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Il tema della sicurezza sui luoghi di lavoro è oramai sempre più spesso oggetto dei media. Delle morti bianche si parla tutti i giorni, non ultimo il recente caso della morte di un operaio di 36 anni di Bari che ha contribuito ad infittire le pagine di cronaca nera e ad acuire il senso di impotenza di quanti, come noi, leggono i giornali o ascoltano la radio di prima mattina. Infatti, la morte fa quasi sempre notizia, desta sgomento, rabbia, o peggio, incuriosisce.

A tal proposito, gli apparati informativi sanno bene come utilizzare i criteri della “notiziabilità” per decidere cosa pubblicare. Nel caso degli incidenti sul lavoro, accanto al criterio della rilevanza (più un avvenimento è negativo nelle sue conseguenze, più è probabile che diventi notizia, Galtung-Ruge 1965), si aggiunge il “criterio quantitativo” (più persone sono coinvolte, più importante è la notizia). Difatti, il tema delle morti bianche, da un lato interessa un numero sempre maggiore di persone (una vera e propria mattanza), dall’altro interroga, con sempre maggiore frequenza, esponenti politici, economici e sindacati.

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Detto ciò, c’è un aspetto del problema della sicurezza sui posti di lavoro che non fa notizia. Si tratta delle migliaia di persone che la morte sul lavoro l’ hanno evitata – per un soffio – ma non per questo, meritano di essere esclusi dalla cronaca.

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Oggigiorno, accanto alle morti bianche, anche gli infortuni sul lavoro sono in crescita, soprattutto tra gli immigrati e i precari. Una delle maggiori discriminazioni riguarda proprio questi ultimi, per lo più lavoratori in nero, che sono regolarmente tenuti all’oscuro da ogni tipo di norma preventiva e/o previdenziale. In Italia i giovani tra i 18 e i 24 anni registrano un’incidenza d’infortunio superiore alla media europea. La maggiore esposizione al rischio d’infortuni è dovuta a forme contrattuali atipiche e occupazioni cosiddette precarie, in cui la flessibilità dell’orario, unita ad una breve durata dei rapporti di lavoro, spesso ostacola l’apprendimento delle normali procedure di sicurezza.

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Eppure, la notizia di questi eventi, quando c’è, non ha quasi mai rilevanza nazionale; è solo rintracciabile nei trafiletti dei giornali locali, in uno spazio angusto che non basta a dare il giusto peso alle vicende di migliaia di lavoratori e alle ripercussioni che l’infortunio provoca nelle loro traiettorie biografiche. L’attenzione è invece posta prevalentemente su ciò che accade, sulle cause manifeste, quasi mai su quelle profonde.

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Se per un verso tutto ciò risponde alla logica produttiva dell’informazione, al cosiddetto principio del newsmaking, dall’altro contribuisce, giorno dopo giorno, ad acuire il senso di frammentazione sociale, di instabilità e di inadeguatezza che sta attualmente vivendo il nostro paese.

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A partire da questi presupposti, alcuni ricercatori dell’IREF (Istituto di Ricerche Educative e Formative) hanno realizzato, per conto del Patronato ACLI, un libro dal titolo “Bastava poco. Storie di vite invisibili. Esperienze di infortunio e mancata prevenzione sui luoghi di lavoro.” Il volume, edito da Aesse Comunicazione. raccoglie 9 storie di uomini e donne, vittime di incidenti sul lavoro. Scrive Danilo Catania, uno dei curatori della ricerca: novecentomila infortuni l’anno non rappresentano soltanto un dato statistico significativo, ma sono anche novecentomila storie. Biografie lavorative e personali in cui a volte l’infortunio fa deviare, nel giro di un istante, il corso di vita di una persona: progetti, aspettative e desideri”. In questo senso, nelle pagine del libro, “la statistica si curva nei vissuti di persone in carne ed ossa. Uscendo dalla sua tipica linearità, il dato acquista significati caldi, più emotivi; il racconto di uno dei 900mila diventa il racconto di tutti, dove c’è un prima e un dopo; in mezzo c’è l’infortunio che fa da spartiacque tra emozioni contrastanti e talvolta in conflitto: c’è chi ancora non se ne fa una ragione e chi, invece, ha iniziato una vita nuova”.

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Avvalendosi di interviste in profondità, quindi, gli autori hanno cercato di infrangere il qui ed ora, categorie che incasellano gli eventi e le persone, per dare al vissuto di ciascun infortunato la visibilità e la continuità che merita. Scrive Cristina Morga, curatrice anche lei del libro: "l’impatto che l’infortunio ha sul lavoratore è esorbitante, non solo da un punto di vista fisico, ma soprattutto emotivo e psicologico; oltre al ripristino della salute fisica, i lavoratori, inaspettatamente, si trovano a dover affrontare questioni di tutt’altra natura come, per esempio, la solitudine; la delusione del comportamento dei colleghi e dei datori di lavoro; il cambiamento del proprio corpo; la paura di non poter più lavorare o di essere di colpo licenziati".

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Le storie raccontate in questo libro vanno dunque al di là della “semplice” denuncia e della mera descrizione giornalistica. Cercano, piuttosto, di offrire un contributo sul fronte della prevenzione, lanciando un messaggio chiaro, “bastava poco”, perché bastano pochi e semplici accorgimenti per evitare gli incidenti sui luoghi di lavoro ( a tal proposito, il libro contiene anche dei box a cura del patronato acli in cui vengono fornite alcune indicazioni su come procedere da un punto di vista sanitario, previdenziale e legale nei diversi casi di infortunio).

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In breve, attraverso la voce di chi ha subito un infortunio è possibile dare cittadinanza a tutti quei lavoratori che non fanno notizia. La “normalità” di un infortunio stride con la “spettacolarizzazione” di una morte “annunciata” (per la scarsa prevenzione e controlli sui luoghi di lavoro). Inoltre, nei rari casi in cui gli incidenti vengono riportati, non basta solo annunciarli o farne denuncia, se il fine ultimo dei media, oltre a quello di informare, è anche quello di educare.

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