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Non vi è alcuna speranza a poco prezzo. Nessuna retorica dell’ottimismo, tecnologico e neppure religioso, è sufficiente di fronte al travaglio esistenziale e antropologico che stiamo sopportando. Solo un lavoro inaudito di riforma esistenziale e di rivoluzione culturale globale potranno aiutarci a scoprire nel fondo delle nostre angosce l’alba di un nuovo inizio

La paura non è una delle diverse emozioni che travagliano di continuo il cuore dell’uomo, essa in un certo senso ci costituisce nella nostra condizione mortale. L’essere umano su questa terra è sempre chiamato a confrontarsi con la propria finitezza, con la propria morte appunto, e quindi con l’angoscia di annientamento, che essa porta con sé. Anzi Hegel ci insegna, nella Fenomenologia dello Spirito, che lo sviluppo dell’autocoscienza procede solo mediante lo sperimentare e il superare il terrore della morte.

La paura cioè, in tutte le sue tonalità, non viene solo dal mondo esterno e dai suoi infiniti pericoli, ma intride di sé il fenomeno della coscienza umana in quanto tale. Eugen Drewerman perciò scrive giustamente: “Diversamente da come la pensano la psicanalisi e l’etologia, l’angoscia non colpisce l’uomo solo dall’esterno, ma fa essenzialmente parte di lui; essa è il riflesso soggettivo del fatto di avere una coscienza e di essere liberi”.

Da ciò deriva che tutti gli sforzi creativi di tutte le civiltà umane scaturiscano da un confronto continuo, da una lotta incessante contro la paura, come ha cercato di dimostrare, ad esempio, Jean Delumeau nel suo celebre studio Paura in Occidente, dove appunto prova a leggere l’intera storia dell’Occidente alla luce del millenario tentativo di esorcizzare la paura.

Credo però che il nostro tempo possegga, anche sotto questo aspetto, caratteri inediti, in quanto gli uomini di oggi è come se dovessero fronteggiare direttamente, senza filtri intermedi, e quasi subito da giovanissimi un’angoscia di totale annientamento, è come se tutte le paure che da sempre si sovrastrutturano sopra l’angoscia fondamentale, e cioè, ad esempio, la paura dell’insuccesso, della gente, delle malattie, dell’amore, del fallimento, della miseria, e così via, fossero subito risucchiate nell’abisso sottostante, che ci porta a percepire con terrore l’annientamento del senso stesso della vita. Penso, in altri termini, che uno dei significati esistenziali e spirituali del nichilismo, inteso come epoca, sia proprio questo scontro immediato e diretto che ognuno di noi è costretto a vivere con la paura del nulla, dell’assoluta insignificanza della vita.

Il grande psichiatra Viktor Emil von Gebsattel poteva perciò rilevare già negli anni ’60: “L’angoscia ha cessato di essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato presentimento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia, che da cento anni cresce vertiginosamente, ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”.

Di fronte a questa emergenza, che poi manifesta i suoi effetti distruttivi in ogni ambito della vita sociale, dalla depressione endemica alla denatalità, dai rigurgiti razzistici ai neofondamentalismi religiosi, dovremmo intervenire con un immenso e nuovo progetto educativo: dobbiamo cioè ripensare la natura e la struttura della nostra umanità, impregnata di paura, per aiutarci uno alla volta ad attraversare questa crisi antropologica in senso evolutivo.

Ciò comporta innanzitutto una maggiore conoscenza personale delle nostre paure, dobbiamo imparare a riconoscerle con cura, a non rimuoverle, a non fare finta che non esistano, dobbiamo cioè uscire dal consueto mascheramento sociale delle nostre emozioni, che ormai non fa che accrescere a dismisura l’angoscia e il soffocamento di tutte le anime. Henri Nouwen, proprio come direttore spirituale, sostiene: “In noi vi è tanta paura, tanta angoscia. Paura della gente, paura di Dio e tanta nuda e indefinita angoscia. (..) Quando entriamo alla presenza di Dio e cominciamo a percepire l’immensa riserva di paura che è in noi vorremmo fuggire rifugiandoci nelle tante distrazioni che il nostro mondo affaccendato ci offre in abbondanza. Ma non dovremmo aver paura delle nostre paure: possiamo affrontarle, metterle in parole, gridare a Dio e portare le nostre paure alla presenza di Colui che dice: Non temere, sono io”.

Contattare, riconoscere, e dare nome alle nostre paure è cioè il presupposto anche di un contatto reale, e cioè veramente realizzato, con il mistero di Dio, come quasi tutti i Salmi ci testimoniano. Oggi ciascuno di noi, uomini e donne di questo tempo estremo, finale e iniziale contemporaneamente, siamo chiamati a riconoscere fino in fondo tutte le emozioni distruttive che ci abitano, per aprirci radicalmente all’azione liberatrice della preghiera, della contemplazione, dell’invocazione, della richiesta di aiuto al Signore della vita.

Non sussiste cioè alcuna speranza a poco prezzo ormai, nessuna retorica dell’ottimismo, tecnologico e neppure religioso, è sufficiente di fronte al travaglio esistenziale e antropologico-culturale che stiamo sopportando. Solo un lavoro inaudito di riforma esistenziale e di rivoluzione culturale globale, come lo stesso Papa Francesco ribadisce con forza nella sua ultima Enciclica, potranno aiutarci a scoprire proprio nel fondo delle nostre angosce, ben attraversate, l’alba di un nuovo inizio.

Non è poi questa la dinamica paradossale della salvezza che celebriamo a Paqua? E quindi non è solo questo faticoso dinamismo di passione, paura, morte e rinascita il cuore dell’unica speranza che non delude?

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