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di Flavio Felice e Fabio Angelini
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rnLe crisi finanziarie sono sempre fenomeni complessi e difficili da spiegare. Da quando si è manifestata l’attuale si è parlato di “bolle speculative” come se fossero l’esito necessario del sistema di libero mercato. Secondo la nostra modesta opinione si tratta invece di una crisi tutta politica, causata dalla cattiva regolazione e superabile solo dal ristabilimento di un ordinamento basato sulla responsabilità e sull’assunzione del ragionevole rischio.

Sulla base della nota definizione del premio Nobel per l’economia Friedrich von Hayek, il mercato è un meccanismo – processo – ottimale per la raccolta e la trasmissione di informazioni, ecco perché crediamo che gli speculatori non facciano altro che informarci sulle criticità del sistema, sulle sue debolezze, e siamo altresì convinti che affermare che le borse sono come “un orologio rotto” denoti soltanto o ignoranza su come funzionano i mercati ovvero la condivisione di una cultura economica in base alla quale si possono fare soldi a dispetto dei mercati.
Ci sono, a nostro avviso, tre modi per analizzare quello che sta accadendo sui mercati. Il primo è di guardare il problema con un’ottica esclusivamente economica. Il secondo approccio si basa, invece, sulla crisi culturale e valoriale che da decenni affligge il nostro Paese. La terza, ed è su questa che vorremmo soffermarci, pone in stretta correlazione i due suddetti approcci.
È ricorrente il confronto con l’esperienza dei primi anni novanta. Oggi come allora ci troviamo ad affrontare una gravissima crisi di fiducia nella sostenibilità del nostro debito pubblico. Oggi come allora, la crisi è il prezzo della distanza tra il sistema politico e il Paese reale, una distanza che registra lo “sguardo corto” che per troppi anni ha guidato le scelte della nostra classe dirigente.
La speculazione e il “commissariamento sovranazionale” del nostro Paese che ne è derivato ci mettono di fronte al fallimento di un’intera classe dirigente e all’esigenza di rivedere le ragioni del nostro stare insieme. È una situazione che, per quanto drammatica, rappresenta una grande opportunità. Occorrerà intervenire con tempestività, autorevolezza e decisione sia sul fronte del debito pubblico sia su quello delle condizioni che promuovono la creazione di ricchezza. Condizioni di carattere giuridico e culturale, indispensabili a favorire la produzione di valore economico, dal momento che riteniamo che l’Italia abbia le risorse sufficienti per superare l’attuale crisi.
Saranno necessari sia tagli drastici alla spesa sia interventi strutturali come privatizzazioni, liberalizzazioni, azioni finalizzate al progressivo aumento della produttività, l’innalzamento dell’età pensionabile, la riduzione delle tasse sul lavoro e così via. Tuttavia tali interventi potrebbero risultare non sufficienti se non saranno interpretati dai diversi attori politici, economici e sociali nell’ambito di una scenografia chiaramente volta a permettere il passaggio ad un’economia aperta.
Quanto alle privatizzazioni, quelle realizzate negli anni novanta permettono di esprimere un giudizio solo parzialmente positivo perché non sempre sono state implementate con l’intento di contribuire alla creazione di un mercato concorrenziale. In molti casi abbiamo assistito alla mera sostituzione del monopolista pubblico con uno privato, senza alcun significativo ritorno positivo per i consumatori.
Vero è, tuttavia, che quando le privatizzazioni sono state accompagnate da un serio processo di liberalizzazione (si veda su tutti il mercato delle telecomunicazioni e dell’energia), magari previa istituzione di un’autorità di regolazione in grado di tutelare gli interessi pubblici in gioco, i benefici che i consumatori hanno tratto dall’introduzione dei meccanismi concorrenziali sono stati evidenti. Sotto questo profilo, in una fase complessa come quella attuale, a nostro giudizio ciò che conta non è solo indicare le privatizzazioni come una priorità per centrare l’obiettivo del pareggio di bilancio ma inquadrarle in un reale e concreto processo di liberalizzazione del mercato in grado di creare le condizioni per la crescita economica e, quindi, per la sostenibilità nel lungo periodo del nostro debito pubblico e della spesa corrente.
Quanto alle liberalizzazioni, il dibattito a cui stiamo assistendo è alquanto deprimente. In assenza di un disegno organico e di quella consapevolezza necessaria per condurre l’economia italiana verso un più maturo sistema di mercato in grado di porre al centro valori economici e meta-economici come il merito e la responsabilità, il tutto sembra ridursi al mero tentativo di privare questa o quella categoria dei privilegi acquisiti. Ovviamente, essendo posto in questi termini, l’odioso tema delle liberalizzazioni viene vissuto da chi lo subisce come una sorta di intollerabile defraudazione. Le conseguenze di questo approccio miope sono sotto gli occhi di tutti: interventi annunciati finiscono inevitabilmente per essere ridimensionati nella portata e negli effetti dalla molto più efficace azione delle lobby. Il Paese, in assenza di una revisione complessiva (e non limitata a singole categorie) dei rapporti tra Stato e mercato, nonché, di una riorganizzazione dei pubblici poteri in chiave sussidiaria e poliarchica, continua a subire gli effetti di questo continuo avvitarsi su se stesso restando immobile ed esposto alle turbolenze del mercato globale.
A nostro giudizio, in questi anni è mancata (ma considerata la qualità della nostra classe dirigente non ci si poteva aspettare nulla di diverso) la capacità di innescare nel Paese un circolo virtuoso, basato sulla fiducia, in grado di dare una giustificazione all’immediata rinuncia ad alcuni privilegi in cambio di maggiori opportunità e benessere per il domani. La verità, tuttavia, è che quella sfiducia dimostrata dai mercati nei confronti del nostro debito sovrano è la medesima che alimenta quotidianamente la nostra cronica distanza dal sistema politico che ci porta a giustificare situazioni che sarebbero intollerabili in qualsiasi altro paese civile. Una sfiducia che, nello stesso tempo, ci rende riluttanti all’idea di meritocrazia quale strumento indispensabile per la mobilità sociale e la promozione dell’eccellenza e, infine, al rispetto delle regole, erroneamente intese come un freno alla crescita o un fardello di cui liberarsi.
Il passaggio da un’economia chiusa ad un’economia aperta, in grado di generare opportunità per tutti e di premiare sia i meriti individuali sia la capacità dei singoli di cooperare per il bene comune richiede un definitivo approdo verso una forma di società aperta, caratterizzata da un’ampia mobilità sociale e da una maggiore impronta meritocratica. Anche di queste riforme strutturali l’Italia ha bisogno per liberarsi definitivamente da una cultura politica, economica e sociale riluttante all’idea di mercato e di concorrenza.
Per il bene del Paese, ciò a cui non è più possibile rinunciare è l’esigenza di far emergere una nuova classe dirigente responsabile, libera da conflitti di interesse, in grado di ridisegnare il sistema dei rapporti tra pubblici poteri e privati in chiave sussidiaria e poliarchica, di operare sulla competitività delle imprese, sul mercato del lavoro e sulla governance aziendale e di canalizzare, grazie all’intermediazione di un “sano” sistema bancario, una quota del risparmio delle famiglie verso gli investimenti nelle infrastrutture e nelle realtà produttive nazionali, favorendone la crescita dimensionale e migliorandone la dotazione tecnologica e la qualità del capitale umano.
È di questi segnali che il Paese e i suoi mercati hanno bisogno per credere nel futuro.

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