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Si sapeva, ma oggi l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) impietosamente ce lo conferma: la disoccupazione giovanile in Italia è abnorme, al 27,9%; la media ponderata tra i Paesi Ocse, comunque non indifferente, si ferma al 16,7. Emerge che le ragazze lavorano meno dei maschi, in controtendenza rispetto agli altri Paesi, ma ben in linea con la nostra tradizione, che si presumeva superata.

Ma anche chi il lavoro lo trova, non si illude di poter conquistare a breve la sua autonomia, perché spesso costretto alla sotto-occupazione o a contratti incerti e salari insufficienti. Quasi la metà dei giovani tra i 15-24 anni – e già non sono molti, come abbiamo visto – ha un lavoro precario: anche questa una tendenza in costante aumento.
Analizziamo ora anche alcuni dati offerti dal dossier curato dall’IREF-ACLI nel 2011: si tratta di numeri, ma attraverso di essi è ben facile leggere migliaia di storie personali. Aggiungo che, coi miei 27 anni, purtroppo conosco anche personalmente questa realtà.
Soltanto poco più di un ragazzo su cinque tra i 18 e i 29 anni può vantare un impiego qualificato (va un po’ meglio alle ragazze: 27,9%); non dovrebbe ovviamente essere un vanto, bensì la norma; ma troppo di frequente (circa una volta su quattro) bisogna accettare un posto inferiore al titolo per il quale si ha studiato. Per altro, dietro a questi numeri sono individuabili antiche ingiustizie sociali, che dimostrano una volta di più, semmai ce n’era bisogno, che la mobilità sociale, in Italia, è piuttosto rigida: oltre la metà dei giovani sottoinquadrati è figlio di genitori in possesso soltanto del diploma di scuola media.
Possiamo accostare questo dato, già preoccupante, con un altro tipicamente italiano, di proporzioni macroscopiche, che rende ancor più drammatica la condizione dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro: poco meno del 60% (il 58,2% al Sud, il 59% al Centro e il 52,2% al Nord) trova lavoro grazie alla segnalazione di amici e conoscenti. Cioè per raccomandazione. E chi non conosce nessuno, magari perché di estrazione sociale modesta, è svantaggiato dalla nascita.

L’istruzione, da sé, non costituisce un valido «ascensore sociale». Anzi, rischia di trasformarsi in una causa di frustrazione. L’iscrizione ai licei, segnala il Corriere della Sera dello scorso 24 agosto, è in aumento del 3%, mentre gli istituti tecnici perdono quest’anno il 3,4%. Perché, anche se tutti ripetono che c’è tanta necessità di manodopera? Se le imprese, pur in un momento di crisi economica, dicono di non riuscire a trovare il 17,2% del personale? Forse la risposta è nell’impostazione generale della scuola, nella sua matrice gentiliana borghese e classista, che discrimina tra una scuola di «serie A» e una di «serie B»; forse nel fatto che manca una seria connessione tra scuola, impresa e enti di formazione, che spesso fanno la corsa per aggiudicarsi i finanziamenti per dar vita a corsi totalmente avulsi dalla realtà produttiva del contesto geografico. Ciò che è abbastanza evidente è che c’è un’illusoria corsa al titolo di studio la quale, se non supportata da opportune politiche (per esempio, incentivi al settore della ricerca&sviluppo: gli addetti, in Italia, sono nettamente inferiori a quelli di altri Paesi), si rivela un investimento in perdita sia per le famiglie che, in definitiva, per il sistema-Paese. Stiamo parlando di etica del lavoro, dell’idea che ogni mestiere ha la stessa dignità; ma anche di realizzazione personale, se un altro dato molto triste, elaborato dall’IREF, ci dice che soltanto il 18,3% degli uomini e il 20,8% delle donne si dichiara «molto soddisfatto» del proprio lavoro. Vuol dire che si è quasi del tutto perso il concetto della professione come Beruf, come «vocazione».

Abbiamo già scritto proprio su queste pagine come tutti questi fattori abbiano portato al fenomeno umanamente deprimente dei cosiddetti NEET, i ragazzi (15-29 anni) che né studiano né lavorano, un esercito enorme di oltre due milioni di scioperati (in maggioranza femmine: il 64,2% nel Nordest) che si sono sostanzialmente arresi a lasciarsi vivere. Ben il 58,3% di essi risiede – ancora un dato negativo – nel Mezzogiorno, dove essi costituiscono quasi un terzo dei giovani di quell’età. Ciò significa che tre ragazzi meridionali su dieci non fanno niente nella vita.
Ci si deve urgentemente porre il problema a livello politico e cercare delle soluzioni. A nostro parere, una delle cose che manca è una cultura di solidarietà di fondo che, forse, si rispecchia nell’altissimo numero di lavoratori autonomi presenti nel nostro Paese, in tredici regioni su venti superiore a un terzo del totale dei lavoratori. E, ancora una volta, essi sono maggiormente presenti al Sud (mentre la vulgata dipinge il «popolo delle partite IVA» come schiettamente settentrionale, leghista): sarà anche da questo che dipende la pratica della raccomandazione (oltre che dell’evasione fiscale)? Dalla fitta trama di amicizie e conoscenze di cui è bene disporre per farsi assumere da aziende che, nel 94,3% dei casi, hanno meno di dieci addetti e sono sottoposte a pressioni fiscali che spesso inducono a preferire la chiusura dell’impresa piuttosto che la sua ristrutturazione?
Sembra però che i giovani si siano quasi arresi, nemmeno protestano più: sanno che la loro generazione sarà la prima dal dopoguerra in qua ad affrontare un futuro meno promettente, se non peggiore, di quello dei propri genitori. Purtroppo non si tratta solo di questo, perché vediamo come i giovani subiscano una marginalizzazione sociale ben più ampia, che riguarda, per esempio, la mobilità sociale e la rappresentanza politica, tanto che viene da domandarsi se non si possa parlare addirittura di «sfruttamento» dei giovani da parte delle generazioni più anziane, alle quali lo Stato destina ben più risorse. Il confronto con gli altri Paesi europei evidenzia chiaramente come i giovani italiani siano più svantaggiati dei loro coetanei europei: oltre la metà (51,3%) della spesa sociale riguarda il sistema pensionistico e l’assistenza agli anziani (in Europa il 39,1%)! Le spese che interessano perlopiù i giovani o i giovani adulti (sostegno al reddito e alla disoccupazione, politiche familiari e della casa) si fermano al 12,8%, praticamente la metà della media europea (25,1%). Si calcola che su ogni giovane italiano gravino 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 euro di debito pensionistico.
I guai non sono, evidentemente, solo per i giovani: una situazione del genere, dilazionando nel tempo scelte di vita che i nostri genitori e i nostri nonni hanno potuto fare prima, conduce al calo demografico, all’invecchiamento della popolazione e, di conseguenza, alla stagnazione economico. E a questo punto il cerchio si chiude.
C’è nel Paese un giustificato malessere al quale urge davvero dare delle risposte.

DATI

Dossier statistico IREF

http://www.ansa.it/

http://www.corriere.it/

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