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La pedagogia del bene comune, da intendersi come prassi di partecipazione in vista di un ethos civile condiviso, è forse la chiave di lettura più originale e innovativa per valorizzare il messaggio che la recente Settimana sociale dei cattolici ha lanciato a tutto il Paese.

Aver sottolineato così visibilmente l’emergenza e il significato della questione educativa è una premessa ideale di ogni futura collaborazione orientata al bene comune. Possiamo infatti ritenere che sia proprio l’educazione il terreno più propizio ed efficace per favorire la presa di coscienza del carattere inseparabile tra questione sociale e questione antropologica, tra le ragioni della giustizia nella società e nel lavoro e le ragioni della verità per i problemi della vita e dell’uomo.
Bene comune, come sappiamo, è una formula densa di tradizione e di significato, un’espressione che indica il bene di tutti e di ciascuno, della collettività e delle singole persone, Se sul piano dell’ortodossia il bene comune promuove unità del sapere e interdisciplinarietà, sintesi culturale e metodo della connessione, sul piano dell’ortoprassi promuove soprattutto condivisione e partecipazione, inclusione e coesione sociale.
Dobbiamo essere riconoscenti a Luigi Alici, docente di filosofia morale e presidente dell’Azione cattolica italiana, se la pedagogia del bene comune si è già imposta all’attenzione dell’associazionismo cattolico nel nostro Paese e in generale dei soggetti che hanno una responsabilità educativa. La sua relazione è un testo formidabile che riesce a tenere insieme, intrecciandoli, motivi e registri diversi. Dovranno essere ancora meditate e adeguatamente sviluppate veloci espressioni come: “dal 1968 ad oggi”; “il passo da life is now a Second life è breve”; “senza il noi nessuno potrà mai imparare veramente a dire io”; “dal momento in cui siamo nell’essere, siamo al di là dell’autonomia”. Proprio questo principio, afferma Alici, potrebbe essere assunto come “il manifesto di un’autentica educazione al bene comune”. Come dargli torto quando, avviandosi a concludere, sottolinea la necessità di riscoprire la “vocazione formativa” della comunità cristiana?
L’espressione “bene comune” può prestarsi ad essere utilizzata come una dannosa melassa per addolcire finalità impopolari o, al contrario, come traguardo ambizioso per legittimare democraticamente scelte politiche (necessarie) che recuperano e cancellano i ritardi che si sono accumulati nella storia singolare del nostro Paese a causa della questione cattolica (non expedit) e della questione comunista (conventio ad excludendum).
Quando si parla del primato del bene comune per l’Italia non vi è dubbio che al primo posto della scala gerarchica va collocata la coscienza dell’identità nazionale e la sua insubordinabile unità culturale e politica. Identità e unità nazionale che è stata rilanciata dal Presidente delle Acli, Andrea Olivero, come “terzo risorgimento” italiano ancora da realizzare ma che oggi, dopo la nascita del Partito Democratico, dovrebbe risultare più a portata di mano.
Il principio dell’identità e dell’unità nazionale non è infatti bipolare ma viene prima e trascende ogni formazione politica di “parte”. Questo è il senso più autentico e politicamente unificante che assume oggi la formula del bene comune come percorso di pedagogia sociale. Un percorso che deve farsi carico di leggere e interpretare le “res novae” di questo nostro tempo, di accompagnare i cittadini a uscire dal ‘900 per migrare nel XXI secolo, vivendo un faticoso e rigenerante tras-loco cognitivo che ci fanno essere, finalmente, contemporanei con il nostro tempo storico. La svolta di cui stiamo parlando è di enorme portata. Come già si affermava nel Documento preparatorio della Settimana del centenario, la «realtà veramente inedita, cui siano insistentemente invitati a misurarci è l’emergere della cosiddetta questione antropologica, che è il nuovo nome della questione sociale. In particolare siamo invitati a percepire come la causa della persona non sia più scomponibile in diritti individuali e diritti sociali, ma come tali risorse indispensabili per vivere – nelle quali si concreta il bene comune – chiedono di essere realizzate insieme».
«Ai cristiani infatti non può bastare una società in cui si cerchi di declinare nel concreto l’aspirazione alla libertà e quella non meno necessaria all’equità, senza salvaguardare l’unico collante in grado di mediare tra queste due istanze necessariamente divergenti e cioè la fraternità. Per fare questo il laico cristiano deve mostrare la valenza pragmatica di quello che sembra solo un approccio ideale e privo di aderenza al reale, mostrando al contrario che il principio di fraternità è capace di spirare scelte concrete dell’agenda politica».
A mio parere, oggi, per promuovere il bene comune è sufficiente realizzare l’azione educativa come tale, quasi a prescindere da particolari contenuti. C’è infatti nell’educazione un intrinseco carattere di socialità che la fa essere una scelta contro-corrente nella nostra società individualizzata, dove i legami già fragili spesso si spezzano finendo per aumentare la disgregazione e lo sfarinamento della società.
Oggi, in una società globalizzata e complessa, l’educazione è una delle poche risorse che abbiamo a disposizione per offrire una speranza, una prospettiva di fiducia verso il futuro per tanti giovani che, sottomessi alla dittatura del presente, sono rimasti privi di sogni, di utopie e di progetti.
Chi educa, allora, non solo cerca di operare per rimettere insieme i cocci della frammentazione sociale, ma anche per cercare di aprire nuovi varchi nella direzione di un altro mondo possibile.
In un tempo post-moderno e post-ideologico dobbiamo liberarci dal retaggio illuministico che ancora oggi pesa sulla laicità. Nella nostra società plurale e multiculturale bisogna stabilire insieme le regole da porre a fondamento di una civiltà del con-vivere.
Dal tempo di tangentopoli si cerca di venire fuori dalla “palude” della crisi democratica come crisi di sistema ma il bipolarismo attuale è del tutto squilibrato sia a destra che a sinistra, e per questo facilmente ricattabile, instabile e senza futuro.
Come cittadini democratici, leali con le istituzioni e fedeli alla Costituzione, i cattolici sono tenuti a impegnarsi per il bene comune dell’Italia che è al di sopra degli interessi particolari e degli egoismi neocorporativi.
In questa direzione anche l’associazionismo cattolico può fare la propria parte educando a capire le “res novae” e progettando percorsi di formazione alla immaginazione politica del futuro all’insegna del bene comune.
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