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Gli ultimi dati sulla dinamica del debito pubblico indicano una significativa riduzione del rapporto debito/PIL, sceso di quasi due punti percentuali in un anno al 104 percento, accompagnata da un dato lusinghiero sul rapporto fabbisogno annuo/Pil che si situa, a seconda delle stime e dei metodi di calcolo, tra l’1,9 e il 2,4 percento.

Parallelamente a questi risultati abbiamo assistito però negli ultimi giorni ad un aumento dello spread tra titoli italiani e tedeschi a lungo termine (l’indicatore del rischio relativo dei nostri titoli pubblici) fino a 63 basis points e ad un’asta per l’acquisto di nuovi BOT emessi nella quale, per la prima volta da molti anni, la domanda è risultata inferiore all’offerta.
 
Questi dati apparentemente contrastanti in realtà non lo sono affatto ed indicano due fenomeni ben marcati. Da una parte il successo del precedente governo sul fronte della dinamica dei conti pubblici, dall’altra la preoccupazione dei mercati per il futuro in un momento in cui in campagna elettorale i programmi dei due partiti principali largheggiano in promesse agli elettori che corrispondono ad altrettanti impegni di spesa, ben guardandosi ovviamente dall’indicare in che modo e da chi le risorse aggiuntive necessarie per mantenerle saranno prelevate.
 
In un certo senso questa “vaghezza” dei candidati italiani (intermedia tra una trasparenza scrupolosa su nuove spese e nuove entrate e la vaghezza ancora più spiccata dei candidati alle primarie americane che inneggiano genericamente alla speranza e al cambiamento) è la più insidiosa per i cittadini e per i mercati. Mentre la speranza ha effetti neutrali sulle aspettative o può addirittura rincuorarle, le promesse di spesa non coperte da entrate adeguate deprimono i mercati.
 
I nostri politici si sentono inevitabilmente costretti in campagna elettorale a corteggiare gli istinti peggiori degli elettori e quella schizofrenia ed “interesse per il particolare” crescenti che pretendono servizi gratuiti e di alta qualità (e si scandalizzano magari di fronte alla mancanza di copertura sanitaria di moltissimi cittadini americani) ritenendo però allo stesso tempo che le tasse siano un furto dello stato nei confronti dei cittadini.
 
Fa impressione che uno dei maggiori protagonisti della costruzione dei vari tesoretti di cui abbiamo goduto negli ultimi tempi, il viceministro Visco, sia stato accantonato dagli stessi uomini della propria parte politica perché “poco presentabile”. Ma la recita elettorale richiede questo ed altro e dunque fuori i Visco e i Padoa-Schioppa e dentro i Ciarrapico…
 
Ci sarebbe per le forze politiche un modo molto semplice per evitare questa corsa al ribasso e questo deterioramento progressivo del senso civico e del capitale sociale, senza incorrere in autogol strategici nella corsa elettorale: un accordo bipartisan con il quale entrambe le formazioni si impegnano, in caso di vittoria elettorale, a proseguire con il medesimo impegno la lotta all’evasione, impegnandosi ad utilizzare le risorse generate per abbassare la pressione fiscale per tutti con attenzione particolare alle classi meno abbienti. Possiamo infatti discutere sull’adeguatezza della pressione fiscale complessiva sui lavoratori autonomi ma non possiamo accettare che la risposta dei cittadini sia quella di non pagare.
 
Un accordo di questo tipo renderebbe un gran servigio alle generazioni presenti e a quelle future. Non dimentichiamo che, dire che in Italia i servizi pubblici ottenuti non sono all’altezza delle tasse che paghiamo è una tautologia. Dovendo devolvere per il pagamento degli interessi del debito pubblico una quota molto più elevata delle risorse fiscali raccolte è evidente che, rispetto agli altri paesi europei, abbiamo molte meno risorse a disposizione per migliorare la qualità di tali servizi.
Ridurre il debito e contenere il deficit serve dunque proprio ad aumentare gradualmente ma costantemente le possibilità che il nostro contributo al fisco sia effettivamente utilizzato per migliorare la qualità dei beni e servizi pubblici di cui vorremmo godere.
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