a favorire il successo di Hollande e ad aprire al candidato socialista le porte dell’Eliseo.

Un esempio, in questo senso, è rappresentato anche dall’Italia. Nel nostro Paese, la partecipazione al voto è stata sempre alta, ma negli ultimi vent’anni la quota di voti inespressi è cresciuta in maniera costante e la composizione sociale dell’astensionismo si è andata sempre più caratterizzando da cittadini con relativa marginalità nel mercato del lavoro.

Ciò che sembra essere mutato profondamente è proprio il primato relativo del lavoro, la perdita di centralità politica rispetto all’insieme di conflitti che attraversano le società contemporanee.

Il lavoro, cioè, non è più il “pentagramma” della politica su cui sono scritti i “fini generali”, i partiti non affondano più le radici nelle fabbriche, i discorsi pubblici dei leader non ambiscono più a scandire il ritmo dei processi di produzione, non tentano più di coniugare il rapporto fra capitale e lavoro.

La perdita della centralità del lavoro ha reso meno rappresentativi i partiti, più fragili le istituzioni, più soli i lavoratori e persino più deboli le imprese. Non è un caso che da decenni, nel nostro Paese, manchi una vera politica industriale.

Il lavoro non è più l’unità di misura dell’interpretazione sociale ed economica che orientava le scelte delle grandi famiglie politiche del Novecento: ne hanno preso il posto politiche asincrone che hanno necessità di contabilizzare il consenso in tempi brevissimi.

I partiti del novecento potevano permettersi orizzonti e visioni di campo lungo, che avevano corrispondenza nei cicli di vita economici, mentre le insicure leadership del post-novecento hanno bisogno di un consenso che deve essere rendicontato in fretta. In settimane, se non in giorni.

Le organizzazioni politiche “impersonali” potevano mettere in campo scelte anche impopolari, mentre le leadership individuali e solitarie di oggi hanno bisogno costantemente di interpretare l’onda emotiva, assecondandola e alimentandone le pulsioni, anche quelle più retrive.

La fine della centralità del lavoro ha portato a non far più coincidere i cicli di vita economici e quelli politici. Col risultato che gli uni non dipendono più dagli altri e sono cresciuti gli spazi d’ingovernabilità della società e di vuoto di rappresentanza.


La crisi di senso
È l’assenza di una politica capace di “pensare in grande” che ha alimentato l’illusione di poter “fare società” senza “essere società”, senza cioè obiettivi condivisi e senza un qualsiasi conferimento personale, restituendo una solitudine globale che ha reso ogni singolo individuo inerte di fronte al suo futuro.

La crisi della politica ha prodotto “non senso”, un sentimento vissuto come un deficit di significati e significanti, di entropia di futuro, che si presenta con i sintomi di una vera e propria malattia: disorientamento, perdita di fiducia, apatia, malinconia.

Occorre far tornare la politica alla responsabilità delle scelte a favore dei cittadini, visti non più come strumento per raggiungere le istituzioni, ma come fine ultimo di azioni ispirate al bene comune, punto d’incontro di un interesse convergente, fondato sul valore intrinseco e intangibile della persona umana e declinato su una solidarietà condivisa.

Per risolvere la sua crisi, la politica deve fare, quindi, i conti con se stessa e ripensare gli oggetti della sua azione. Perché in tutte le sue forme, ideali o teoretiche, fenomenologiche o empiriche, conserva sempre una confluenza con l’agire, con la capacità di fare delle scelte, di creare idee.

Questa è la sfida ultima cui oggi è chiamata la politica: sapersi ricostituire in agenzia di senso. Facendola finita con la favola delle scelte tecniche neutrali, perché nemmeno la tecnica è neutra nel momento in cui agisce in una determinata direzione.


La rivoluzione dolce di Papa Francesco
E’ in questo scenario che si colloca la “rivoluzione dolce” di Francesco. Quella di Papa Francesco è una “rivoluzione” perché parla a quella parte della società, dalla voce inascoltata, che esprime un’ansia di rinnovamento e di riscatto. Lo fa con le parole e i gesti del quotidiano, rivolgendosi a donne e uomini (e non solo credenti) che hanno bisogno di nuovi luoghi dove trovarsi e nuovi orizzonti verso cui dirigersi per riemergere da quell’individualismo autoreferenziale, protagonista di questi anni.

Bergoglio parla a una società che vuole guardare, con maggiore attenzione, ai legami e alle responsabilità di ciascuno verso i propri simili, considerati non più soltanto come limite, ma anche come condizione irrinunciabile della libertà individuale. E nelle parole del Papa torna a prendere forma un’idea di società che si rafforza nelle sue vocazioni primarie: lo sviluppo di qualità, la sanità, l’assistenza ai più deboli, l’istruzione, l’attenzione al bene comune, la tensione a operare nella giustizia e a favore dell’interesse di tutti.

Un messaggio che invita la politica a misurarsi con se stessa, con i suoi modi di fare e di essere, nelle scelte che compie e nei modi in cui le realizza. E per rispondere a questa chiamata, alla politica più che un uomo forte occorre un pensiero forte, interprete all’altezza della società degli imperfettamente distinti.

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