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Ottanta anni fa, l’11 febbraio 1929, due legittime aspirazioni trovarono una soluzione comune, che nel tempo si è dimostrata vincente. L’unità della nascente nazione italiana e la garanzia di operatività della Santa Sede hanno trovato infatti nei Patti lateranensi il pilastro sul quale fondare, nel rispetto reciproco dell’indipendenza e della libera sovranità, l’ambito nel quale far crescere le rispettive autonomie.

In questo quadro, oggi, il bilancio non può che essere positivo: confermato, da un lato, –se ve ne fosse un qualche bisogno- dai recenti positivi incontri dal nostro Capo dello Stato con il Papa e, dall’altro, nonostante i toni accesi di questi giorni, dalla serena e positiva telefonata di reciproco rispetto (e stima personale!) che il Segretario di Stato card. Bertone ha fatto al Presidente della Repubblica all’indomani del caso Englaro: un fatto storicamente più unico che raro nei rapporti tra Stato italiano e Santa Sede.

Non bisogna dunque confondere i toni delle polemiche politiche e giornalistiche (e di coloro interessati a sollevarle), con quelli veri e reali di un rapporto che è – a differenza di quanto è stato anche scritto di recente in qualche libro- consustanziale ormai nel tessuto ordinamentale italiano.

I Patti lateranensi, che sono costituiti dal Trattato lateranense vero e proprio e dal Concordato, atto giuridico che lega la Santa sede e lo Stato italiano in tema di religione, poi revisionato nel 1984 dal Presidente del consiglio Bettino Craxi e dal cardinale di Stato Agostino Casaroli, rappresentano dunque una parte fondamentale del quadro costituzionale del nostro Paese.

D’altronde, sono proprio le caratteristiche intrinseche di Roma, capitale d’Italia, sede del ministero petrino, centro della cristianità, a rendere evidentemente speciale e del tutto particolare questo rapporto, correttamente fotografato, nella sua specialità, dall’art. 7 della Costituzione.

Per cui, proprio oggi che ne ricorrono gli ottant’anni, non bisogna lasciarsi fuorviare dal furore delle polemiche, perché nella sostanza –a leggere bene tra le righe dei rapporti reali, degli editoriali degli organi ufficiali, delle scelte operate da entrambe le posizioni in via ufficiale – si capisce chiaramente che né la Santa Sede né lo Stato italiano, rappresentato dal Capo dello Stato, hanno in alcun modo intenzione di aprire una “guerra di religione”, uno “scontro fra civiltà” nel nostro Paese, soffiando –in maniera del tutto irresponsabile- su una spaccatura alimentata invece da molti tra laici e cattolici.

Il nostro Paese, come ha ricordato anche un’importante sentenza della Corte costituzionale, è un Paese laico e il principio di laicità, declinato tanto al singolare quanto al plurale, vuole dire in primis pluralismo e libertà. E questi due principi sono a cuore tanto Stato italiano quanto alla Santa Sede. E’ questo dunque, ottanta anni dopo, il legato che ci unisce a quella data: l’essenza dei Patti è qui, è in questo lascito di eredità, è nelle due parole, di libertà e pluralismo che affondano le reali radici di quell’incontro di volontà, e che trascendono e vanno oltre le singole esigenze storiche del tempo.

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Mi rendo conto, tuttavia, che, forse, tutto ciò non emerge ancora abbastanza.

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Nel dibattito pubblico, nella vulgata comune, tra la gente non di rado i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica (e dunque, con il suo ente esponenziale, la Santa Sede) sembrano essere dominati da una grande confusione: da un lato –come di recente ha ricordato anche Giancarlo Zizola- dipende dalla assenza di cultura religiosa nel nostro Paese (il vero antidoto per una sana laicità da parte dello Stato), dall’altro, un po’ dipende dal misero vantaggio politico di alcuni (da entrambe le parti) nel mantenere aperta la caricaturale spaccatura tra laici e cattolici.

Ecco forse l’impegno che ci si dovrebbe dare per i prossimi ottanta anni è di affrontare più direttamente questi problemi, non da ultimo avendo il coraggio –così come già si era iniziato a fare nel 1997 con il disegno di legge Prodi- di dotare il nostro Paese di una legge quadro sulla libertà religiosa. Questo, come sottolineavano allora illustri ecclesiasticisti come Giuseppe Dalla Torre, darebbe pienezza all’art. 7 e risponderebbe, del pari, alle legittime esigenze previste dall’art. 8, riguardo alle altre confessioni.

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