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L’analisi costi benefici è una tecnica usata per valutare la convenienza di un investimento sul territorio in funzione degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Nel mondo privato, l’obiettivo è costituito dalla massimizzazione del profitto; nel mondo pubblico non è concepibile valutare solamente gli aspetti finanziari legati alle spese effettivamente sostenute per la realizzazione di un progetto;

occorre, invece, mettere in relazione costi e benefici finalizzati ad ottenere la massimizzazione del benessere sociale. Ebbene, la riforma federalista giunta al Senato ed ora all’esame della Camera, non arriva neanche a stimare la convenienza di un simile cambio di rotta, poiché di numeri non si è finora parlato.
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, pur rassicurando sul fatto che il disegno di legge non intensificherà la crisi economica in atto, non fornisce dati certi sui costi del provvedimento, spiegando che le variabili che determinano i costi del federalismo fiscale sono numerose e complesse e non è possibile per ora stimarne l’impatto economico. In Italia ci sono 12 tipi di tributi, 5 soggetti politici titolari dei principali cespiti tributari, 11 tra criteri e principi istitutivi. E la delega del governo sul federalismo prevede 2 fondi di solidarietà, 8 tipi di procedure attuative, un numero non specificato di decreti attuativi, che saranno tra di loro anche interattivi e quindi avranno effetti compensativi.

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 Per il momento, la soluzione prospettata è di lungo termine: occorre prima lavorare sui decreti attuativi che vedranno la luce fra due anni; parallelamente, è necessario creare una banca dati condivisa con informazioni omogenee per tutto il territorio nazionale; infine, monitorare l’impatto della riforma nei successivi 5 anni di transizione in modo da tarare uniformemente le eventuali misure correttive. Nel frattempo, se tutto va bene, saranno passati 7 anni in cui non si potrà fare altro che “navigare a vista”. Nel passato governo Berlusconi venne calcolato l’impatto della riforma, che allora era superiore ai cento miliardi, una cifra esorbitante di questi tempi. La crisi economico finanziaria che sta affliggendo l’Italia, non permette nessun tipo di distrazione o di blanda approssimazione e al “dolce navigare in mezzo al mare”, la gente preferisce e pretende porti sicuri sulla terraferma.

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Come abbiamo più volte visto, la riforma federalista introduce l’utilizzo dei costi standard – i costi sostenuti in media da una buona amministrazione secondo criteri di efficienza e adeguatezza – ai fini della valutazione del fabbisogno; purtroppo, però, non viene fornita nessuna indicazione sui criteri e le modalità per la loro determinazione, col rischio che si finisca per creare una forte asimmetria tra i territori, con Regioni che giocano il campionato in serie A e Regioni destinate a rimanere a vita in serie B. Ciò vale soprattutto in materia di sanità, che tra l’altro rappresenta una delle voci più importanti nei bilanci regionali, ma va da sé che è impensabile giocare una partita dove in palio non c’è una coppa dei campioni, ma la salute delle persone.

Occorre, pertanto, che nella determinazione dei costi standardsi prendano in considerazione diversi elementi che caratterizzano, nel bene e nel male, un territorio: il diverso contesto ambientale, il grado di dotazione infrastrutturale, le dinamiche sociali, il tasso di disoccupazione, i livelli di reddito procapite.

In altre parole, per perseguire la massimizzazione del benessere sociale, è indispensabile riuscire a porre sui due piatti della bilancia, rischi e opportunità che deriverebbero dall’applicazione della riforma per garantire – in primo luogo – il rispetto del principio di uguaglianza dei cittadini, dovunque essi risiedano, sancito dalla Costituzione italiana.

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