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Per una convergenza di fattori sociali, istituzionali e comunicazionali, la personalizzazione del partito sta diventando un fenomeno strutturale delle democrazie contemporane. Una situazione che facciamo fatica a riconoscere, interpretare e accettare. Dobbiamo, invece, sforzarci di comprendere per contenere e disciplinare questo fenomeno; per imbrigliarlo nella volontà popolare, che deve restare il fondamento della democrazia

Nella sua storia bicentenaria il partito politico ha vissuto stagioni molto diverse. Rispetto agli altri attori dominanti sulla scena istituzionale moderna, ha cambiato spesso i propri panni, la propria anima, il proprio motore. Parlamenti, governi, giudiziario si sono certo anche loro trasformati. Ma a descriverne l’ossatura fondamentale, sono poche le novità dirompenti. L’impalcatura istituzionale liberale ha attraversato senza stravolgimenti la rivoluzione industriale e numerose rivoluzioni politiche, diverse guerre mondiali e civili e qualche atroce regime dittatoriale. Il partito politico, invece, ha subito continue evoluzioni. Assumendo, nei vari contesti e fasi storiche, forme estremamente differenti.

In questa straordinaria capacità di mutare sta una delle ragioni fondamentali del suo successo. Se la forza delle istituzioni liberali risiede nella stabilità, la forza del partito come istituzione cardine della democrazia consiste nella sua adattabilità. Per definizione e vocazione, il partito dovrebbe infatti incarnare il tramite principale tra le domande della società e le risposte dei governanti. E’ dunque comprensibile e auspicabile che anche nella sua forma il partito rifletta le principali trasformazioni che investono il corpo sociale. In questa luce, il partito notabiliare, il partito di massa e il partito pigliatutto – per citare tre passaggi chiave – sono innanzitutto lo specchio di radicali cambiamenti sociali. Così come profondamente innervata nella realtà – materiale e virtuale – del nostro tempo è l’evoluzione più recente, che ho chiamato "partito personale".

La migliore introduzione, dunque, al tema della personalizzazione del partito consiste nell’invito a guardarci intorno, a partire dalla società in cui viviamo. E a misurare il tasso di personalizzazione, nonché le varie modalità in cui si esprime. Se infatti il secolo passato era stato improntato alle grandi ideologie, mobilitazioni ed organizzazioni collettive, il nuovo millennio sembra avere adottato la bandiera dell’individualismo. Già a partire dagli anni Ottanta, con la rivoluzione thatcheriana e reaganiana nei paesi che fanno da traino alle svolte più importanti. Una rivoluzione anticipata, nella fenomenologia culturale, dalle analisi di Christopher Lasch, grande interprete della modernità prematuramente scomparso, che seppe leggere i caratteri originali del ritorno dell’individuo sullo scorcio del XX secolo: la sconfitta del progetto illuministico e la deriva narcisistica di un «io minimo».

Per comprendere, dunque, come si stia passando dal partito collettivo di massa a quello individualistico personale, è bene innanzitutto tenere i piedi ben piantati nei processi sociali profondi che viviamo. E che i partiti tendono a riflettere, molto più che a guidare. Saremo, così, meno sorpresi di ritrovarci, nel pieno della stagione individualistica della società, partiti che accentuano fortemente la tendenza a personalizzarsi. La spinta alla personalizzazione proviene, inoltre, da altre due arene fondamentali delle democrazie contemporanee. L’arena istituzionale e quella delle comunicazioni di massa.

Se la seconda metà del novecento era stata segnata dal predominio del parlamento come luogo di elaborazione e mediazione delle istanze sociali, l’equilibrio dei poteri si è andato sempre più spostando, agli esordi del nuovo secolo, verso la sfera esecutiva. L’attività legislativa avviene, oggi, prevalentemente ad opera del governo. Sia in maniera diretta, attraverso la decretazione d’urgenza e quella delegata. Sia indirettamente, attraverso la preponderanza di leggi ad iniziativa dell’esecutivo. All’interno del governo, inoltre, si è accresciuto enormemente il peso del presidente del consiglio nei confronti dell’organo collegiale. Da primus inter pares, quale era rimasto durante tutta la Prima repubblica, il Premier si è ormai affermato come il dominus indiscusso del processo decisionale. Uniformandosi a un modello già da tempo invalso nelle principali democrazie.

Il primato del Primo ministro si fonda su diversi fattori. Innanzitutto un potenziamento delle strutture organizzative e di coordinamento alle sue dirette dipendenze, che gli consentono un controllo tempestivo dei vari fronti di policy-making. In Italia, si è trattata di una vera e propria rivoluzione istituzionale, che ha posto rimedio alla endemica debolezza della Presidenza attraverso un processo di riforma iniziato negli anni Ottanta e consolidatosi attraverso diversi passaggi, soprattutto per iniziativa dei governi di centrosinistra. Non meno importante è il predominio di cui il Premier gode oggi nei rapporti con l’opinione pubblica. Anche in questo caso, si è trattato di un tardivo adeguamento dell’Italia al trend delle democrazie occidentali, e un ruolo importante è stato svolto da Silvio Berlusconi, con la sua capacità di catalizzare il dibattito – e lo scontro – politico sulla propria azione, e personalità.

La spinta mediatica a una rappresentazione personalizzata della scena politica non si esaurisce, tuttavia, nel perimetro di Palazzo Chigi. La colonizzazione mediatica della vita quotidiana è in strettissima simbiosi con la fenomenologia della leadership, la alimenta e ne è, a sua volta, costantemente alimentata. La media logic – dalla televisione al web – ha mutato drasticamente i circuiti della partecipazione e identificazione. Scalzando partiti e parlamenti dal loro presidio secolare della discussione, e monopolio della elaborazione. Al posto del logos collettivo come principio di identità, c’è l’irruzione dell’io: narcisistico, autoreferenziale, carismatico. Eroi, combattenti, perdenti: i leader sono gli interpreti obbligati di ogni narrazione mediatica. I campioni del consenso e dell’auditel alle cui sorti le democrazie del pubblico sono costrette ad affidarsi.

Per questa convergenza di fattori – sociali, istituzionali, comunicazionali – la personalizzazione del partito sta diventando un fenomeno strutturale delle democrazie contemporanee. Al punto che il sistema politico, nel suo complesso, si configura, ormai, come una «democrazia del leader» . Un regime che facciamo fatica a riconoscere, a interpretare. Ad accettare. Ma che dobbiamo, invece, sforzarci di comprendere. Per contenerlo, disciplinarlo. Imbrigliarlo nella volontà popolare, che ne deve restare il fondamento.

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