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La paura costituisce una moneta preziosa dal punto di vista politico. Troppo redditizia, negli ultimi anni, per non trovare partiti e leader pronti a veicolarla. A cavalcarla e a rappresentarla nel tentativo di trasformarla in consenso. Anche a costo di solleticare le pulsioni più basse della popolazione

Ha un suo mercato, la paura. Un mercato: con i suoi imprenditori, pronti a raccoglierla, darle voce. La paura, abbiamo detto, ma sarebbe meglio dire le paure, perché sono diverse le fonti di inquietudine che attraversano l’Europa e il nostro paese. In questa fase e nel recente passato. In Italia, abbiamo assistito ad almeno tre grandi ondate, negli ultimi dieci anni.

1) La prima ondata si verifica tra il 2007 e il 2008. Sono gli anni della grande emergenza criminale. L’insicurezza ha un solo volto, nel dibattito pubblico, mediatico e politico: quello della minaccia rappresentata dai reati alla persona e alla proprietà, in connessione al fenomeno dell’immigrazione. Le paure dei cittadini crescono, attorno a questi temi. Pur in presenza di una curva dei reati sostanzialmente "piatta", che non delinea un effettivo deterioramento delle condizioni di vita. E al di là di gravi episodi di violenza, spesso con protagonista lo straniero, che suscitano grande clamore e ottengono grande visibilità in tv. Tutto questo sebbene altre paure, altre fonti di insicurezza, legate ai fenomeni globali e all’economia, continuino ad essere collocate dai cittadini in cima alla lista delle paure. Il progetto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, curato da Demos&Pi e dall’Osservatorio di Pavia, per la Fondazione Unipolis, nasce, proprio nel 2007, con l’obiettivo di restituire il tema della (in)sicurezza alla sua multidimensionalità. Incrociando fra loro realtà, percezione (dei cittadini) e rappresentazione (mediatica).

2) Negli anni successivi, la ricerca certifica come siano le paure di tipo economico, connesse in primo luogo alla mancanza di lavoro, a prendere progressivamente il sopravvento. Riverberandosi, però, su tutte le altre fonti di insicurezza presenti nella società. É la seconda delle tre grandi ondate di paura che investono l’Italia. In questo caso, non solo l’Italia. Essa coincide con gli anni della grande crisi, che si traduce in grande incertezza. Essa si espande ad ampi settori della società e tocca il suo apice tra il 2012 e il 2013. Anni nei quali alla precarietà del quadro economico, e alla crescente insicurezza sociale, si associa l’instabilità del quadro politico, che riflette e allo stesso tempo amplifica un senso di disorientamento più generalizzato. Il mercato elettorale vede affermarsi un nuovo assetto tripolare che, in seguito alle Politiche 2013, dà luogo ad un Parlamento bloccato, che impiegherà mesi per dare vita ad un governo, e ancora di più per trovare un suo equilibrio. In questo senso, l’Italia fa da battistrada a fenomeni oggi visibili un po’ in tutto il continente, attraverso l’affermazione di attori politici che sfidano la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Ma, al contempo, miscelano posizioni e programmi di (estrema) destra ed (estrema) sinistra. Formazioni spesso accomunate dalla categoria del populismo, che offrono rappresentanza ai perdenti della grande crisi, dando voce alle loro paure.

3) La terza ondata riguarda soprattutto l’ultimo anno. Anche in questo caso, investe tutta Europa. É la Francia a fare da epicentro alle nuove paure globali che da Parigi – per ben due volte bersaglio del fondamentalismo islamico – si espandono a tutto il Vecchio continente. Soprattutto verso Nord, verso la Germania e il Regno Unito, dove i temi del terrorismo e dell’immigrazione scalano posizioni fra le emergenze segnalate dalle persone. Basti pensare che ben il 21% dei cittadini britannici e addirittura il 44% dei tedeschi, all’inizio del 2016, indicano l’immigrazione come questione di prioritario rilievo. I paesi dell’Europa meridionale sono caratterizzati da uno specifico scenario, nel quale i temi di tipo economico e occupazionale sono ancora al centro delle preoccupazioni espresse dai cittadini. Si tratta, del resto, delle realtà dove gli effetti della crisi si sono fatti sentire maggiormente, intrecciandosi – come detto – ad un crescente scollamento tra cittadini e istituzioni, tra società e politica. Il peso crescente delle minacce globali, tuttavia, è ben visibile anche nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. E anche in Italia.

Sono, infatti, proprio le paure la cui origine (e la cui spiegazione) supera i confini nazionali a veder crescere il proprio peso. La distruzione dell’ambiente e della natura (58%), la sicurezza dei cibi che mangiamo (50%), la globalizzazione (36%). Ma anche lo scoppio di nuove guerre nel mondo (45%). E, ancor più, il terrorismo, che lievita in modo evidente: dal 29% del novembre 2010, la paura di attentati sale al 37% nel gennaio 2015, per poi raggiungere il 44% all’inizio del 2016.

Le reazioni dei cittadini, in questa fase, sono soggette a oscillazioni rilevanti, e spesso repentine, rispetto alle valutazioni sulla presenza straniera e sulla gestione dei flussi in ingresso. Oscillazioni dettate dai già citati episodi di violenza – secondo alcuni veri e propri atti di guerra – che vanno in scena nelle capitali europee – Parigi prima, Bruxelles poi. Ma anche dalla configurazione di un quadro geopolitico internazionale sempre più instabile, segnato dai conflitti in Africa e in Medio Oriente, che spingono verso le nostre coste un nuovo esodo di profughi e disperati. L’atteggiamento verso l’immigrazione, per questo, muta più volte, nell’arco di pochi mesi.

In particolare, l’inquietudine cresce, nella prima metà del 2015, insieme agli atteggiamenti di maggiore chiusura. Poi l’opinione pubblica "svolta", rapidamente, nel corso dell’estate, nel pieno dell’emergenza umanitaria nel Mediterraneo. L’evoluzione di due indicatori illustra chiaramente questa tendenza. A settembre 2015, il 61% degli italiani, interrogati in merito alla gestione degli arrivi sulle coste italiane, afferma di prediligere la logica dell’accoglienza, quando, pochi mesi prima, la maggioranza assoluta preferiva la strategia dei respingimenti in mare (51%). Più in generale, la quota di persone preoccupate dall’immigrazione scende al 35%, dopo avere superato il 42% a giugno. I mesi successivi, tuttavia, vedono gli indicatori rilevati da Demos crescere nuovamente.

La paura dello straniero – è il caso di precisare – non si traduce automaticamente in intolleranza, discriminazione, volontà di esclusione. Lo stesso Osservatorio sulla sicurezza conferma la grande disponibilità degli italiani verso la concessione dei diritti ai nuovi arrivati: diritti di cittadinanza, di partecipazione politica, di accesso ai servizi. La paura, ciò nondimeno, alimenta la diffidenza, porta ad erigere nuovi muri, a tracciare (nuovi e vecchi) confini: tra noi e gli altri. A mettere in discussione gli spazi di convivenza costruiti nel corso del tempo. Come nel caso dell’Ue, sempre più in difficoltà nel preservare uno dei principi cardine sui quali è stato costruito il progetto (e l’identità) europea: la libera circolazione delle persone.

Ma la paura costituisce, al contempo, una moneta preziosa, dal punto di vista politico. Troppo redditizia, negli ultimi anni, per non trovare partiti e leader pronti a veicolarla. A cavalcarla. A rappresentarla. Nel tentativo di trasformarla in consenso. Anche a costo di solleticare le pulsioni più basse della popolazione. Al fine di preservare le proprie quote, nel mercato della paura. Che finisce così per sovrapporsi, per larga parte, con il mercato elettorale.

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