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Nel suo recente libro “La globalizzazione e la fine del sociale” (Il Saggiatore, Milano 2008) il decano della sociologia francese ed europea, Alain Touraine, viene a proporci un nuovo paradigma per capire il presente, da lui descritto come post-sociale.

Per lui starebbe infatti tramontando il paradigma del “sociale”, all’interno del quale è nata e si è sviluppata tante parte dell’associazionismo, non escluse le Acli e il Terzo settore.

Il nuovo paradigma emergente troverebbe invece il suo nucleo centrale non più nella socialità come struttura che connette, o nel vincolo di solidarietà, ma nel ritorno a sé del singolo soggetto e, in particolare, nel vento identitario che soffia in Europa e nel mondo e nella piattaforma dei diritti culturali che ad esso corrisponde.

La mia convinzione è che la disgregazione del sociale, impietosamente descritta da Touraine, interpelli l’intera galassia dell’associazionismo che è stata letteralmente plasmata all’interno del paradigma sociale, sia nelle categorie di pensiero che nelle strategie di azione.

Questa fine del sociale di cui parla Touraine, allo stesso tempo «affascinante e inquietante» (p. 13), non può essere sottaciuta perché «è già constatabile intorno a noi e dentro di noi» (p. 30), e, soprattutto, perché la posta in gioco è altissima: «la perdita di centralità delle categorie “sociali” è così nuova che stentiamo a rinunciare alle consuete analisi sociologiche. E questo perché non è facile parlare di analisi “non sociale” della realtà sociale» (p. 12). Occorre, invece, avere il coraggio di osare una nuova rappresentazione del sociale in cui abbia il sopravvento l’individuo e dove le categorie sociali lascino spazio ad altre più culturali e antropologiche.

Touraine vuole tuttavia essere rassicurante: «Le mie parole non vanno interpretare come presagio di una catastrofe. La fine di un mondo non è la fine del mondo (…) Stiamo cambiando paradigma nella nostra rappresentazione della vita collettiva e personale. Stiamo uscendo dall’epoca in cui tutto trovava espressione e spiegazione in termini sociali e ci vediamo obbligati a esaminare come si costruisce questo nuovo paradigma, che ha riflessi su tutti gli aspetti della vita collettiva e personale» (p. 14).

Fino a quando ha dominato il paradigma politico, le categorie prevalenti erano, ad esempio, quelle di Stato e di potere, di Repubblica e di popolo, di ordine e di disordine. Poi si è affermato il paradigma sociale che ha imposto le categorie di borghesia e proletariato, di sindacato e sciopero, di disuguaglianza e lotta di classe, di welfare e redistribuzione. Ora anche il paradigma sociale sta andando in soffitta e al suo posto si sta insediando il nuovo paradigma culturale, incardinato sul soggetto e sui diritti culturali attinenti alle questioni dell’etica e della religione, della sessualità e dell’ecologia, dove si registra un incrocio di paradigmi, che mette insieme quello sociale e quello culturale (o antropologico, valoriale, assiologico).

La società dunque è già cambiata, mentre associazioni e movimenti continuano per lo più ad agire sulla base di una vecchia ermeneutica del sociale ormai anacronistica e politicamente sterile.

Il suggerimento di Touraine è di tener conto che «nel mondo in cui siamo già entrati sarà più pertinente parlare di soggetti personali e “movimenti culturali”» (p. 26) che non di realtà collettive, simili alle vecchie classi sociali.

Non si tratta di dare forma ad una nuova teoria ma anzitutto di registrare ciò che avviene sotto i nostri occhi: «la definizione dell’attore storico non viene più elaborata in termini sociali, ma tramite un vocabolario di altra natura, che chiama più direttamente in causa la dignità di certi individui, le condizioni di sopravvivenza del pianeta o la diversità delle culture. Le nozioni propriamente sociali, come quella di classe, perdono la loro forza esplicativa e di mobilitazione» (p. 38).

Se questo corrisponde a verità, vuol dire che i problemi che fino ad oggi siamo abituati a circoscrivere nell’ambito della questione sociale dovranno essere declinati e re-interpretati anche alla luce della questione antropologica, ossia del paradigma culturale oggi emergente.

Potrà apparire paradossale ma è proprio nell’individuo, che versa oggi in una situazione di solitudine e di isolamento, che Touraine indica il punto di resistenza e di ripartenza, il vero zoccolo duro, di fronte al tracollo della società. È l’individuo come attore e soggetto personale l’ultima speranza a cui – secondo Touraine – possiamo aggrapparci: «la distruzione dell’idea di società non può salvarci da una catastrofe, a meno che non porti alla formazione dell’idea di soggetto, alla ricerca di un’azione che non miri al profitto, al potere e alla gloria, ma che affermi la dignità di ogni essere umano e il rispetto che merita» (p. 117).

Oggi questo soggetto si sentirebbe particolarmente minacciato da due fenomeni ugualmente aggressivi: la globalizzazione da un lato e il neocomunitarismo dall’altro.

Compito di chi ha a cuore le sorti del soggetto nella sua singolarità e irripetibilità è fare argine contro questi processi che negano l’individualità (spazzandola via o fagocitandola), e creare le premesse per ricostruire la sua vera identità individuale, recuperando la propria differenza e promuovendo la sua volontà di essere “attore” e aiutandolo a rivendicare il diritto di protezione delle proprie particolarità culturali.

«Il soggetto non è solo colui che dice io, ma colui che è consapevole del proprio diritto di dire io. Ecco perché la storia sociale è dominata dalla rivendicazione dei diritti: diritti civili, diritti sociali, diritti culturali, il cui riconoscimento è richiesto in maniera così pressante da costituire oggi il teatro delle lotte più accese» (p. 129).

Alla luce delle analisi e delle prospettive che si evincono da questo stimolante volume di Touraine, crediamo che i movimenti della società civile debbano interrogarsi, confrontarsi e porre mano ad un lavoro di ripensamento, ri-significazione e re-invenzione tanto dell’ermeneutica che dell’azione sociale.

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