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Per un numero crescente di genitori conciliare il tempo tra figli e lavoro diventa sempre più difficile. Spiega l’Istat, infatti, che se nel 1998 i bambini e i ragazzi con ambedue i genitori occupati erano il 40,2% dopo dieci anni la percentuale è salita al 43,8%. La crescita continua dipende dall’aumento dell’occupazione femminile.

Anche in Italia, sostenuta dagli indirizzi delle politiche per il riconoscimento delle pari opportunità avviate con il patto di Lisbona dall’Unione Europea, si sta riducendo, e si ridurrà sempre più in futuro, il numero delle “mamme a tempo pieno”.rn

Così in una società con cultura mediterranea come l’Italia il modello di welfare incentrato sul male breadwinner, nel quale le garanzie sociali ruotano attorno all’uomo che porta il pane a casa, tende a scomparire. Sembrerebbe affermarsi un modello di adulto lavoratore, come lo definirebbe il sociologo Riccardo Prandini., dove l’accesso ai diritti è legato alla partecipazione di ogni cittadino adulto al mondo nella produzione nel quale deve essere messo nelle condizioni di agire. La conferma del trend si coglie con ancora più evidenza quando si leggono i dati territoriali sia nel Nord che nel Centro Italia: qui più del 50% delle volte si incontrano famiglie nelle quali entrambi i genitori lavorano.

Prendendo spunto dai dati dell’istituto statistico si deduce che la ripartizione classica dei ruoli sociali rinchiusi nella differenza di genere tende ad assottigliarsi.

Questa indicazione porta ad alcune riflessioni che si ripercuotono sulla vita quotidiana, perché, se da una parte la donna acquista pian piano peso e spazio nel mercato del lavoro, dall’altra si contrae il numero dei momenti dedicati alla relazione affettivo-educativa tra mamma e figli. Si aggiunga, poi, il carico costante dei compiti casalinghi assunti dalla donna, alla quale viene attribuito da millenni il ruolo di care giver principale nella famiglia. Così immediata conseguenza dei dati Istat sull’aumento della presenza di mamme nel mercato del lavoro porta ad ipotizzare un accumulo di stress nel mondo femminile, chiamato il più delle volte a gestire le due diverse sfere di vita famiglia e lavoro.

Tuttavia la pressione della mole di lavoro richiederà anche un riposizionamento dei padri che saranno chiamati sempre più ad intervenire nelle dinamiche quotidiane intrafamiliari per non rimanerne espulsi. Del resto un piccolo segnale in tale direzione sembra già emergere, quando si considera il tempo dedicato alla prole. Come si legge dallo stesso rapporto Istat “rispetto al 1998 cresce la quota di bambini che giocano con i genitori…. Nei giorni feriali la quota di chi gioca con la madre passa da 32,5% a 51,5% con il padre da 22,5% a 41,7%; nei gironi festivi la quota di chi gioca con la madre passa da 40.6% a 59,6% con il padre da 40% a 58,2%”. Almeno nel gioco con i figli che sovente è veicolo di educazione sembra si stia per raggiungere la parità dei sessi.

Anche da questi primi segnali occorre ripartire per costruire una nuova piattaforma di riconciliazione tra famiglie e lavoro. Quando si immagina di rinnovare il nuovo welfare italiano forse occorrerebbe considerare anche le potenzialità dei mutamenti dei rapporti di genere all’interno della sfera familiare. L’adozione di misure che promuovano una nuova ripartizione dei carichi di cura e dei compiti casalinghi senz’altro tutelerebbe le donne, ma soprattutto incentiverebbe la ricerca di una nuova relazione tra i generi che ormai è da tempo uscita da una solidarietà funzionale che distingueva in modo fisso ruoli e compiti per dirigersi verso una solidarietà dinamica di coppia che si basi all’interno di un rapporto paritario sulla mutualità e la cooperazione.

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