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La politica intesa come ricerca del bene comune attraverso i partiti, può consentire di superare l’attuale momento caratterizzato da una visione frammentata dei rapporti sociali che punta alla dissoluzione delle forme della democrazia rappresentativa. Per superare questa impasse bisogna costruire un sistema più moderno ma rispettoso del nostro edificio costituzionale

Le riforme istituzionali, su cui l’attuale governo ha molto puntato, sono un tema importante ma non risolutivo. Partiti e istituzioni, ormai consapevoli della non eludibilità delle stesse, si adoperano da anni nella costruzione di modelli alternativi, pur sapendo che il problema vero, non risolvibile certo solo con le riforme, è la crisi della democrazia e con essa della politica.

Sta di fatto che nel nostro Paese si assiste ad una spinta per “fare le riforme”; si è innescato un clima che, a fronte della lentezza dei processi di rinnovamento, porta una parte considerevole dell’opinione pubblica, a propendere per una soluzione, vorrei quasi dire: "qualunque essa sia". Anche per questo nel percorso parlamentare di questa legislatura, si vanno approvando riforme che sono senz’altro importanti, ma che in più di un caso, non sono forse le più necessarie e soprattutto potrebbero essere fatte meglio.

Come se la spinta, per molti versi emotiva, a chiudere le riforme da tempo sul tappeto, fosse un impedimento a coniugare due parole importanti: presto e bene.

Queste riforme inoltre, non hanno un nesso diretto con due aspetti che invece molto interessano la pubblica opinione: consentire delle economie nei costi della macchina statale e recare un vantaggio nella soluzione della crisi economica che tocca tanta parte della popolazione. Un fatto di cui tenere conto in vista della probabile onda di delusione che si potrebbe produrre.

Pur segnalando questi rischi ritengo si debba prendere atto della situazione provando, dall’interno, ad integrare quanto più possibile e soprattutto a tenere alto il tema di fondo della crisi della democrazia che chiede una mobilitazione complessiva dell’opinione pubblica, e quindi di ciascuno di noi. Lo sforzo è di costruire una democrazia matura, di dare nuovo volto e nuovo metodo a quelli che l’articolo 49 della Costituzione chiama partiti politici che ritengo necessari – comunque possano essere reinventati – perché il consenso e la partecipazione non vengano catalizzati unicamente da riferimenti verticali, personalistici o mediatici che siano.

Il fatto che si sia giunti ad un passo dalla approvazione definitiva del percorso delle riforme porta l’Italia verso una nuova dimensione istituzionale. Termina l’esperienza del bicameralismo perfetto, si riarticolano le competenze tra centro ed enti periferici, lo Stato torna ad esercitare una funzione di maggiore controllo anche dopo l’esperienza non entusiasmante del regionalismo del titolo V.

Si apre una nuova potenzialità per il sistema democratico ed è una occasione per confrontarsi. Sono tante le definizioni (democrazia rappresentativa, partecipativa, diretta, deliberativa), cui sottostanno altrettanti modelli, con cui vengono articolate le proposte di coloro che, oggi, analizzano la crisi delle istituzioni democratiche del nostro Paese. Si tratta di orientarsi e di scegliere. Le istanze di rinnovamento e di riforma, ormai cavalcate trasversalmente, hanno tante parole in comune: da un lato semplificazione dei procedimenti decisionali e legislativi e, dall’altro, riduzione degli organi rappresentativi. Ma verso quale democrazia dobbiamo andare?

Legge elettorale e sistema di rappresentanza
La legge elettorale costituisce la traduzione in termini normativi delle peculiarità di un sistema politico, della sua identità profonda, l’anello di congiunzione tra la sua configurazione attuale e le prevedibili esigenze della sua trasformazione. Fondamentale è che tenga conto dell’articolazione della sua composizione e del suo bacino di consenso, delle domande e delle spinte della società civile e della società nel suo complesso. Una legge elettorale non dovrebbe mai prescindere dalla individuazione degli attori sociali sui quali essa verrà ragionevolmente ad incidere, dalla determinazione delle linee lungo le quali gli interessi materiali e le ideologie si distribuiscono, dalle pari opportunità di genere. In buona sostanza, non esistono leggi elettorali “buone” o “cattive” a prescindere: ogni soluzione è, in astratto, possibile, a condizione che, preliminarmente, ci si chieda dove passino le linee dei rapporti sociali e quali siano le loro possibilità di componimento attraverso un percorso democratico.

Alcuni hanno anche proposto forme di democrazia diretta. Sebbene queste istanze rappresentino una comprensibile reazione all’autoreferenzialità in cui è scaduto un certo modo di fare politica, non si può non considerarne i limiti: primi tra tutti la demagogia e il populismo cui si aggiunge il rischio che una minoranza attivista decida per una maggioranza non abbastanza informata o attiva. Non bisogna infatti dimenticare che la democrazia diretta presuppone una altrettanto diretta conoscenza delle materie su cui ci si esprime e dunque strumenti e mezzi di approfondimento e di conoscenza dello stato reale delle questioni.

Il superamento del bicameralismo paritario è, forse, insieme alla necessità di ridefinire i rapporti tra lo Stato e le regioni, una delle riforme istituzionali maggiormente condivisa da tutti gli schieramenti.

Ciò che, invece, sarebbe stato auspicabile è l’effettivo superamento del bicameralismo paritario, con la sua trasformazione in monocameralismo puro. Tale sistema avrebbe consentito di imprimere una radicale svolta a tutta la dinamica costituzionale, senza stravolgerne le garanzie, ripartendo in maniera chiara le competenze residuali, accentrando in una sola Camera dei deputati la funzione legislativa e il conferimento della fiducia al Governo. Ma, come dicevo prima, prendiamo atto della situazione. Magari si poteva favorire un ampliamento delle competenze della Conferenza Stato-regioni e la sua esplicita previsione a livello costituzionale. In un’ottica di riforma costituzionale. Al di là di simili aspetti sostanziali ma un po’ tecnici rimane il tema di fondo.


Il governo della politica in alternativa al governo di un leader

Non si può ragionare di democrazia rappresentativa se non si ragiona di forme di partito e forme di governo. Così come non si può parlare di partiti se non parliamo di società e di tutte quelle realtà intermedie, di quei corpi sociali che costituiscono altrettanti fattori di formazione, di partecipazione, di socializzazione appunto. Mi rendo conto che è un tema alquanto trascurato. Eppure anche ai tempi di Internet e dei social, rimane del tutto valida la dinamica dell’incontro interpersonale, del rapporto di fiducia e di amicizia, del confronto delle idee, della costruzione del consenso a partire dalle stesse. È come se nella nostra società, l’avversione motivata per le ideologie, per le loro degenerazioni partitiche e correntizie, avesse convinto a liberarsi di tutto il fardello. Eppure per partecipare ci vogliono strumenti, per tutelare il lavoro, ad esempio, ci vogliono i sindacati, che certo debbono cambiare, debbono abbandonare abitudini e privilegi, ma è fondamentale che il lavoro sia tutelato da associazioni democratiche.

La fase che stiamo vivendo per un verso presenta aspetti deludenti, negativi, di sfiducia; per altro invece una grande opportunità dove, a partire dalle associazioni, dai luoghi di aggregazione, dai mille occasionali punti di incontro, può nascere una nuova stagione di partecipazione. Ed anche i partiti, pur essendo chiamati (ormai da tanti anni) a ridefinirsi, possono avere il loro ruolo, quello previsto dalla Costituzione all’art. 49.

La crisi dei partiti, che ha sollecitato in molti il desiderio di una politica senza partiti, va contrastata da un recupero di credibilità da parte di questi e da una maggiore capacità di captare e guidare il consenso.

Come alternativa ad un sistema politico basato su partiti che si costituiscono come scuole di democrazia, fucine della partecipazione democratica, trasparenti mediatori degli interessi particolari e generali, si è sviluppata negli ultimi anni l’idea di una leadership forte, legittimata perché investita di largo consenso. Una leadership cui si delega l’elaborazione degli indirizzi politici a vantaggio di una rapida definizione delle scelte possibili, ma al costo di una ridotta possibilità di controllo e di rappresentanza. Chi oggi propone il semipresidenzialismo tra le riforme da varare opta per questa seconda concezione della forma di governo, presupponendo l’irreversibilità del processo di frammentazione dei partiti e della loro non riformabilità, arrivando a mettere in discussione l’attuale forma di Stato.

A questa idea di leadership forte il recente affermarsi di movimenti nati dalla crescente insoddisfazione verso il sistema della rappresentanza parlamentare ha contrapposto l’idea di una polverizzazione della nozione stessa di leadership, alla quale sostituire il coagularsi del consenso in consultazioni anche quotidiane dell’intero corpo politico dei cittadini; consultazioni rese possibili dalle nuove tecnologie che consentirebbero il realizzarsi dell’ideale democrazia diretta senza bisogno della rappresentanza.

Questa polverizzazione della leadership sul medio-lungo periodo renderebbe inutile lo stesso Parlamento, in quanto l’ideale perseguito è quello dell’abolizione della rappresentanza: tale idea contrapposta al cesarismo del leader carismatico, finisce per fare un servizio ancor peggiore alla tutela delle garanzie costituzionali, in quanto non renderebbe nemmeno realmente identificabili i centri di potere cui imputare la responsabilità delle decisioni politiche, che sarebbero schermati da una democrazia diretta a competenza onnicomprensiva e proprio per questo in ultima analisi totalitaria.

Altro compito dei parlamentari, in questa delicata fase della nostra democrazia, deve essere quello di perseguire una forte riforma del Parlamento, a cominciare dal completamento della riforma dei relativi regolamenti: si pensi, oltre alla necessaria, indifferibile, necessità di razionalizzare tempi e modalità del procedimento di formazione delle leggi, alla razionalizzazione della disciplina sulla formazione e il funzionamento dei gruppi parlamentari, garantendo così una sempre maggiore rispondenza ai migliori standard europei. A questa dinamica europea è infatti legata – occorre ricordarlo – la stessa storia del parlamentarismo, una tradizione che deve riscoprire la propria nobiltà e trovare al proprio interno nuovi strumenti per garantire una più efficace rappresentanza delle diverse visioni del mondo e degli interessi contrapposti dei corpi sociali: in tal modo potrà rafforzare la propria legittimità e autorevolezza neutralizzando le derive totalitarie di segno tra loro opposto.

La politica, infine, individuata come ricerca del bene comune attraverso i partiti – che la Costituzione (non dobbiamo dimenticarlo) tratteggia come vere e proprie “cinghie di trasmissione” attraverso le quali le istanze e le aspirazioni della società civile vengono trasformate in proposte concrete – può consentire di superare l’attuale, non facile momento; il superamento di una visione frammentata dei rapporti sociali, da un lato rassegnata al disincanto e, dall’altro, compulsivamente indirizzata alla loro dissoluzione; la volontà, il desiderio di raccogliere la sfida che i nuovi tempi ci propongono, potranno consentire la costruzione di un sistema più moderno e, al tempo stesso, rispettoso di quel meraviglioso edificio che i nostri Padri costituenti hanno, con la lungimiranza dei Grandi, saputo costruire.

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