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Dal Regno Unito arriva la notizia di una donna che, grazie ad una fecondazione artificiale e ad una diagnosi preimpianto, si è fatta impiantare un embrione privo di un gene responsabile di una grave patologia tumorale; e dunque, diversamente da molti altri membri delle famiglie di origine, la bimba che nascerà non svilupperà il cancro al seno (almeno quel tipo di cancro dovuto alla presenza di questo gene) né trasmetterà tale predisposizione ai suoi discendenti.

Non ci si può, evidentemente, che rallegrare per la sorte di questa bimba, né si possono disprezzare le ragioni che hanno spinto questa coppia, pur fertile, a sottoporsi ad una pratica di fecondazione artificiale, onde evitare ai propri figli sofferenze e patologie che ogni genitore vorrebbe, naturalmente, tener lontane dai propri figli.

E tuttavia, oltre l’umana comprensione, dobbiamo porci delle domande non più eludibili; domande che questo caso – e molti altri analoghi – solleva, chiedendo una risposta lucida e non condizionata da falsi sentimentalismi.

Anzitutto va sottolineato un aspetto che la stampa, maliziosamente, lascia in secondo piano; in questo caso non si è proceduto ad una terapia genica, ma ad una selezione embrionale vera e propria. Ovvero, non si è preso un embrione malato, e lo si è curato eliminando il gene patogeno, cosa che ovviamente non avrebbe creato alcun problema etico; qui – e nei casi corrispondenti – sono stati prodotti undici embrioni, e tra essi è stato scelto quello sano, scartando gli altri.

La prima domanda è perciò questa: abbiamo il diritto di scegliere chi far nascere e chi no? O più brutalmente: è lecito che un genitore scelga tra i suoi figli, scartando quelli malati e conservando quelli sani?

In termini più generali, la questione che si pone è più o meno questa: i soggetti malati, fragili, deboli, hanno minori diritti degli altri? Hanno, in generale, un diritto a nascere? Non si pensi che questa sia una domanda retorica, perché se la tecnica permette (e lo permette) di selezionare tra embrioni sani e embrioni malati, la prospettiva con cui si accoglie un nuovo nato si rovescia completamente. Già alcuni bioeticisti stanno cominciando a metterlo in evidenza: se un genitore, pur avendo la possibilità di fare il contrario, decidesse di far nascere un figlio malato, non dovrebbe avere il diritto ad alcun tipo di assistenza sanitaria pubblica per questo figlio. Lo Stato infatti non dovrebbe farsi carico di soggetti che, in qualche modo, sono venuti al mondo forzatamente, contro ogni evidenza clinica, in virtù di una scelta libera ma irragionevole dei genitori; i quali, per l’appunto, avevano la possibilità di “scegliere” tra i figli, privilegiando quelli sani.

L’eugenetica, insomma, si rivela per quella che è: una pratica terribilmente affascinante e seducente, ma rischiosissima e dalle conseguenze imprevedibili. E’ seducente, perché non se ne avverte la negatività, e perché ci dà l’illusione che l’immenso potere sulla vita di cui cominciamo a disporre sia sempre esercitabile a fin di bene, e dunque in sé positivo; ma è rischiosa, perché dietro alle migliori intenzioni si può celare un vero e proprio stravolgimento del nostro rapporto con la vita, anzi della stessa idea di vita umana e di dignità del vivente.

E’ per questo che, come dicevo all’inizio, la comprensione umana deve lasciare il posto alla lucidità di riflessioni razionali; perché è evidente che si possono comprendere le ragioni che hanno spinto la coppia inglese a selezionare eugeneticamente un figlio sano, ma è altrettanto vero che il prezzo pagato è la soppressione (con un eufemismo: la riduzione embrionale) degli embrioni malati.

Si capisce allora che, oggi, la vita ha cessato di essere un mero fatto, la pre-condizione di ogni scelta e di ogni decisione, per diventare essa stessa una scelta, un’opzione, una modalità tra le varie possibili. Ma questo immenso potere di scelta, che oggi la scienza ci concede, è una novità assoluta, e dirompente; molto più che con l’aborto, che è pur sempre una pratica traumatica e nella quale si percepisce (anche ove lo si accetti) il rifiuto opposto ad una specifica vita umana, con la selezione embrionale si dà ai genitori il potere di scegliere i loro figli, nella consapevolezza di farlo sempre e solo per il loro bene. E non fa alcuna differenza, poi, che la scelta avvenga in ragione di una patologia, o di altre caratteristiche genetiche, fino alle più futili; perché cosa si potrebbe obiettare ad un genitore che decidesse di scegliere il sesso del figlio, o quello con le caratteristiche fisiche migliori, nell’idea che tali decisioni possano rivelarsi utili per il nascituro?

In realtà, sarebbe bene comprendere che la nostra dignità ed il nostro valore stanno anche (se non essenzialmente) nell’essere frutto di una imprevedibile combinazione di geni e fattori ambientali; e il valore della relazione genitoriale sta anche nell’accoglienza di figli che sono sempre diversi da come ce li aspetteremmo, incredibilmente unici e imprevedibili, frutto di un caso e non di un progetto. L’eugenetica, pur con le migliori intenzioni di chi oggi la pratica (e dunque ben diversa da quella attuata con finalità razziali) ha comunque questa caratteristica; vede nella vita un progetto, qualcosa di manipolabile, e finisce sempre per giungere all’idea che la vita valga e meriti rispetto e cura solo se qualificata come vita sana, forte, autonoma, e non invece in se stessa, come qualcosa che ha valore anche se fragile, malata, dipendente.

E’ allora questa la grande sfida: capire che con l’eugenetica non si fa medicina, non si cura, non si fanno terapie. Ci si limita a scegliere (con le migliori intenzioni) i sani invece dei malati, i forti invece dei deboli, gli abili invece dei disabili.

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