Proponiamo l’intervista realizzata a Don Fabiano Longoni, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Conferenza Episcopale Italiana, che ci offre un quadro ricco ed articolato del valore e del significato dell’impegno concreto della Chiesa per una finanza più etica, attenta allo sviluppo dei popoli e delle nazioni

Il Vangelo non demonizza il denaro, ma lo presenta nell’ambivalenza e ambiguità dell’uso che se ne fa. Può essere utilizzato bene, per compiere atti di giustizia e opere di carità. Gesù invita Pietro a pagare la tassa al tempio e inchioda i farisei, che lo tentano sul tributo a Cesare, a tener fede alle proprie responsabilità sociali; annuncia la salvezza a Zaccheo che condivide i suoi beni con i poveri. Come è possibile trovare un equilibrio rispetto all’uso del denaro? Quali stili di vita, quali virtù sociali sviluppare per un “usare bene il denaro”?

Certamente. Dal punto di vista della dinamica dell’Insegnamento morale, specie di quello sociale, la Chiesa si rifà a due criteri fondamentali. Il primo è quello di non arricchirsi rendendo il Denaro un altro Dio, un idolo, accumulando senza scopo le risorse e i beni e divenendone pertanto schiavo. Non si possono avere due padroni, dice Gesù (cf.: Mt 6, 24; Lc 16, 13). Il secondo criterio, collegato al primo, possiamo identificarlo con l’espressione: ‘se possiedi, hai per dare’, indica – in altre parole – di utilizzare il denaro in modo relazionale, come occasione di sviluppo personale e altrui; non solo, così facendo si continua l’opera della creazione favorendo il lavoro, la maturazione delle qualità delle persone e della innovazione creatrice di speranza. In sintesi estrema, il denaro diventa strumento messo a servizio del bene comune. Se una persona – attraverso la sua attività – crea impresa, investendo in modo intelligente, facendo diventare i mezzi posseduti un’occasione di redistribuzione fattiva secondo la prospettiva evangelica, opera per il bene della comunità, mette a frutto i suoi talenti, moltiplica i suoi amici.

In sostanza, la Chiesa critica un uso del denaro fine a se stesso, il fatto cioè che il denaro da mezzo si trasformi in fine. E l’avidità, come lo stesso Papa Francesco ci ha ricordato, è un peccato con ricadute sociali enormi. La finanza puramente usata a fini speculativi può essere considerata a tutti gli effetti “una struttura di peccato” che produce atteggiamenti e conseguenze negative anche per chi investe. La finanza, tradendo il suo fine che è favorire lo sviluppo, diventata fine a se stessa, ha generato una crisi economica devastante, raggiungendo una forma di avidità assoluta.



L’interesse pastorale della Chiesa per i problemi finanziari è collegato al suo dovere “tradizionale” di rapportarsi alla ricchezza in termini coerenti con il Vangelo, ma anche all’esigenza di tracciare giudizi sotto il profilo etico e di fornire orientamenti rispetto ai cambiamenti nel mondo economico e finanziario vedendone le implicazioni sociali. In questo ambito quali sono i concetti chiave proposti dalla DSC per rendere più umana l’economia e la finanza?


Prima di tutto la DSC ci aiuta a operare una distinzione tra crescita e sviluppo. La critica che Papa Francesco (Evangeli Gaudium, n. 54)  fa alla cosiddetta tesi della “ricaduta favorevole” di Alan Blinder, per cui – come ci dicono gli economisti – importante è accrescere le dimensioni della torta (PIL) senza preoccuparsi del taglio delle singole fette, ci dice che se è vero che la povertà assoluta è diminuita, sono però cresciute le disuguaglianze. Una vera crescita deve pensare che il suo fine è lo sviluppo integrale, per cui tutti siamo responsabili di tutti. In una ipotetica moltiplicazione nessuno dei moltiplicatori deve essere zero, altrimenti – anche un bambino lo capirebbe – tutto il prodotto diverrebbe zero. Il bene comune – ci dice la Chiesa – è credere che nessuno di coloro che operano in economia vale zero, ma tutti sono importanti, fondamentali. il bene comune non corrisponde alla crescita del benessere materiale (PIL). La finanza è uno strumento per lo sviluppo quando è attenta alle esigenze delle persone, delle famiglie, delle imprese e dei popoli. San Bernardino da Feltre affermava che ‘la moneta movimentata diventa capitale’ (più precisamente: “moneta potest esse considerata vel rei; vel, si movimentata est, capitale”). La finanza è positiva quando rispetta il suo fine, quando sostiene l’economia reale.

Del resto, chi fa finanza è chiamato a saper scegliere. Recentemente il Presidente della BCE, Mario Draghi, in un discorso tenuto alla camera dei deputati, ha sottolineato come il fattore chiave per fare crescere la produttività è la riallocazione delle risorse. In sostanza, secondo il qualificato economista, bisogna far crescere le imprese ad alta produttività e ripensare in generale il modo in cui vengono riallocati i finanziamenti. Questo significa aiutare le persone ad avere le competenze adeguate per essere occupate. L’ex Governatore di Bankitalia dice che: “in alcuni Paesi le imprese sono ostacolate dalla regolamentazione e da un trattamento fiscale penalizzante che scatta oltre certe soglie”. E insiste: “in Italia vi è un alta concentrazione di microimprese in cui la produttività è nettamente inferiore alla media; vi contribuiscono regolamentazioni che le incentivano a rimanere piccole”. Al contrario, bisogna aiutare le piccole imprese a diventare più produttive, attivando sinergie e reti produttive più adeguate.

Come è noto, infatti, la struttura produttiva italiana è ancora molto frammentata. Secondo i più recenti dati tratti dalla relazione del Garante per le micro, piccole e medie imprese (Mpmi), “Ci sono oltre 190.000 imprese che si internazionalizzano (le stime per il 2016 ne indicano circa 211.000), che affrontano la crisi con una strategia più aggressiva e non difensiva; più di 13.300 imprese estere localizzate in Italia, di cui 12.500 (il 94% del totale) sono Mpmi che vedono il nostro Paese come una opportunità, alimentando e sostenendo le nostre filiere produttive; circa 3.500 medie imprese con fatturato compreso tra 15 e 330 milioni e con livelli di produttività superiori alle analoghe presenti nei principali paesi europei (Germania, Regno Unito, Spagna); circa 3.300 start­up innovative; circa 9.700 imprese in rete attraverso i quasi 2.000 contratti al 31 dicembre 2014, che vedono nell’ aggregazione il superamento dei limiti dimensionali; le imprese ‘diversamente’ finanziate che hanno trovato alternative al capitale di debito di origine bancaria: 57 imprese quotate all’Aim di Borsa italiana, 92 operazioni di Mini­bond e più di 200 operazioni di Venture Capital nel 2014; circa 200 ‘Campioni nascosti’, ossia imprese di piccole e medie dimensione innovative e internazionalizzate, generalmente mono­prodotto e mono­mercato (in cui sono leader di nicchia sul fronte estero)” .

Secondo la prospettiva della DSC, è molto importante fare rete; la rete nasce dal bisogno e si fa risposta al bisogno connettendo imprese poste a competere in un mercato sempre più vasto e complesso dove queste, nonostante le loro ridotte dimensioni, hanno saputo/dovuto affacciarsi per sopravvivere. Il problema allora non è ‘fare rete’, ma il riscoprire dentro l’agire imprenditoriale i tratti comuni di questa azione e, dunque, ‘sentirsi rete’, ‘essere rete’. La DSC dice di sostenere questo essere/sentirsi rete per puntare su un’economia relazionale, che lavora con e per, che sia capace di realizzare sinergie tra imprenditori, puntando sull’innovazione e la conoscenza. Solo così si potrà creare sviluppo.

"Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Lo rende un servo”. Così si è espresso Papa Francesco nel discorso pronunciato lo scorso 28 febbraio davanti a 7 mila soci della Confcooperative, dopo aver citato Basilio di Cesarea, Padre della Chiesa del IV secolo, che diceva "il denaro è lo sterco del diavolo". Cosa le suggerisce questo monito?

Il Papa vuole dare un messaggio forte. Vuole dire a chi opera nel settore della cooperazione – sul versante del cattolicesimo italiano – che bisogna riprendere i fondamenti, non citarli soltanto. E l’invito a ripartire dai fondamenti non è casuale. La DSC va applicata, incarnata. È uno strumento in chiave storica che ci consente di passare all’azione concreta e che la orienta. La necessità di non perdere i fondamenti è un richiamo al realismo storico, che intreccia pensiero e azione. La cooperazione, quindi, che ha una grande storia e tradizione in Italia va ripensata, per far sì che torni di nuovo a mettere insieme, a realizzare sinergia. È recente la notizia di lavoratori delle banche popolari che spingono – anche a seguito delle riforma – per diventare azionisti: essi vogliono partecipare al destino delle loro banche, vogliono dare corpo a nuove forme di democrazia economica. Ricordo che l’articolo 46 della Costituzione è ancora, sostanzialmente, inapplicato, in Italia. È necessaria, a tal fine, una legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Vorrei, poi, ricordare che in Olanda, Francia e Austria ci sono banche a voto capitario e che in Germania il governo ha investito tantissimo sulle Volksbanken (Banche Popolari), nella convinzione che si trattasse di un pilastro essenziale per lo sviluppo del territorio. In sostanza, la partita in gioco è quella della salvaguardia del diritto di libertà di impresa a fronte dell’adeguamento succube all’attuale sistema anarco-capitalista.

In questa stessa occasione Papa Francesco ha osservato come “il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale”. Quale ruolo può avere la cooperazione bancaria rispetto allo sviluppo dell’esperienza cooperativa e nel non profit in generale?

La cooperazione – insieme ad altri – è uno dei temi, dei campi di applicazione della DSC che consente di valorizzare il lavoro, di esercitare la responsabilità sociale, di sviluppare il territorio, di venire incontro alle necessità delle famiglie, dei giovani che iniziano una attività. Vorrei, però, dire con chiarezza che il successo di un’istituzione bancaria o di un’impresa dipende dall’etica e dalla capacità della classe dirigente. È evidente che solo i dirigenti con una adeguata formazione spirituale – che diventi anche autentica risposta ad una vocazione – sono in grado di garantire lo spirito originario, lo spirito con cui sono nate esperienze come quella della cooperazione bancaria che, del resto, sono più in linea con l’insegnamento della Chiesa.

Ma il denaro può dare anche speranza, fiducia, può premiare buone iniziative imprenditoriali, dare credito alle idee dei giovani. Quali semi di speranza vede nella sua esperienza pastorale? I cattolici impegnati nei vari ambiti che hanno a che fare con l’economia del Paese – dalle imprese alle banche, dalle cooperative alle università – cosa possono fare per ridare speranza a questo Paese? Quale contributo possono dare per umanizzare la società e l’economia (tema, così caro a Giuseppe Toniolo, che, non a caso, sarà al centro del prossimo convegno ecclesiale di Firenze)?

Mi vengono subito in mente esperienze come la Scuola di economia civile, l’economia di comunione, del dono, richiamate in modo esplicito dall’Enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009). Credo che quando affrontiamo la questione del rapporto con il denaro e del suo uso dobbiamo porci sempre alcune domande di fondo. Da dove viene e come si produce il denaro? Dove e come lo si impiega? Come si distribuisce il frutto di un determinato investimento? Va solo agli azionisti? In questi anni si sono visti alcuni semi di speranza. Qualcosa sta avvenendo. Penso al Documento realizzato nel 2011 dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della pace intitolato “Per una riforma del sistema monetario e finanziario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”, che ha avuto un grande apprezzamento a livello internazionale e che ha proposto un riforma del governo mondiale dell’economia. Penso alle proposte di riforma delle politiche fiscali avanzate dall’economista francese Thomas Piketty, che puntano a tassare i grandi patrimoni, i grandi capitali.

Indubbiamente, il mondo oggi è meno povero di ieri, ma – come notavo precedentemente – la globalizzazione ha aumentato le disuguaglianze. È urgente introdurre misure di lotta all’evasione fiscale. Mi ha colpito il referendum che si è tenuto nel 2013 in Svizzera, laddove il 68% dei cittadini si è dichiarato favorevole a limitare gli stipendi dei manager. Penso alle parole di molti Pontefici che si sono scagliate contro l’egemonia del profitto e che sono state seguite da imprenditori sensibili ad un modo etico di fare impresa.

Per noi credenti il nuovo umanesimo è quello che punta sull’uomo relazionale anche in ambito economico, quello che all’homo homini lupus di hobbesiana memoria – in cui ogni uomo è, non per malvagità, ma per intrinseca necessità, “lupo” per l’uomo – oppone l’uomo come amico dell’uomo, quello che all’homo oeconomicus contrappone l’homo reciprocans. Il nuovo umanesimo intende riaffermare il valore del lavoro per e con gli altri uomini, il primato del lavoro sul capitale e il primato della persona sul lavoro, così come indicato da San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Laborem Exercens (14 settembre 1981). Volendo richiamare l’articolo 1 della nostra Costituzione, si potrebbe dire che il nuovo umanesimo concepisce la Repubblica fondata sulla persona che lavora e non solo sul lavoro. Se la persona viene vista in chiave relazionale, anche il denaro diviene un mezzo di crescita e di sviluppo integrale dell’umano e non una cosa che lo rende schiavo, sporco e maleodorante come lo sterco. “Spuzza” (per dirla con il termine usato da papa Francesco nella sua visita a Napoli lo scorso 21 marzo u.s.) oltre alla corruzione anche un modo errato di concepire il rapporto con un mezzo rendendolo il fine della propria esistenza.


La Cei e specificatamente l’Ufficio della Pastorale sociale e del lavoro da venti anni – grazie al Progetto Policoro – sta promuovendo iniziative imprenditoriali realizzati dai giovani del nostro Mezzogiorno. Quali idee ed azioni stanno dando vita a questa esperienza virtuosa? Che ruolo ha avuto il sistema delle banche nel sostenere queste iniziative e quali strumenti si sono dimostrati più efficaci (microcredito, finanza agevolata)?

Policoro ha rappresentato una scommessa sulle potenzialità inespresse dei giovani. È una scommessa che voleva liberare i giovani dal quel groviglio di lacci e laccioli che li stringono e li avvolgono non consentendo lorio di prendere il volo. Il mercato e le politiche del lavoro messe in campo in questi anni hanno trattato i giovani come oggetti e non come soggetti. L’ennesimo esempio, purtroppo, si sta rivelando la “Garanzia giovani”, su cui tanto si era scommesso. Speriamo ci sia un rilancio attraverso il Job’s Act dell’inserimento di tanti ragazzi privati dell’ingresso nel mondo del lavoro. Appare necessario, sempre più, operare secondo una logica diversa e per certi versi opposta: aiutare le persone ad avere una capacità di auto-impresa attivando una sorta di auto-aiuto che i giovani rivolgono ad altri giovani. Questo è il cuore del Progetto Policoro (giovani, Vangelo, lavoro): uso della propria creatività e intelligenza in modo condiviso. Il Progetto Policoro attivato da venti anni – che ha utilizzato in modo consistente i fondi dell’8xmille in una logica redistributiva – ha realizzato un’azione pastorale, culturale, sociale ed economica molto importante in un contesto dominato da una cultura dell’assistenzialismo e di diffusa illegalità.

L’idea culturale nuova che è passata è stata quella della auto-imprenditorialità, dei giovani che diventavano piano piano imprenditori di se stessi, che cominciavano a credere nelle loro capacità e qualità, aggregandosi e imparando a fidarsi delle realtà associative presenti nel territorio. Sono nate oltre più di 800 imprese che hanno creato lavoro e innovazione e che hanno puntato alla qualità del lavoro, producendo fatturati impensabili all’inizio e reinvestendo i profitti per uno sviluppo vero. Il Progetto ad oggi è attivo in 128 diocesi su 225. Gli animatori di comunità – cuore del Progetto, passati attraverso un formazione seria – sono più di un migliaio. Lo strumento del micro-credito è stato fondamentale. Le diocesi si sono fatte garanti delle varie iniziative imprenditoriali di fronte alle BCC, il soggetto bancario etico che più degli altri si è attivato dimostrandosi sensibile alla nostra iniziativa insieme a quelle banche che con altrettanto stile etico hanno investito con coraggio e responsabilità.

Stiamo cercando di estendere l’esperienza del Policoro anche al Nord, puntando a far comprendere prima di tutto la filosofia di fondo che ci guida: quella di un nuovo stile di lavoro e di economia improntato alla cooperazione, alla relazionalità, alla qualità, in una parola, alla dignità. In fondo abbiamo ripreso e aggiornato l’intuizione di fondo di Don Bosco che avvicinava i giovani con la proposta dell’oratorio per insegnargli un mestiere. Rilanciamo l’opera di molti sacerdoti e laici che a fine ‘800 seppero far crescere un tessuto economico e sociale nazionale improntato alla speranza attiva e concreta.

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