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La notizia è tra il serio e il faceto, tanto che il processo cui si riferisce è stato rubricato come uno dei dieci più stupidi dell’anno. Le riflessioni che invece dalla notizia possono esser tratte, sono forse meno banali. Questi i fatti, in estrema sintesi: dal 1982 uno scimpanzé rapito in Sierra Leone e destinato ad un laboratorio austriaco di vivisezione, si trova a Vienna in un rifugio per animali, dopo esser stato sequestrato alla dogana. Ma nel frattempo il rifugio è fallito.

Per evitare che lo scimpanzé – cui è stato imposto il nome altisonante di Matthew Hiasl Pan – venisse venduto ad uno zoo, un benefattore ha fatto una donazione di 5.000 euro a Matthew e ad un’altra persona. Ma come decidere su che fare di quei soldi? Questa la scusa che ha fatto scattare, presso la corte distrettuale di Modling, la richiesta d’un tutore legale per la scimmia. Il tutore però può essere concesso solo agli esseri umani, per cui la Suprema Corte austriaca ha rigettato la domanda.
Bene, un gruppo animalista ha formalmente chiesto il riconoscimento di Matthew Hiasl Pan quale persona umana alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo: in fin dei conti condivide con l’uomo più del 98,5% dei geni… Il procedimento è stato archiviato – e ciò è paradossale – perché, così ha sentenziato il giudice, gli animalisti non avevano titolo per parlare a nome di Matthew.
La vicenda presenta evidentemente più di qualche aspetto che scade facilmente nel ridicolo, ma suggerisce almeno due domande non di poco conto: cosa fa di un uomo un uomo? Forse il numero dei suoi geni? O addirittura – e questo è ancora più pericoloso – il suo mero desiderio d’esserlo? Cioè: se in qualche modo s’insegnasse allo scimpanzé come esprimere la sua richiesta di “riconoscimento d’umanità”, come ci si dovrebbe comportare?
Crediamo che stabilire i criteri di “umanità” sulla sola base genetica sia un criterio che, pur apparendo forse sulle prime il più sicuro, nega in realtà che vi sia una vera “differenza umana”, una specificità – pure macroscopica – che distingua in maniera sostanziale l’uomo dalla bestia. O anche dalla pianta, dato che, con molte specie vegetali condividiamo ben il 25% del patrimonio genetico: vuol dire forse che siamo per un quarto piante? No, così come la distanza tra noi e lo scimpanzé è ben maggiore di quell’1,5%. Una visione sistemica della biologia e della genetica ci spiega come non siano la quantità né la natura della “materia” a fare l’uomo e la bestia, ma il suo funzionamento, il suo “progetto”: dai geni umani emergono funzioni impensabili per lo scimpanzé, pur essendo praticamente gli stessi. L’uomo ha autocoscienza, linguaggio simbolico, è capace di cultura, di autocontrollo, è aperto a concetti astratti e non esperibili in natura come l’infinito, la perfezione, la verità, l’assoluto. E la razionalità, del resto, è coestesa al corpo, da esso inseparabile. Per perorare la causa di Matthew Hiasl Pan si sono mossi però anche alcuni professori dell’ateneo viennese e il massimo esperto di primati Volker Sommer, professore di antropologia dell’evoluzione all’Università di Londra.
Il secondo quesito cui abbiamo accennato, probabilmente è più inquietante: il giudice ha archiviato il caso perché gli animalisti non avevano titolo per parlare a nome di Matthew, che per l’appunto non è in grado di chiedere d’essere riconosciuto quale persona. La motivazione è allarmante. Forse che anche in altre questioni, più del dato di fatto biologico, della natura, varrebbe il desiderio personale? Siamo ciò che siamo o ciò che vorremmo essere? Seguendo tale logica, se una scimmia potesse dire di voler essere un uomo, potrebbe a tutti gli effetti diventarlo. E così pure, ad esempio, per gli attributi sessuali: il sesso – o il genere – non sarebbero dati incontrovertibili, ma opzioni variabili, dipendenti dalla volontà, dall’arbitrio, del soggetto: come pare stia succedendo, sicché al bene collettivo si antepongono le aspirazioni del singolo.
 
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