La meritocrazia è la parola d’ordine del processo di riforma del sistema universitario. Viene addirittura proposta come la soluzione di quella che ai più appare invece una contraddizione insormontabile: affermare che l’Università è la prima e fondamentale risorsa per lo sviluppo e tagliare allo stesso tempo finanziamenti che sono già di molto inferiori a quelli ad essa destinati negli altri paesi, ridurre personale e stipendi reali, bloccare a tempo indeterminato avanzamenti di carriera e l’ingresso di nuove forze. Eliminiamo fannulloni, bamboccioni e cortigiani vari – per non parlare degli incapaci – e si realizzerà il miracolo: non spenderemo quasi nulla e saremo tutti “bravi”.

È vero: l’Università ha bisogno di fare spazio a chi sa e vuole fare di più. Né più né meno del parlamento, delle imprese, dei mezzi di comunicazione, dei tribunali. È difficile che in un paese malato una parte e una soltanto riesca a conservarsi come una comunità dei puri e santi mentre il resto del corpo va in putrefazione. E tuttavia è lecito (se non addirittura doveroso) domandarsi se questa corsa ad alzare l’asticella del merito – dalla cosiddetta legge Gelmini al recente parere della nuova Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) – non sia, oltre che un esercizio di retorica della buona coscienza non sempre supportato da adeguate scelte “tecniche”, un nuovo pericolo per la nostra Università. Perché riduce ai minimi termini o semplicemente ignora una delle sue funzioni essenziali. E perché, in questo modo, rischia paradossalmente di assecondare proprio le aspirazioni della parte meno “meritevole” del corpo accademico, che ha trovato nell’imperativo della ricerca la giustificazione di una vera e propria “fuga dagli studenti”.
È inaccettabile l’idea che il tempo dedicato all’insegnamento sia tempo semplicemente perso e che tutti gli incentivi del sistema, a partire da quelli più importanti, che sono ovviamente i criteri per “fare carriera”, debbano premiare di fatto chi riesce a dedicarsi esclusivamente a scrivere libri e articoli. Dire che nessuno vuole questo risultato è ipocrita, quando la capacità e la passione didattica vengono pressoché eliminate dai parametri di valutazione. Capacità di andare in aula, spiegare a tutti gli studenti e non solo ai migliori le nozioni delle proprie materie, giudicarli in modo adeguato e corretto, portarli alla laurea con tesine o tesi. Sempre rispettandoli. Sempre pensando che non sono una zavorra o addirittura un fastidio per la propria attività. In tutti i documenti che ho letto in questi mesi questo aspetto del mio lavoro appare spesso poco più che una concessione retorica. Dando così pienamente ragione ai colleghi che passano la loro vita inseguendo l’impact factor e disinteressandosi dell’impatto dei loro comportamenti e del loro esempio sui giovani che dovrebbero formare. Di più: quasi costringendoli a questa scelta.
Senza la disponibilità a considerare adeguatamente ai fini concorsuali la didattica – che richiede tempo, impegno, sacrificio, sensibilità – non vi sarà nessun vero incentivo per il ricercatore o il professore associato ad investire le sue energie e il suo “merito” in questa direzione. Diventerà al contrario “razionale” per ogni docente concentrarsi su ciò che la legge e le procedure indicano come essenzialmente rilevante non solo per l’avanzamento della carriera ma anche per gli incrementi stipendiali (se e quando vi saranno). Un paese cresce quando fa crescere la “media” del sapere insieme alle sue “punte”. Quando questo non accade si accentuano inevitabilmente le disuguaglianze e può diventare più difficile perfino per gli stessi talenti nascere e svilupparsi. Le università non sono soltanto centri di ricerca, come ben sanno quei paesi dove, anche sperimentando una differenziazione fra le funzioni, si è implacabili nella verifica dei modi e dei tempi del servizio agli studenti.
Il “merito” dei professori universitari e di coloro che aspirano a diventare tali deve essere considerato in questa prospettiva ampia. È probabilmente più difficile misurare la qualità di questo impegno. Ma non è impossibile, magari partendo dalle piccole cose: il controllo della puntualità nella presenza, la diffusione dei dati dei questionari di valutazione, i risultati professionali dei tesisti. Nel frattempo, naturalmente, controllando anche la quantità e qualità di libri e articoli. E magari ricordandosi, dall’altra parte, che tutto questo ha un valore.

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