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Per quanto si sia passati anni interi a discutere di valori non negoziabili e la ribalta mediatica li abbia resi oggetto di numerosi dibattiti e talk show, il mondo non ha certo dimenticato quelli più negoziabili. D’altra parte si tratta di valori più facilmente trasportabili, flessibili, adattabili senza problemi anche alla modernità più estrema, ad ogni temperatura e ad ogni […]

Per quanto si sia passati anni interi a discutere di valori non negoziabili e la ribalta mediatica li abbia resi oggetto di numerosi dibattiti e talk show, il mondo non ha certo dimenticato quelli più negoziabili. D’altra parte si tratta di valori più facilmente trasportabili, flessibili, adattabili senza problemi anche alla modernità più estrema, ad ogni temperatura e ad ogni etnia. Per quanto anch’essi possano vivere momenti di crisi e di appannamento, la storia descrive sempre il loro riscatto e la loro liberazione: oggi, il denaro, si è infatti del tutto affrancato dalla schiavitù umana, quella che lo relegava incautamente a servizio dell’uomo. Oggi domina incontrastata la legge del profitto. Oggi possiamo anche tradurre il concetto di diseguaglianza con un termine più opportuno, come rating, attraverso il quale possiamo legittimare ogni riforma.

Le cattedrali di questa forma elementare di vita religiosa, i custodi di questi sempiterni valori sono le banche. Ma c’è banca e banca. E il dialogo interreligioso e interbancario offre opportunità diverse. In questo numero vogliamo dare spazio a quelle forme che credono al denaro come strumento etico.

C’è infatti chi si pone anche qualche obiettivo etico. Il nostro direttore, Leonardo Becchetti, prova ad elencare e descrivere alcuni tentativi etici per non cedere il passo ad un certo pragmatismo, testimone di una visione di mondo che si descrive facilmente usando gli strumenti della matematica. Allo stesso compito si dedica anche Marco Morganti, anch’egli nel tentativo di descrivere un’altra esperienza italiana.

Si ricordi che le esperienze che Leonardo e Marco portano a testimonianza del fatto che un altro modo di fare finanza esiste, trovano le loro radici in una storia che viene da lontano. Ce le ricordano con efficacia Riccardo Milano e Salvatore Rizza. Riccardo ci riporta alla mente nomi che rimandano a narrazioni dense di un’etica non astratta, ma corposamente radicata in un’idea di città: si pensi a Giuseppe Tovini, a Luigi Sturzo, ai Benedettini e ai Francescani. Così come Salvatore cita i valori di cooperazione e territorio che innervano le motivazioni e le forze delle casse rurali, delle banche popolari, dei crediti cooperativi…

Ma che ne sarà di queste esperienze in un mondo che globalizza e sembra voler rimuovere i legami territoriali? Abbiamo una preoccupazione: e l’articolo di Sergio Gatti – che, tra l’altro, usa un termine a noi caro quale democrazia economica – la argomenta con padronanza. Sergio ci parla della biodiversità bancaria che si realizza anche grazie alle banche di credito cooperativo, una ricchezza italiana dove il sostantivo – nonostante si parli di banche – non si limita ad indicare solo il possesso di moneta. Ma noi non disprezziamo neppure la ricchezza dei soldi: le banche, come spiega Ugo Biggeri, sono acceleratori di sviluppo e possono porsi – se vogliono – a servizio del bene comune. Insomma i colore dei soldi – se usati in un certo modo – può essere anche arcobaleno e possono rappresentare un vero valore sociale. Un valore negoziabile e per questo relazionale. Quando non è così, allora dobbiamo porci un serio problema.
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