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Ammetto sin d’ora che, rispetto al tema della cooperazione, cui queste brevi note sono dedicate, mi trovo in una sorta di conflitto d’interesse, essendo membro del Collegio sindacale della Banca di credito cooperativo-Cassa rurale di Treviglio. Diversamente da altri temi, dunque, la mia riflessione può essere viziata da questa appartenenza o, quantomeno, non essere completamente neutrale. Sono certo, tuttavia, che la medesima riflessione possa trarre profitto dalla passione e dall’esperienza che l’appartenenza al mondo cooperativo mi hanno trasmesso.

Premetto anche che non intendo affrontare specificamente discorsi di tipo assiologico, ovvero soffermarmi sul valore in sé della cooperazione, sui suoi meriti in termini assoluti e rispetto alle c.d. attività for profit. In questa direzione basterebbe probabilmente richiamare l’art. 45, comma 1, della nostra Costituzione nonché i numerosi interventi e scritti pubblicati, ben più autorevoli di questo.
All’opposto, vorrei limitare questa riflessione alla sola evidenza dell’irrazionalità dell’azione governativa (e della maggioranza) in questo settore, mossa da interessi diversi rispetto a quello della tutela della cooperazione.
Alcuni riferimenti normativi appaiono indispensabili all’analisi. L’emendamento governativo al d.l. 13 agosto 2011, n. 138, aggiunge al medesimo decreto il comma 36-bis, che incrementa la quota di utile imponibile, rispettivamente, delle società cooperative di consumo e loro consorzi (per la quota del 65%) e delle altre società cooperative e loro consorzi – escluse quelle agricole e della pesca – (per la quota del 40%). In questo modo, a partire dall’esercizio d’imposta 2012 (art. 36-quater) queste società subiranno, a grandi linee, un incremento marginale di 2,75 per ogni 100 € di utile prodotto.
La domanda intorno a cui ruota la valutazione di questo intervento governativo è se esista o meno una giustificazione. In altre parole, se l’incremento dell’imposizione tributaria segua a interventi sulla struttura della società cooperativa e, in particolare, sugli elementi alla base della cooperazione: la mutualità e i vantaggi da essa derivanti e il principio democratico. Nulla di tutto questo è avvenuto, né una riforma del regime cooperativo appare all’orizzonte.
Poiché il tributo si limita (o dovrebbe limitarsi) a registrare e riflettere le scelte effettuate dal legislatore in altri settori (civilistico, amministrativo, ecc.), la modifica normativa non trova la propria ratio in esigenze di natura sistematica, bensì in ragioni di cassa o, ancor peggio, punitive.
La versione più verosimile, ma mi sto addentrando nel terreno politico, è che entrambe le ragioni siano alla base dell’emendamento. La sostituzione del c.d. “contributo di solidarietà” esigeva, non soltanto risorse da altre fonti, ma anche una sorta di riparazione nei confronti di una parte dell’elettorato.
Si potrebbe concludere – parafrasando il grande filosofo americano R. Dworkin – che i valori vanno presi sul serio, almeno quando questi trovano riflessi concreti nel mondo reale, come nel caso della cooperazione. E che, quindi, se il problema è il valore cooperativo, è a questo, coerentemente, che si dovrebbe porre mano.

P.s. Poco dopo aver terminato la stesura di queste brevi note, la Lega Nord ha introdotto due emendamenti per escludere dall’incremento impositivo le Banche di credito cooperativo. Premessa la mia personale soddisfazione per tale intervento, giustificato anche dall’aggravio che le Banche hanno subito con il decreto anti-crisi di luglio, esso non muta la sostanza delle cose. Se il problema è la nozione di cooperazione o, forse, di mutualità, è a questa che si deve guardare (e su questa intervenire), non sul regime impositivo.

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