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Quale impresa nell’’Enciclica Caritas in Veritate di papa Benedetto XVI? Tutte le imprese che riconoscono il principio che”senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”(§35). rnrnrn

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E la solidarietà e la fiducia non sono principi astratti da “sermone” o da contemplare solo nel “codice etico”, ma hanno bisogno di scelte aziendali ed operative che trasmettono trasparenza, onestà e responsabilità ridimensionando le asimmetrie informative che ancora sussistono nel rapporto fra domanda ed offerta. Nell’Enciclica si “sdogana” ulteriormente l’impresa sociale non profit ove si afferma che “accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali.”(§38). Ed esse sono “attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto,senza perciò stesso rinunciare a produrre valore economico”(§37). Le imprese sociali, siano esse profit e non profit, sono le aziende che possono giocare questo ruolo con una formula imprenditoriale che è attenta al “valore dei valori” senza cadere nell’assistenzialismo paternalista,ma sostenendo un ordine sussidiario ove mercato e “quasi mercato” si integrano fra loro(§57). Le aziende profit, pubbliche e non profit, in questa enciclica, sono valorizzate nella loro specificità, se comunque e sempre agiscono integrando il loro finalismo sociale ed economico.Tanto più che “le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa”(§40). E quindi   il concetto dell’equilibrio (economico e sociale) della gestione che dovrebbe informare ogni tipo di azienda perché possa mantenere continuità, efficienza, efficacia, autonomia ed economicità. Ed esso passa attraverso l’integrazione fra “shareholders” e “stakeholders” nel “convincimento che la gestione d’impresa non può non tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento”(40). Da queste considerazioni si sdoganano a pieno titolo le imprese sociali non profit come “player” del sistema sia nell’accezione generale (associazioni,cooperative, cooperative sociali,fondazioni, ong, comitati, pro loco ecc) sia nella specificità delle impresa sociali “ex lege”(L.118/05,D.Lgs.155/06 e decreti attuativi) intese come aziende di “produzione” non profit,che si definiscono come soggetti giuridici del libro I e V del Codice civile (associazioni,fondazioni ecc, ma anche spa e srl senza distribuzione di utili). Esse sono “organizzazioni private senza scopo di lucro che esercitano in via stabile e principale un’ attività economica di produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale, atta a realizzare finalità di interesse generale”. Con la considerazione che “al fine di realizzare un’economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene comune nazionale e mondiale” e’ indispensabile superare “la distinzione fra privato e pubblico”per dare spazio a nuove formule di imprenditorialtà.”. Ed operativamente “questa concezione più ampia favorisce lo scambio e la formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità, con travaso di competenze dal mondo non profit a quello profit e viceversa, da quello pubblico a quello proprio della società civile, da quello delle economie avanzate a quello dei Paesi invia di sviluppo”(§41).rn

La “Caritas in veritate” sottolinea che l’impresa sociale è un “dover essere” imprenditoriale e non un semplice richiamo all’eticità dei comportamenti manageriali. Integrando gli assetti economici e “metaeconomici”(§41).

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