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I partiti e la democrazia nelle mani dei leader

La storia del 900 si specchia nella storia dei partiti. Grandi obiettivi, grandi masse, grandi partiti. Ma ora, come mestamente riconosce Carlo Buttaroni nel suo pezzo, progettare grandi mete non si addice ad un pensiero debole. Debole. Ecco, appunto: obiettivi deboli, masse indebolite, partiti debolmente organizzati. La scorciatoia diventa la figura del leader, che in sé sussume le idee del partito e l’atteggiamento verso la politica nazionale. Il leader sa mobilitare anche la base: serviranno ancora le sezioni di partito? Basterà un comitato elettorale e tutto si risolve.

Se contiamo, nella sola esperienza italiana degli ultimi vent’anni, i partiti e le liste nati per sostenere leadership, personalità, fuoriusciti, cacciati e famosi, ci accorgiamo di un lungo elenco. E di qualche fallimento. Ma questa è la logica della democrazia ai tempi del turbocapitalismo: uno su mille ce la fa. Chi ce la fa rafforza la logica perché dimostra che le capacità sono sempre valorizzate. Chi non ce la fa rafforza ugualmente la stessa logica perché dimostra che il gioco è selettivo e occorre avere il talento. Nel nostro caso il carisma. Riprendiamo Max Weber e capiamo che non siamo fuori dal mondo: il carisma è sempre stato una fonte del potere politico. Ma è sufficiente per risolvere i grandi drammi (quelli sì, rimangono grandi) della nostra epoca? Il leader, come argomentiamo in questo dossier, è uno strumento formidabile nella raccolta dei voti, ma rischia di essere debole nella gestione della faticosa quotidianità.

Carlo Buttaroni spiega con intelligenza questo passaggio dei partiti, che se prima erano esperti nel rafforzare i diritti, ora lo sono nel sintonizzarsi sulle pulsione dei cittadini: attraverso identità più rarefatte. Queste deboli entità provocano una altrettanto debole capacità politica, una vera incapacità – nelle parole di Flavio Felice e Fabio Angelini – che ci porta a logiche neo feudali che declassa la politica a guardiano degli interessi corporativistici. D’altra parte è cambiato lo scenario: lo spiegano con brillante sintesi Luca Grion e con magistrale argomentazione Giovanni Bianchi nei loro rispettivi pezzi.

La democrazia, ci racconta in particolare Giovanni Bianchi, entra nella stagione dei populismi. Ecco, il populismo: la faccia più ingombrante dell’esperienza di ogni leadership carismatica, questo volere un diretto e privilegiato rapporto con le masse. La ricerca di questo rapporto fa saltare tutte le fasi intermedie, compresa l’organizzazione tipica del partito di massa. Peraltro proprio l’articolo di Vincenzo Menna rimanda ad uno scenario di crisi di legittimità e di credibilità del partito di massa, che cambia forma. Ecco allora il pezzo di Paolo Ferrari, da cui prendiamo a prestito il titolo e l’argomentazione principale. Non dobbiamo stupirci per il cambio di paradigma, dobbiamo però distinguere quando si promuove il partito nella forma del leader (caso inglese) e quando invece si promuove il leader nella forma del partito (caso italiano). Occorre allora prendere atto che le cose cambiano, non necessariamente in peggio: occorre cambiare insieme a loro per mantenere i valori nei quali crediamo.

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