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Sul terreno della trasparenza del processo decisionale politico è possibile riconoscere un’istituzione estrattiva, che concentra potere e ricchezza nelle mani di pochi, da una inclusiva che tende a ridistribuire potere e ricchezza. Qualsiasi intervento che vuole rendere più efficienti le nostre istituzioni dovrebbe focalizzarsi su una vera riforma della politica. L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti in assenza di una chiara regolamentazione delle attività lobbistiche, non va in tale direzione.

Questo è un tempo di molti e diversi rischi. Più volte – muovendo dalla prospettiva sturziana, popolare e liberale, tipica dell’economia sociale di mercato – abbiamo ragionato su quelli che si celano dietro la «logica statalista» che assegna alla politica il monopolio sulla società. Oggi vorremmo sottolineare un fenomeno speculare, che – a ben vedere – di quella è figlio naturale e legittimo: si tratta della "logica neo-feudale" che declassa il ruolo della politica a guardiano degli interessi corporativistici delle lobby.

Lo squallore che ci offre la cronaca politica, sempre più prossima alla cronaca nera, testimonia il segnale preoccupante di un sistema opaco e intriso di conflitti di interesse che non solo non fa bene alla nostra democrazia, ma innesca il più classico dei circoli viziosi, per cui istituzioni politiche ‘estrattive’ generano istituzioni economiche della stessa natura che finiscono per perpetuare e rinforzare le prime, a danno della democrazia e dello sviluppo sociale ed economico. Il comune sconcerto e il senso di impotenza vanno ben oltre la (pur cruciale) tematica della trasparenza, finendo per incidere sulla qualità e sullo stesso funzionamento delle nostre istituzioni, sulla loro capacità di soddisfare i bisogni dei cittadini. Non a caso, è proprio sul terreno della trasparenza del processo decisionale politico che è possibile riconoscere un’istituzione ‘estrattiva’ (che concentra potere e ricchezza nelle mani di pochi) da una ‘inclusiva’ (che potere e ricchezza tende, al contrario, a ridistribuire).

Parlare di riforma delle istituzioni e della pubblica amministrazione senza porre alla base una ‘vera’ e ben calibrata riforma della politica (ovvero, dei partiti, del loro finanziamento e della legge elettorale) rappresenta un velleitario esercizio di vuota retorica, incapace di rompere quel circolo vizioso di cui il Paese è, da tempo, ostaggio.

A nostro parere c’è un campo nel quale, meglio di altri, è possibile cogliere l’essenza di tale discorso: quello della semplificazione amministrativa. Dagli anni Novanta ai giorni nostri, man mano che i partiti tradizionali si andavano frantumando sotto i colpi della corruzione e delle conseguenti inchieste giudiziarie, sostituiti da cartelli elettorali e partiti post-ideologici, fondati su invadenti leadership personali, il mito della semplificazione amministrativa è diventato il mantra di qualsiasi programma politico. Dopo tanti fallimenti, crediamo che la difficoltà di semplificare le procedure amministrative sia figlia dell’incapacità del sistema politico di gerarchizzare il quadro degli interessi confliggenti attraverso il loro bilanciamento e la scelta di precise priorità politiche.

La gerarchizzazione degli interessi comporta, infatti, l’assunzione di responsabilità e l’eventualità che si perda consenso. Tali scelte, attraverso un trasparente processo legislativo, dovrebbero trovare la propria traduzione nelle leggi e, con riferimento al caso concreto, nell’attività posta in essere dalla pubblica amministrazione nel rispetto del principio di legalità.

Proprio la degenerazione del quadro politico e l’incapacità di assumere precise scelte di indirizzo politico, in un contesto istituzionale che non garantisce né la responsabilizzazione sui risultati, né il pieno controllo democratico da parte dei cittadini, sono alla base dell’espansione incontrollata della discrezionalità (e spesso ‘parzialità’) della pubblica amministrazione e della proliferazione dei centri di potere burocratico che bloccano il Paese,minando la certezza del diritto e dando luogo a gravi forme di disparità di trattamento nell’accesso ai servizi pubblici.

Il costo del non decidere, integralmente a carico dei cittadini e delle imprese, corrisponde dunque al dividendo ‘neo-feudale’ del non decidere che, per il sistema politico, si traduce nella conservazione del potere a vantaggio di pochi e a discapito dei molti. Una forma di irresponsabilità politica che produce effetti devastanti non solo in termini morali, ma anche sul fronte economico, rendendo l’Italia più povera e più inerme nei confronti dei competitori internazionali, nonché incapace di attirare gli investimenti stranieri; è questa, peraltro, una potente concausa della mancata crescita nel nostro Paese.

Al contrario, all’interno di un contesto istituzionale inclusivo, semplificare significherebbe individuare, attraverso un trasparente processo decisionale politico, un determinato bilanciamento tra tutti gli interessi in gioco che, una volta recepito in una legge, l’amministrazione sarebbe chiamata a realizzare in riferimento al caso concreto, con gli strumenti che le sono propri. Qualsivoglia intervento nella direzione di rendere più efficienti le nostre istituzioni, perciò, dovrebbe focalizzarsi su una vera riforma della politica, dei suoi processi decisionali e delle sue relazioni con i portatori di interesse.

L’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, così come è stata realizzata, in assenza di una chiara regolamentazione delle attività lobbistiche, non va affatto in tale direzione. Così com’è, essa non potrà che aggravare quel circolo vizioso che, rendendo opaco il processo decisionale, incide sulla macchina amministrativa, alimentando il germe estrattivo del nostro sistema istituzionale a discapito dei cittadini, delle imprese e di un equilibrato sviluppo.

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