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Usando l’espressione  «produzione della sicurezza sociale»  si dovrebbe far riferimento ad un insieme di interventi pubblici finalizzati all’erogazione di beni e servizi per quelle porzioni di popolazione che si trovano ad affrontare condizioni di indigenza e necessità. rn

 

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Come è noto, questo insieme di interventi può essere esemplificato da alcune fattispecie «tradizionali» come le cure gratuite, l’assistenza alla donna ed alla maternità, la predisposizione di organi ed istituti che assicurino ai cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi materiali per vivere il mantenimento e l’assistenza sociale, così come, per i lavoratori, la previsione di mezzi adeguati alle esigenze di una vita dignitosa in caso di infortunio, malattia, invalidità, anzianità e disoccupazione involontaria.
Così, la produzione di sicurezza sociale quale esito di un processo democratico, oltre al supporto concreto per i beneficiari, sembrerebbe rivolgersi alla totalità della cittadinanza promuovendo valori di solidarietà distributiva ed equità (Rawls, 1971), intesi, invero da tempo, quali presupposti imprescindibili del legame e della coesione sociale anche all’interno delle culture e delle filosofie più liberali. La realtà compresa nel concetto di sicurezza, così, va assumendo una forte valenza sociologica. È proprio nel momento in cui si riconosce pubblicamente che la stessa coesione, quand’anche la mobilità degli individui, sono concretamente realizzabili attraverso l’affermazione di una serie di diritti collettivi che i cittadini, le categorie, le comunità, i movimenti si trasformano in attori della storia in grado di produrre nuove forme di solidarietà sociale. La sicurezza, così intesa, i diritti, quand’anche la stessa solidarietà non sembrano essere considerate dalla scienza come un a priori di natura oggettiva ed innata, piuttosto un qualcosa che si costruisce «sul campo» e che varia in relazione alla storicità di una situazione. E ciò par vero anche in funzione della sempre maggiore differenziazione della società in virtù delle variabili culturali, così come delle problematiche relative all’inserimento giuridico e sociale degli stranieri; non solo, quindi, le «tradizionali» contrapposizioni di natura socio-economica rappresentano una sfida per il futuro della democrazia.rn

     In pratica, in capo allo Stato giunge l’onere di generare quei meccanismi di redistribuzione delle risorse e dei diritti che soli sono in grado di garantire una equitàindiscriminata, erga omnes, espressione anch’essi di un rispetto e di una «coltivazione» delle fondamentali dimensioni della giustizia. In capo agli individui, invece, si concretizza la «libertà come partecipazione», per recuperare le parole di un noto cantautore, e l’azione intesa comunque come «sforzo per conformarsi a norme», parafrasando Parsons.

     Così, anche e soprattutto, in presenza di un certo grado di consapevolezza dei propri diritti, la cittadinanza può effettivamente riscontrare in quel sistema di welfare l’effettiva razionalità di un’azione politica e legislativa che cerca di contrastare la marginalità e l’esclusione sociale, principalmente, attraverso quegli strumenti di integrazione tipici dei modelli costituzionali europei. Strumenti che, una volta realizzati ed adeguatamente estesi, aggiornati, monitorati, diventano facile espressione ed ottimo indicatore di un’azione politica profondamente ispirata – a prescindere dalla auto-collocazione politica e dal sub-strato ideologico. D’altronde, il passaggio da una società rigida e repressiva, fondata sull’onore, le caste e i privilegi innati, ad un’organizzazione più complessa in cui il diritto fosse in grado di promuovere la dignità e l’emancipazione di ogni individuo sembrava e continua a sembrare uno tra i tratti distintivi della modernità. In questo senso, l’odierno, concitato tentativo del neo-Presidente degli Stati Uniti d’America di introdurre elementi di Stato sociale in quel tipo di società che affronta quella imponente crisi recessiva, all’alba del XXI secolo, rappresenta solo l’ultimo elemento di una, difficilmente offuscabile, evidenza empirica.

     Sicuramente, risulta ancora utile sottolineare la non rigidità dei significati e, quindi, delle realtà che sono o dovrebbero essere contenute nella produzione di sicurezza sociale. Infatti, se il concetto di sicurezza in senso stretto richiama inevitabilmente alla necessità del carattere esclusivo dell’azione dello Stato al fine di perseguire l’implicito obiettivo per tutti, sembra essere caratteristica connaturata alla produzione di sicurezza sociale quella di essere soggetta ad una forte variabilità storica del significato causata, non tanto dalle molteplici nozioni di natura teorica e speculativa, quanto piuttosto dal concreto svelarsi delle dinamiche riguardanti l’andamento dei mercati (in primis quello del lavoro), la progressiva ed inarrestabile differenziazione sociale e, non ultima, la qualità dei rapporti di potere. Tale variabilità sembra essere direttamente riconducibile al manifestarsi di nuovi bisogni di tutela sociale, storicamente e socialmente determinati, e il suo effettivo adeguamento in termini di output normativo e di finanziamento pubblico – non lo si può trascurare – sembra essere direttamente riconducibile al concreto manifestarsi di una interazione politica in grado di far sintesi, produrre soluzioni condivise ed attenuare, in questo modo, i conflitti aperti ed i possibili eventuali:

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«Propagandosi a sfere di esistenza che obbedivano a leggi proprie di una razionalità pratica di ordine morale ed estetico, le forme della razionalità economica e della razionalità amministrativa conducono a una sorta di colonizzazione del vissuto. Intendo con ciò l’impoverimento delle possibilità di espressione e comunicazione, le quali per quanto si possa giudicare, restano ancora necessarie in società complesse affinché gli individui possano imparare a ritrovare se stessi, ad affrontare i propri conflitti e a regolare in comune i conflitti collettivi», (Habermas, 1981).

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     In Italia, sulla base dei dati facilmente fruibili presso istituzioni internazionali di rilievo (ad esempio, Ocse), i principali indicatori dai quali ricavare il grado di sicurezza sociale e di welfare della popolazione sembrano attestarsi ampiamente al di sotto della media europea. A dire il vero, in molti casi, sono agli ultimi posti, collocando il nostro paese in compagnia di realtà produttive molto diverse dalla nostra. Discutiamo dei punti di Pil che costituiscono il livello di spesa pubblica per il welfare – l’Italia è il paese con il fisco più alto, contemporaneamente, quello con la spesa sociale più bassa – e, all’interno di questa quota, della prevalente spesa per il mantenimento in vita del sistema pensionistico (più del 60%), registrando, così, clamorosi insuccessi nel livello di spesa e di conseguente estensione del livello di protezione nel mercato del lavoro e nella disoccupazione, nell’implementazione delle politiche attive, della formazione continua, nel controllo della sicurezza e nella prevenzione degli incidenti nei luoghi di lavoro (non sembra essere un problema di assenza di norme), nei servizi e nell’assistenza all’infanzia, alla famiglia e così via. Si tratta, è doveroso ricordarlo, di questioni che precedono l’attuale situazione recessiva – che le aggrava – attraversando indistintamente i Governi italiani degli ultimi decenni. Questioni di inefficienza nella gestione della cosa pubblica i cui mancati interventi strutturali di riforma non potranno più essere giustificati con il problema del debito dello Stato. Nel lungo periodo, tali inefficienze non possono non avere correlazioni forti con alcune delle problematicità più scottanti che, da questa angolatura, caratterizzano il nostro paese – tasso di natalità e progressivo invecchiamento della popolazione, precarietà, livello delle retribuzioni, grado di estensione e di adeguatezza degli ammortizzatori sociali, tasso di occupazione delle donne, per non dimenticare, parlando di sicurezza nel senso stretto dell’incolumità fisica, degli incidenti e dei decessi nei luoghi di lavoro. Non troppo tempo fa, il sociologo Ilvo Diamanti descriveva lo stato d’animo di un Paese emotivamente ripiegato su sé stesso con «sei italiani su dieci che ritengono di non poter fare progetti per sé e per la propria famiglia perché il futuro è troppo carico di rischi».

     Da questo punto di vista, siamo quindi in presenza di una produzione sociale di sicurezza che non è ancora stata in grado di realizzare degli standard rinnovati in grado di attraversare il passaggio da un modo di produzione cosiddetto fordista all’evoluzione dello stesso ed alle sfide derivanti dal mercato globale. Non ha, quindi, prodotto sicurezza sociale. Lo Stato ha ancorato la portata storica di un modello di protezione ormai più che obsoleto, non accorgendosi – o non essendo sollecitato a farlo – della necessità di rivedere, aggiornare le proprie funzioni di utilità, magari acquisendo (anche) una certa capacità nel saper investire sul capitale umano – istruzione e ricerca.

     Il tutto sembra, per esaltare il valore delle riflessioni di Habermas, essere accompagnato dalla (mia personale) percezione dell’effettivo rischio di «impoverimento delle possibilità di espressione e comunicazione» nel momento in cui la stessa complessità e mutevolezza, precedentemente annoverata, del bisogno di sicurezza sociale subisce una, quanto mai evidente ed estrema, riduzione di significato. In termini di comunicazione politica, ed anche di effettiva decisione – si pensi ai vari «pacchetti sicurezza» – le problematiche legate all’ordine pubblico ed alla micro-criminalità sembrano effettivamente sovrapporsi al concetto  originario di sicurezza sociale. Meglio ancora, essa diviene «sicurezza partecipata», la quale, anche in quest’ultima evoluzione, non mancherà di amplificare la percezione ex post di un certo grado di incapacità ed arrendevolezza da parte dei poteri che rappresentano lo Stato. D’altra parte, non si può certamente immaginare che la produzione di sicurezza sociale sui generis venga progressivamente delegata alla spontaneità ed alla solidarietà tra privati.

     La pubblica produzione di sicurezza sociale, così come è stata intesa negli ultimi anni, è figlia di una pericolosa ideologia riduzionista e mistificatrice della reale complessità che ci circonda. Il progressivo depauperamento dei diritti sociali e la promozione di modalità di comunicazione e di partecipazione che fan leva, non già sull’affermazione di vecchi o nuovi diritti, bensì su paure ed emozioni individuali non possono essere considerati un passo in avanti verso il comune sentire democratico e lo sviluppo del nostro paese.

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