Alla luce dei recenti risultati elettorali, si torna a parlare con insistenza della possibilità di attuare la riforma del federalismo fiscale. Il confronto cui si assiste oggi su tale tema è, però, alterato dalla sovrapposizione di due questioni importanti e contrapposte:

da un lato, la fisiologica evoluzione della Pubblica Amministrazione sempre più bisognosa di adattarsi alle nuove esigenze economiche e sociali del contesto europeo; dall’altro una corsa verso la riforma in chiave federalista, in un Paese che strutturalmente non sembra ancora pronto ad accogliere un simile cambiamento. Allo stato attuale, infatti, si rischierebbe di scaricare sulla filiera dei livelli istituzionali, dalle Regioni agli enti locali, la necessità di far quadrare i conti, facendo leva sulla capacità contributiva di ogni singola ripartizione amministrativa, a scapito del ruolo stesso richiesto all’attore pubblico: fornire servizi adeguati e omogenei a tutti i cittadini e a tutte le imprese. La risposta alla gestione della complessità non può essere un federalismo che, se da un lato cavalca principi come la sussidiarietà, dall’altro spacca il nostro territorio amplificando le differenze economiche e sociali. I bisogni post industriali in campi come l’ambiente, la salute, le assicurazioni sociali e le libertà economiche, richiedono un confronto serio sia sul ruolo di uno Stato forte, regolatore ed europeo, sia sull’evoluzione della Pubblica Amministrazione italiana in chiave regionalista.

In altre parole, l’attuale sistema italiano non è un sistema federale, bensì un sistema basato sul modello regionalista. Con il federalismo reale i governi locali rientrano nell’ombra esclusiva degli Stati federati, attuando un sistema solitamente dualistico articolato su due sfere: da un lato, il governo federale e, dall’altro, gli Stati federati (non le Regioni, con i loro governi locali). Viceversa il regionalismo poggia sempre su Stati unitari, come per il caso italiano: il governo centrale mantiene un rapporto con i governi locali, assicurando servizi primari su tutto il territorio nazionale in misura omogenea; mentre le Regioni svolgono la funzione strategica di coordinamento e programmazione delle attività sociali ed economiche. Ora più che mai è opportuno riconoscere la sostanziale inattuabilità del cosiddetto federalismo fiscale, in un quadro normativo completamente sganciato da realtà territoriali e regionali profondamente differenti e da basi imponibili inconciliabili con qualsiasi modello di equità fiscale.

La maggior parte delle risorse regionali vengono, infatti, destinate al Welfare (assistenza sociale e sanità) e all’Education (istruzione, diritto allo studio e formazione professionale), a tutto scapito dello sviluppo economico verso il quale le Regioni sembrano essere più coinvolte e responsabilizzate dal progetto di riforma istituzionale. I già precari equilibri delle Regioni meridionali, ancorchè sostenuti dalla compartecipazione finanziaria dell’Unione Europea attraverso i Fondi strutturali, sarebbero travolti da un ennesimo disegno costituzionale di devoluzione di competenze agli attori territoriali: a quel punto, il federalismo fiscale inciderebbe definitivamente sul funzionamento e non sul reale sviluppo delle aree territoriali.

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