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Il dibattito attuale sul federalismo merita un cenno sull’importante contributo che il pensiero sociale cattolico ha fornito all’elaborazione di una teoria federale dello Stato. In particolare, Luigi Sturzo, circa un secolo fa, sosteneva la tesi di una maggiore diversificazione delle policy in grado di evidenziare le peculiarità locali e di ottimizzare la loro capacità economico-produttiva. Per il grande pensatore cattolico, il federalismo rappresentava una risposta alla questione meridionale. Vediamo perché.

Il meridionalismo ed il federalismo di Sturzo si comprendono solo a partire dalla sua teoria organica della società e del ruolo determinante dei corpi intermedi. In tutti i suoi interventi, compreso il noto discorso di Napoli del 1923, Sturzo inserisce la questione meridionale nella più ampia questione nazionale, dove accanto ad “un’area del Nord caratterizzata dall’espansione dell’industria manifatturiera e con un diffuso proletariato di fabbrica”, intravedeva l’esigenza di operare per un Sud “con un’agricoltura potenziata e legata a un’industria di trasformazione”. Perché ciò potesse avvenire, Sturzo intendeva rompere il latifondo, iniziare una incisiva politica di privatizzazioni della terra mediante l’organizzazione del credito agricolo, delle associazioni contadine, dell’autogoverno locale, delle industrie del settore agricolo e di quelle impegnate nelle bonifiche. Si tratta di interventi che agiscono come incentivi all’economia che nella prospettiva sturziana avrebbero dovuto sottrarre il Mezzogiorno dal rischio di un’urbanizzazione “industrialista” e avrebbero contribuito a rivitalizzare le zone interne, tradizionalmente più depresse rispetto alle zone costiere. In breve, Sturzo propendeva per una agricoltura industrializzata, in grado di far nascere una tanto nuova quanto qualitativamente inedita borghesia meridionale, non protetta paternalisticamente, sul modello del fascismo, bensì vitale e attiva nella lotta sociale e legata alle sorti della democrazia.

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In definita, era opinione di Sturzo che la risoluzione di parte dei problemi della nostra economia nazionale sarebbe dovuta passare per la soluzione della questione meridionale e quest’ultima, a sua volta, avrebbe dovuto interessare una radicale evoluzione dello stato verso un federalismo efficiente capace di creare sviluppo economico e coesione sociale su tutto il territorio. È in un articolo del 1901, intitolato “Nord e Sud. Decentramento e federalismo” che Sturzo interverrà con forza sul tema, ancorandolo ad una proposta di riforma federalista dello stato italiano. Per Sturzo, la vocazione dello stato italiano era inevitabilmente federalista, un federalismo costruito su base municipalista e regionalista: “un sobrio decentramento regionale amministrativo e finanziario e una federazione delle varie regioni, che lasci intatta l’unità del regime”.

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Con grande lungimiranza Sturzo, sin dai primi anni del ‘900 fino al suo rientro dall’esilio, continuò a sostenere l’esigenza di non rappresentare il Mezzogiorno come un’area esclusivamente agricola, dove l’industria assume i connotati di settore meramente complementare e che, di conseguenza, nessuno sviluppo economico nazionale si sarebbe potuto realizzare se prima non si fosse affrontato il nodo della “questione meridionale”, un’area storicamente depressa sotto il profilo industriale. A questo punto, egli intravide le tre condizioni per una rinascita del Mezzogiorno:

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·      promuovere una politica di liberalizzazioni. L’ingerenza statale nell’industria avrebbe creato una situazione insostenibile, definibile in questi termini: “monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione” e “paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica”.

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·      Dare maggiore consistenza economica alle regioni e procedere verso una progressiva articolazione federale dello stato, in modo che “le giunte regionali concorrano con il governo centrale a ristabilire il necessario equilibrio economico fiscale già alterato a danno del Mezzogiorno”.

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·      Educare allo spirito d’iniziativa e d’imprenditorialità, affinché il Mezzogiorno sia restituito ai meridionali e siano loro gli attori del suo risorgimento.

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Sturzo scrive: “quando parlo di industrializzazione, non intendo dire che sorga qui una fattoria, lì un’officina, come segni sporadici di piccole iniziative locali, che vivono spesso una vita stentata e non reggono alla concorrenza di impianti più vasti e meglio attrezzati”. In breve, Sturzo non contemplava l’idea di industrie pesanti piovute dall’alto, da un centro culturalmente ottuso, che non è nelle condizioni di accertarsi circa la vocazione storica e naturale del territorio. Sturzo pensava ad industrie sorrette dallo spirito d’iniziative e nutrite dalla cultura del rischio: “il rischio che educa”, un ragionevole rischio che responsabilizzi e che orienti le attività imprenditoriali nella direzione strategica tale da mettere le imprese nelle condizioni di inserirsi in un contesto economico omogeneo ed in una filiera produttiva coerente con l’agricoltura e con il commercio.

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Oggi i cattolici possono contare, oltre che sul Magistero sociale della Chiesa, su un patrimonio di idee e di proposte politiche in gran parte ancora inedito. A differenza di alcune copie scarsamente conformi, il federalismo, il liberalismo ed il meridionalismo di Sturzo e della tradizione del popolarismo sono funzione dello sviluppo economico dell’intera nazione ed appaiono come parti integranti di una politica industriale e sociale che diffida delle soluzione centralistiche, dei piani ciclopici, dell’uniformità legislativa e fiscale, mentre si mostra in sintonia con una visione del progresso economico e sociale coerente con la moderna Dottrina sociale della Chiesa ed incentrata sui corpi intermedi, sui piccoli plotoni, sui mondi vitali, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di poliarchia.
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