di Mariagrazia Rodomonte
rnI fatti di cronaca che hanno di recente visto coinvolto il nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi hanno portato in primo piano molti dei temi oggi all’ordine del giorno nell’agenda politica: dalla riforma della giustizia, allo scontro magistratura – politica, fino al ruolo delle donne nel nostro Paese. Di donne si è così molto parlato negli ultimi tempi su giornali e trasmissioni televisive, si sono fatti dibattiti ai quali hanno partecipato uomini e donne di diversi schieramenti e orientamenti politici. Un gran discutere insomma, per scoprire infine quel che in realtà era ben noto da tempo e cioè che l’immagine della donna ben poco ha a che fare con la realtà della maggioranza delle donne di questo Paese.

Parliamo di donne che faticano ad emergere nel mondo del lavoro, ma che nonostante questo non rinunciano ad impegnarsi; di donne che non trascurano di confrontarsi quotidianamente con i problemi che nascono dalla difficoltà oggettiva in cui si trova chi non è disposto a scegliere tra lavoro e famiglia; di donne che devono, e vogliono, prendersi cura dei figli; di quelle che possono contare sull’aiuto provvidenziale dei nonni, come di quelle che invece non possono e devono ricorrere, spesso in mancanza di adeguate strutture pubbliche, a dispendiosi aiuti esterni; di donne che, infine, devono prendersi cura anche di famigliari anziani. Questa è buona parte della realtà italiana, come peraltro studi anche recenti dimostrano, da ultimo quello riportato sul Corriere della Sera dello scorso 7 marzo che evidenzia come, secondo dati dell’Eurostat, l’Italia sia insieme a Malta il fanalino di coda dell’occupazione femminile, occupazione che tende a diminuire ad ogni figlio a carico in più fino a raggiungere livelli drammatici dopo il terzo figlio. Singolare peraltro che l’occupazione maschile, in tutta Europa, ma in particolare in Italia, tenda invece a crescere con l’aumentare dei figli a carico.
In questo quadro, dunque, così ricco di paradossi il mondo della politica non fa che riflettere tutte le difficoltà e le contraddizioni che si sono evidenziate. È indubbio infatti, per un verso, che la presenza femminile nei luoghi della rappresentanza politica sia stata oggetto di una crescente attenzione nel nostro Paese, testimoniata in particolare dalle modifiche costituzionali e dalle previsioni contenute nelle leggi elettorali e negli Statuti regionali successivi alla modifica del titolo V, parte II della Costituzione. In primo luogo, il c. 7 dell’art. 117 Cost. successivo alla riforma costituzionale del 2001 in base al quale “le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Tale previsione ha preceduto, sia pur di poco, un’analoga previsione riferita all’intera Repubblica, introdotta con revisione costituzionale nel 2003. Si tratta della modifica apportata all’art. 51 Cost. dalla legge costituzionale n. 1 del 2003 con la quale al 1° c. del suddetto art. – che, come è noto, dispone che “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge” – si è aggiunta la previsione in base alla quale “a tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.
Tenendo conto delle novità costituzionali, si potrebbe quindi affermare che da qualche anno a questa parte sia stata riconosciuta la necessità di interventi normativi, previsti per tutti i livelli di governo e in particolare per quello regionale, volti a rimuovere tutti gli ostacoli che fino ad oggi hanno impedito la parità di accesso delle donne alle cariche elettive. Molti Statuti regionali richiamano infatti, con formule analoghe a quelle contenute nella Costituzione, l’esigenza di promuovere la parità di accesso alle cariche elettive. Inoltre, diversamente da quanto accade per la legge elettorale per la Camera dei deputati e per il Senato della Repubblica – per la quale non può che parlarsi di “assordante silenzio” (M. Raveraira, federalismi.it, 3/2010) in tema di riequilibrio tra i sessi – molte leggi elettorali regionali contengono previsioni volte a consentire, con strumenti più o meno incisivi, la possibilità per le donne di essere elette all’interno dei Consigli regionali. Tra tutte si segnala proprio la previsione contenuta nella recente legge elettorale della Campania (l.r. n. 4 del 2009) con la quale si è introdotto il meccanismo della preferenza di genere, la possibilità cioè per l’elettore di esprimere uno o due voti di preferenza a patto che si tratti di candidati di sesso diverso della stessa lista. Una previsione che non ha mancato di dare buona prova di sé: la Regione Campania è infatti ai primi posti quanto a presenza femminile nelle assemblee rappresentative nelle ultime elezioni regionali, anche se con solo 14 elette su un totale di 60 consiglieri.
Se per un verso, quindi, il dato costituzionale e alcune previsioni a livello regionale soprattutto, mostrano una crescente attenzione per il tema della presenza delle donne nelle istituzioni rappresentative, d’altro canto non può negarsi che tale presenza rimanga ancora molto ridotta – come anche il dato campano dimostra – sia a livello nazionale che nelle Regioni e nei restanti livelli territoriali di governo. Se si passa poi a osservare quanto avviene negli organi di governo il quadro appare ancor più desolante: attualmente nel Governo le donne ministro sono in tutto 5 e osservando le realtà locali la speranza, nella maggior parte dei casi, è quella che nelle Giunte regionali o in quelle degli enti locali si possa trovare almeno una donna.
Dunque, come ha sostenuto il Ministro per le pari opportunità Mara Carfagna (nel corso del question time sulla presenza delle donne nelle istituzioni – Leg. 16° – Aula – 29/04/2010) si tratta indubbiamente di “affermare… una nuova cultura che prenda coscienza dei valori, dei talenti e dell’indispensabilità del contributo che le donne possono portare nei processi decisionali”; ma questa nuova cultura, di cui si avverte senza alcun dubbio il bisogno, stenta ancora ad affermarsi, soprattutto in politica.
Quali, allora, le soluzioni possibili per consentire alle donne di essere presenti nel mondo della politica? Secondo molte associazioni femminili l’obiettivo rimane quello di arrivare a una rappresentanza paritaria attraverso meccanismi vincolanti, in particolare con l’introduzione delle cosiddette “quote” nelle liste elettorali. È innegabile infatti, per un verso, che il cosiddetto gender gap in fatto di rappresentanza politica necessiti di meccanismi in grado di consentire alle donne di accedere alla politica. Come è stato affermato serve cioè in Italia, un vero e proprio “antitrust della politica” (A. Maass, A. Mucchi-Faina, C. Volpato, “50/50, l’antitrust della politica”, 29 ottobre 2009, in Micromega-online) finalizzato a ristabilire l’equilibrio tra i generi. Tuttavia, la semplice previsione, presente peraltro in molte leggi elettorali regionali, di una semplice “quota” di donne presenti in lista non si è rivelata nei fatti una misura realmente incisiva ai fini della realizzazione dell’obiettivo del riequilibrio della rappresentanza (Raveraira, cit.). Inoltre, la stessa misura prevista in Campania, sicuramente ben più efficace poiché consente di ampliare le possibilità di scelta per gli elettori, pur rimanendo, come ha affermato la Corte costituzionale, una misura compatibile con il quadro costituzionale in quanto “una misura promozionale, non coattiva” (punto n. 34 considerato in diritto, sent. n. 4 del 2010), è ancora ben lontana dal realizzare l’obiettivo della pari rappresentanza di genere. Infine, non è detto che la previsione di “quote” in politica – in analogia con quanto si sta tentando di fare in un contesto però diverso, quello dei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa con una legge attualmente in discussione al Senato, e con modalità che incidono direttamente sul risultato – consenta di operare scelte effettivamente meritocratiche, se a scegliere le donne da candidare continueranno ad essere oligarchie maschili all’interno dei partiti.
In definitiva quindi, è certo necessario dare risposte valide al problema della sottorappresentanza femminile nelle istituzioni, ma tali risposte non possono essere date agendo esclusivamente sul piano dei meccanismi previsti nella legislazione elettorale: questi si dimostrano insufficienti se ad essi non vengono raccordati anche meccanismi di scelta delle candidature da parte dei partiti tali da consentire che le donne vengano effettivamente elette e che quelle candidate lo siano secondo criteri meritocratici. È singolare infatti, che alle ultime elezioni regionali nel Lazio nessuna delle donne elette provenga da un partito come il PD che pure non manca di dare ampio spazio all’interno dello Statuto, così come nel Codice etico, alla parità di genere sia negli organi di partito, sia nella scelta delle candidature. Ciò, evidentemente, mostra l’esistenza di prassi selettive spesso distanti dalle proclamazioni di principio presenti all’interno di molti degli Statuti dei principali partiti italiani, tanto di destra quanto di sinistra. Uno dei nodi centrali della presenza delle donne in politica è quindi proprio quello della selezione delle candidature. Se manca il sostegno del partito, anche, ad esempio, attraverso la collocazione in un collegio sicuro, è ben difficile che una donna possa essere eletta. Ma, se a decidere chi candidare continua a essere una ristretta oligarchia di uomini all’interno delle segreterie di partito, il rischio è che in caso di preferenza le donne candidate non siano adeguatamente sostenute dal partito di appartenenza, mentre nelle liste bloccate si scelgono donne poco conosciute, outsiders della politica che molto difficilmente saranno in grado di esprimere scelte autonome rispetto all’oligarchia maschile che le ha selezionate.
Quale allora, la soluzione? Spesso si afferma che una delle strade maestre per sostenere la partecipazione delle donne in politica sia quella di consentire un, auspicabile, processo di rinnovamento dal basso attraverso lo sviluppo e la crescita di una nuova classe dirigente politica anche al femminile. È indubbio che si tratti di un processo senz’altro necessario, ma è evidente che tale rinnovamento della classe politica, con l’immissione di forze nuove, passa anche attraverso una diversa organizzazione dei “tempi” della politica che consenta alle donne quella “conciliazione” alla quale ci si sta da poco aprendo nel modo del lavoro, ma di cui ben poco si è discusso se riferito al mondo della politica. È ovvio che, in questo caso, gli strumenti per consentire alle donne di conciliare politica e famiglia non possono essere esattamente gli stessi reputati idonei per conciliare lavoro e famiglia, quali telelavoro, flessibilità, ecc…. Certo, l’immissione di valide forze femminili nel mondo della politica richiede che si affermi anche una nuova mentalità che, come evidenzia Beppe Severgnini sul Corriere della Sera (8 marzo), non veda più gli asili come voci di spesa ma come “grandi opportunità”. Ma non solo. È necessario infatti prendere atto della ineliminabile funzione sociale assolta dalla donna con la maternità e nella famiglia e, partendo dalla consapevolezza dell’apporto altrettanto ineliminabile delle donne alla politica, consentire alle donne di accedere effettivamente ai luoghi della decisione politica. Ciò deve tradursi oltre che in politiche di supporto alla famiglia con i tradizionali strumenti a tutti noti (asili ecc…), anche consentendo alle donne di conciliare i tempi di vita e di lavoro con l’impegno politico, ripensando i tempi e l’organizzazione della politica: una buona politica, forse, non è quella che prende decisioni in orari serali e che, asili o no, tende così ad escludere le donne dai propri meccanismi decisionali. Il ruolo della donna all’interno della famiglia non deve, dunque, essere interpretato come un fatto “privato” e declinato di conseguenza come alternativo rispetto alla partecipazione tanto al mondo della politica che a quello del lavoro, ma come un ruolo sociale da sostenere e garantire. Allora ben venga ogni meccanismo, quale quello campano, in grado di facilitare la rappresentanza femminile, preferibile, a mio avviso alle “quote” intese come previsione di una percentuale di donne presenti in lista. Se l’obiettivo primario rimane, però, quello di consentire a donne che hanno passione e competenza di affacciarsi al mondo della politica rendendo loro possibile accedere al confronto elettorale, diventa fondamentale riconoscere e garantire le rispettive identità di genere, non negare ma valorizzare le differenze e attivare tutte le misure – dalle quote elettorali, alla autoregolamentazione dei partiti, alle politiche di conciliazione – in grado di produrre un nuovo approccio culturale che consenta, infine, alle donne di gareggiare in politica con gli uomini partendo da una posizione realmente paritaria.

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