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Si può combattere la paura solo recuperando una identità certa; quell’identità colpevolmente smarrita e sacrificata sull’altare di un laicismo cieco. L’Europa potrebbe ancora rialzarsi se avesse il coraggio di guardare alla profondità delle sue radici che che hanno inventato gli ospedali, le università, l’attenzione per gli ultimi, il diritto e la giustizia, la solidarietà e la fratellanza

L’Europa ha paura. E l’Italia pure. Già alcune settimane fa il CENSIS ci aveva informato che più di otto milioni di italiani, dopo le recenti stragi del terrorismo, avevano cambiato uno o più comportamenti abituali per paura. Per paura hanno rinunciato a viaggi, a visite in luoghi percepiti come pericolosi, ad eventi pubblici oppure hanno cambiato modalità di trasporto o altro ancora.

Alcuni osservatori sostengono che persino il Giubileo della misericordia registra un calo di presenze per paura. E oggi, a poche giorni dalle devastanti immagini di Bruxelles, ancora di più ci interroghiamo sul terrore. Ma io voglio porre una questione. C’è da chiedersi se questo clima di terrore e di catastrofismo sia completamente imputabile ad un terrorismo sanguinario, che grazie ad un meccanismo tipo roulette russa impazzita ci rende tutti casuali bersagli e quindi tutti nudi, drammaticamente vulnerabili e privi di certezze oppure se tutto ciò non fa che esaltare la fragilità di un mondo tecnoliquido, già di per sé privo di mappe e di riferimenti, immerso in un narcisismo esasperato e senza sostanza, dominato da un cupo individualismo che ha frantumato in profondità i network della solidarietà a favore degli impalpabili network telematici.

Ho già sostenuto, e lo ripeto, che la drammaticità delle stragi, che hanno colpito al cuore proprio le nazioni apparentemente più evolute secondo i canoni della postmodernità e proprio nei luoghi di aggregazione più significativi, al di là di altre considerazioni, è infatti resa ancora più evidente dallo smarrimento già immenso della società tecnoliquida.

Le immagini dell’aeroporto di Bruxelles, il luogo più blindato d’Europa, sono impietose, ma forse rendono ancora più evidente la debolezza e la fragilità di una Europa vecchia, priva di identità e vulnerabile. Peraltro a questo dobbiamo aggiungere le innumerevoli fonti di paura che riguardano l’incontrollabilità degli eventi economici: lo Stato può fallire, ma la tua banca, quella che fino ad un giorno fa ti apriva le porte, fallisce all’improvviso, rendendoci tutti inermi. La percezione dell’incontrollabilità della nostra vita e del fatto che siamo inermi dinnanzi ad eventi che improvvisamente possono cambiare radicalmente la nostra esistenza alimenta inevitabilmente la paura. E se pensiamo al futuro nostro e dei nostri figli, quanto pessimismo! Insomma il terrorismo e le sue stragi si radicano in un contesto già di per sé smarrito e incerto. L’Europa ha paura. Piange, come la Mogherini ha mostrato con le sue lacrime in occasione dei tragici fatti di Bruxelles.

Ci si chiede: come reagire? Come reagire al terrore e alla paura? Alcuni suggeriscono reazioni muscolari e manifestano intenti bellicosi: identificare un nemico e scendere in guerra. Altri reagiscono con appelli a non cedere, a non modificare i comportamenti. Altri ancora esorcizzano la paura con riti collettivi, concerti, gestualità consolatorie, catene di post e di tweet ricche di frasi evocative e forse patetiche. Ma io credo che si possa combattere la paura solo recuperando una identità certa, quell’identità colpevolmente smarrita e sacrificata sull’altare di un laicismo cieco. Si, perchè, secondo me, l’Europa potrebbe ancora rialzarsi. Potrebbe rialzarsi se avesse il coraggio di guardare alla profondità delle sue radici, quelle radici che hanno inventato gli ospedali, le università, l’attenzione per gli ultimi, il diritto e la giustizia, la solidarietà e la fratellanza, quelle radici che ancora inventano l’economia di comunione, il valore della persona, l’accoglienza e la bellezza della vita, quelle colossali radici cristiane che hanno la pretesa di fondare una società autenticamente umana.

E’ questo il coraggio a cui appellarsi: riscoprire la forza e la potenza creativa delle nostre radici, superando l’usura esistenziale della postmodernità per guardare al futuro dell’umanità.

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