Qualche settimana fa, ad un convegno organizzato dalle ACLI Sardegna a cui ero stato invitato per discutere dei temi della scienza e della tecnica ho avuto il piacere di conoscere Mimmo Delle Foglie di Scienza e Vita.
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Chiacchierando di vari argomenti, ad un certo punto mi ha detto più o meno cosi’ ‘Certo però è ben triste pensare che quando io ero giovane lo sviluppo della scienza e della tecnica si identificasse con l’esplorazione spaziale, mentre ora siamo ridotti a sentire di strane ed innaturali fecondazioni, di stiracchiamento degli anni di vita, di eutanasia…io da ragazzo speravo che nel 2000 avremmo avuto viaggi interplanetari ed energia pulita per tutti, l’eliminazione della fame…’ Non era la prima volta che sentivo un discorso del genere, molte persone tra i cinquanta ed i sessanta anni d’età, che da ragazzi avevano ascoltato trepidanti in un’ alba di Luglio Tito Stagno e Ruggero Orlando che commentavano i primi passi di Neil Armstrong sulla luna “…un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’ umanità…” nutrono gli stessi pensieri. L’impressione è che la scienza, invece di proporre all’uomo nuove aperture di orizzonti si sia ripiegata su sé stessa, su uno spazio interno e manipolatorio che suscita apprensione e sospetto. La sensazione è giustificata, ma credo che necessiti di qualche chiarimento: in realtà le cose non sono poi così buie come sembra ed anche quello che appariva luce, tanto luminoso poi non era, vediamo allora di delineare i tratti di questa ambigua utopia.
Cerchiamo intanto di collocare storicamente l’intera questione: la corsa allo spazio inizia alla fine degli anni cinquanta come surrogato della guerra atomica tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Lo schema è quello della cosiddetta “big science” ereditato dal progetto Manhattan, lo sforzo collettivo degli scienziati americani (ma con molti europei nella squadra come il nostro grandissimo Enrico Fermi) durante la seconda guerra mondiale di produrre la bomba atomica come arma “definitiva” che avrebbe messo fine alla guerra. Lo schema di finanziamento da parte delle autorità militari è singolarmente lungimirante, lontanissimo dalla odierna grettezza dei finanziamenti alla ricerca di Europa e Stati Uniti: invece di concentrarsi esclusivamente sullo scopo primario e cioè quello di far avvenire al momento giusto la fissione atomica così da liberarne l’immane potenza su un obiettivo prescelto, i militari finanziavano anche ricerche per così dire di contorno con un legame molto labile (o addirittura praticamente inesistente) con la bomba in sé. Ciò avveniva sia per “lasciarsi aperta un’altra strada in caso di fallimento” ma anche perché l’impresa bomba in quanto tale apriva dei fronti di problemi completamente inaspettati che necessitavano di soluzioni ad hoc.
Ciò ebbe delle ricadute fantastiche a guerra abbondantemente finita (il che ne dimostra la lungimiranza e la non necessità a breve termine), tanto per citare alcune delle “scoperte” che avvennero in quei tempi lungo le strade alternative: la spettroscopia a risonanza magnetica nucleare, il computer, la teoria dei giochi, la cibernetica, i sistemi di controllo a retroazione. Riguardo all’altro filone (soluzione di problemi accessori riguardo alla bomba) una storia che io trovo bellissima è quella del reggiseno Wonderbra che deriva dalle stesse equazioni utilizzate per il confinamento del plasma nel nucleo della bomba e fu sviluppato dagli stessi ingegneri di Los Alamos che avevano lavorato alla bomba. Insomma un omaggio alla bellezza femminile direttamente derivato da una feroce operazione di morte…lascio ai lettori la meditazione su questo, io personalmente ne traggo pensieri di speranza, ma non divaghiamo.
Allora, nel frattempo la Germania aveva seguito una strada completamente diversa, per stessa ammissione di Werner Heisenberg, il più prestigioso scienziato atomico rimasto con Hitler, il progetto nucleare non si sviluppò mai in modo completo (anche grazie all’opposizione latente di Heisenberg e dei suoi colleghi al nazismo), la costruzione di missili però aveva raggiunto livelli di enorme sofisticazione (si pensi alla terribile potenza dispiegata dalle V2 nel bombardamento di Londra) così che, alla fine del conflitto, USA e URSS si gettarono ad accaparrarsi le menti migliori del progetto missilistico nazista per sviluppare in proprio la possibilità di colpire l’avversario a distanza. Intanto che vettori sempre più potenti e precisi entravano a far parte dei due arsenali (intanto anche l’ URSS aveva costruito la sua bomba atomica con il contributo determinante di Andrey Sacharov che più tardi divenne Nobel della pace ed uno dei più grandi uomini di dialogo del Novecento…un’altra bella storia che mostra l’ambiguità e complessità degli eventi umani ed il fatto che il bene abbia sempre un vantaggio sul male…) si era creato una sorta di equilibrio del terrore in cui la parte del leone (come in certi combattimenti altamente ritualizzati di molte popolazioni primitive) era svolta dall’informazione. Insomma ognuna delle due parti aveva l’interesse a far conoscere all’altra la sua potenza in modo da dissuadere il nemico dall’attacco, questo, equivalente dei rituali guerreschi Maori resi famosi dalla squadra di rugby neozelandese degli All-Blacks, è stata l’impresa spaziale. I due contendenti si inseguivano nell’impresa più strabiliante, lasciando intendere una continua ed inarrestabile possibilità di progresso e facendo sognare noi ragazzi di un mondo assolutamente confortevole in cui un paio di razzi dietro la schiena ci avrebbero portati ovunque ad affratellarci con i nostri coetanei agli antipodi.
Intanto però qualcosa che avrebbe profondamente segnato il nostro tempo stava accadendo e nessuno sembrava accorgersene: il nome della cosa soppiantava la cosa in sé e così l’era moderna finiva con gli ultimi grandi fuochi d’artificio. Insomma, a parte noi bambini ed adolescenti e molti degli scienziati coinvolti nel progetto spaziale (si consiglia a questo proposito la lettura di un libro illuminante che raccoglie le interviste preparatorie che Stanley Kubrick fece nel 1968 in vista del suo 2001 Odissea nello Spazio (S.Kubrick Interviste extraterrestri, a cura di A.Frewin, Isbn Edizioni), tutti capivano che nessuno ragionevolmente sarebbe andato ad abitare su Marte o sulla Luna e che l’intera questione era fondamentalmente teatro e lustrini sopra un indotto enorme che andava dalla microelettronica (se la logica del computer ed i grandi sistemi sono figli della seconda guerra mondiale, il nostro PC e la calcolatrice da tavolo derivano dall’impresa spaziale) alle padelle che non hanno bisogno di olio per friggere (fatte dello stesso materiale delle placche che ricoprivano le navicelle per non farle andare a fuoco al ritorno in atmosfera). Una storia iniziata con le armi da fuoco e poi con la navigazione a vapore in cui l’uomo tagliava netti i ponti con la natura per costruirsi un mondo a sola immagine delle sue capacità mentali (si pensi per contrasto alle armi da taglio che derivavano dagli artigli dei felini e la cui tecnica di combattimento era profondamente legata a qualità naturali come sveltezza ed agilità laddove qualsiasi debole codardo premendo un grilletto poteva sconfiggere il più valoroso dei cavalieri oppure al paziente ascolto dei ritmi propri dell’atmosfera e del mare legati alla navigazione a vela) stava rapidamente volgendo al termine: la conquista della luna non era un grande passo per l’umanità, era un salto da ranocchio borioso a cospetto degli spazi irraggiungibili dell’Universo esterno e l’ uomo da quelle parti appariva goffo e fuori posto.
Ma la propaganda ci raccontava di orizzonti meravigliosi, di un progresso senza limiti… l’ ultima truffa portava però un frutto di pace (ad ulteriore conferma degli imperscrutabili destini umani) ancora una volta camuffato da guerra: lo scudo spaziale. L’era Reagan portava, insieme all’edonismo e alla finanza creativa, la mirabolante idea di un sistema integrato di radar, laser e sistemi antimissile che avrebbe presto reso impenetrabile lo spazio NATO a qualsiasi aggressione di fatto annullando il potere deterrente dell’avversario sovietico. Era un bluff, non esisteva niente del genere, ma i russi non lo sapevano e lo sforzo economico per cercare di costruire qualcosa del genere anche da loro fu una delle tante cause della fine del comunismo mondiale. Un’altra impresa andata a buon fine in maniera ambigua, un’altra ambigua utopia..il fantasma della guerra fredda si dissolveva ma intanto la scienza spettacolo era nata nella maniera più trionfale dimostrando come l’evocazione di qualcosa di inesistente potesse avere un effetto reale, realissimo. Erano le prove generali del progetto menoma con le sue promesse di immediata guarigione dalle malattie…
Più o meno contemporaneamente un’opera d’arte ci annunciava quale fosse il mondo evocato dall’immaginario scientifico a venire: il film Blade Runner di Ridley Scott abbandonava gli scenari millenaristi ed evocatori di un mondo compiuto e razionale di 2001 Odissea nello Spazio per un futuro piovoso e affollato in spazi urbani congestionati e feroci. La scienza di punta non era più la fisica degli spazi interstellari, ma la faticosa ed imperfetta biologia dei replicanti dove laboratori da sottoscala gestiti da artigiani cinesi di una Shangai fine Ottocento convivevano con le atmosfere algide e futuribili di consigli di amministrazione delle multinazionali. Il miracolo dell’arte si ripeteva, Blade Runner vale più di intere biblioteche di disquisizioni sul post-moderno per comprendere perché l’immagine della scienza che ci si propone è quella cupa della manipolazione, di vecchi biliosi che non vogliono morire e sognano un’improbabile ringiovanimento con pezzi cibernetici che però hanno qualche guaio. Qui il meglio che possa succedere è farla franca, altro che allargare il mondo all’abbraccio con l’alieno da Vega !
Allora Mimmo aveva ragione ? Fino ad un certo punto, alla fine dell’impero romano, con gli stessi dati in mano, Rutilio Namaziano vedeva le città in rovina e la fine ineluttabile, l’ oscura utopia della biologia manipolatoria per scapolarla alla meno peggio prima della fine del mondo, Benedetto da Norcia vedeva l’opportunità di un mondo nuovo da costruire da capo traghettando solo le cose veramente valide del mondo vecchio. Aveva ragione Benedetto, ora l’orizzonte di una tecnologia amica dell’uomo e dell’ambiente che riesca a re-imparare dalla natura coprendosi la cenere dai sogni di autosufficienza è il sogno che sta per nascere…ed il monachesimo occidentale, con la sua attenzione alla spiritualità non disgiunta dal lavoro efficace, ancora una volta sembra essere la chiave per il futuro. Credo che Mimmo sia d’accordo con me su questo punto e certo non mi sembra un pessimista….
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