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Suona strano confrontare il dibattito sulla democrazia locale in Italia rispetto al resto dell’Europa. Mentre da noi l’obiettivo è tagliare i posti di assessori e consiglieri comunali (si vedano la finanziaria 2010 e la legge 148/2011), in altri paesi europei il problema sembra essere esattamente contrario: convincere le persone a candidarsi.

Gli enti locali sono sempre stati la culla della democrazia. E sono anche le “spie” dello stato di salute del sistema democratico complessivo. Uno degli indicatori più interessanti è rappresentato dalla partecipazione civica, nella sua doppia forma di partecipazione al voto e di disponibilità a candidarsi per una carica pubblica.
La XVI edizione della conferenza dei Ministri responsabili dei governi locali e regionali dei Paesi membri del Consiglio d’Europa tenutasi ad Utrecht nel novembre 2009 ha adottato una dichiarazione in cui si afferma esplicitamente come una delle priorità per il futuro degli enti locali sia quella di “affrontare il basso livello di partecipazione democratica alla vita pubblica a livello locale e regionale”. Sulla base di quella dichiarazione, il Comitato europeo per la democrazia locale e regionale ha intrapreso uno specifico programma d’azione triennale (2010-2013).
Nel corso del 2011, l’Università della Svizzera Italiana ed il Centro di formazione per gli enti locali del Cantone Ticino (Svizzera) hanno svolto un’indagine all’interno del Cantone con lo scopo di approfondire la conoscenza dei fattori che ostacolano o facilitano la disponibilità alla candidatura.
Il primo dato sorprendente emerso è che meno della metà dei politici in carica nel 2011 erano pronti a ricandidarsi alle elezioni comunali 2012.
Le principali difficoltà segnalate riguardano la complessità di leggi e procedure, il tempo richiesto, che deve essere necessariamente sottratto alla vita privata, i giudizi e le critiche provenienti dagli altri cittadini. Il tutto aggravato dalla sostanziale assenza di remunerazione per l’attività politica svolta. D’altro canto, giocano a favore della candidatura soprattutto il “fascino della politica”, il senso civico ed il prestigio associato alla carica.
Questi risultati stimolano la riflessione rispetto ad almeno due questioni:
1. la partecipazione civica è ancora da ritenersi un valore?
2. come coniugare la partecipazione democratica con la professionalizzazione richiesta dalla complessità dell’attività amministrativa?
Alla prima questione la risposta per la maggior parte dei contesti nazionali è un deciso “sì”. Partecipazione significa responsabilizzazione del singolo verso ciò che è pubblico: un valore insostituibile per la tenuta di qualsiasi collettività organizzata. Un dato curioso: in un Comune di 3’000 abitanti del Cantone Ticino vi sono generalmente 30 seggi di consigliere comunale (è il singolo statuto comunale a definire l’esatto numero). Dopo le recenti modifiche legislative un comune italiano della stessa dimensione ci saranno 6 consiglieri comunali.
Sul secondo punto si stanno concentrando gli sforzi creativi dell’“ingegneria istituzionale”. Se la partecipazione civica è un valore, lo deve essere anche la possibilità per le istituzioni locali di poter contare su professionalità avanzate.
In alcuni Cantoni svizzeri si sta andando verso una nuova distribuzione di competenze tra politici eletti e funzionari. Ai primi si chiede di assumere un ruolo più pregnante dal punto di vista strategico, individuando le visioni di sviluppo del comune, le priorità e gli ambiti di intervento. Ai secondi viene chiesto di assumere maggiori margini di autonomia nell’individuazione delle modalità esecutive attraverso cui tradurre la strategia in amministrazione quotidiana.
Le prime impressioni sono incoraggianti. La classe politica si sente più adeguata al nuovo ruolo, con un effetto positivo sulla riduzione dello stress collegato all’impegno politico, che rimane di tipo volontaristico. L’azione amministrativa appare più efficace perché diretta, a livello esecutivo, da persone professionalmente preparate. Gli stessi funzionari si sentono più valorizzati perché possono contare su un maggior grado di autonomia: il loro ruolo non è più quello di “semplici” esecutori di decisioni (secondo i dettami del classico modello organizzativo weberiano), ma diventano veri manager pubblici chiamati a sviluppare soluzioni efficaci per problemi complessi.
Le riflessioni sul modello di governance comunale si inseriscono in un più generale dibattito su quale debba essere la concezione stessa del comune di domani, sulle sue dimensioni, sulle sue competenze, sulle responsabilità rispetto all’utilizzo delle risorse pubbliche.
Certamente all’interno di una visione complessiva coerente, anche i singoli interventi di riforma assumono un senso più chiaro. Altrimenti, il rischio è sempre quello che si creino problemi più grandi di quelli che si intendono risolvere.

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