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Se il lavoro rappresenta la situazione esistenziale nella quale per eccellenza la persona manifesta la propia dinamica umana socialmente piu’ rilevante, allora vuol dire che sarebbe civilmente irresponsabile non considerare le trasformazioni che negli ultimi anni hanno investito il rapporto uomo-lavoro.

Tali trasformazioni non sono soltanto l’esito di una presunta maggiore o minore coscienza di classe da parte dei lavoratori (dipende dalla prospettiva dell’osservatore), ma evidenziano una radicale evoluzione del rapporto stato-cittadino.

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L’organizzazione del lavoro e con essa l’articolazione delle relazioni industriali e sindacali hanno riflettutto il passaggio da un modello classico che chiameremmo “servo-padrone” – migliorando progressivamente e possibilmente le condizioni economiche e sociali del lavoro grazie all’opera congiunta dei sindacati dei lavoratori e di quelli datoriali, ad un modello il cui paradigma riflette le ragioni del rincipio di sussdiarietà. In primo luogo, in forza di tale principio, il suddetto binomio perde le caratteristiche della desueta ed ideologica relazione “servo-padrone” per radicarsi nelle relazioni di cittadinanza tra le parti che compongono la variegata “società civile”. In secondo luogo, ciò che determina l’ordine in una società civile articolata secondo il principio di sussidiarietà è la consapevolezza logica, morale e politica-economica che le conoscenze disperse di tempo e di luogo necessitano inevitabilmente dell’individuazione di inediti centri decisionali sempre più prossimi alle rispettive parti che avvertono l’esigenza della soluzione del bisogno stesso. Dunque, se il lavoro è causa efficiente dell’edificazione di una società civile libera e virtuosa, la riarticolazione delle relazioni sindacali su base sussidiaria rappresenta a pieno titolo il fondamento del passaggio dal centralistico, diseconomico ed incivile (in quanto irresponsabile) “welfare state” al piu’ umano, civile ed economicamente produttivo “welfare society”: la ricerca del benessere civile che tenga conto della libertà e della dipendenza reciproca di ciascun a persona.

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Le notizie degli ultimi giorni sul rincaro dei prezzi hanno riacceso i riflettori sulla questione salariale e, parallelamente, accellerato il dialogo, seppur informale, tra confindustria e sindacati sul tema della riforma della contrattazione collettiva.

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Sebbene per oltre cinquant’anni il contratto collettivo parametro sia riuscito a garantire al lavoratore ed alla sua famiglia una retribuzione tale da assicurargli un’esistenza libera e dignitosa, oggi non è più così. È cambiato il contesto economico di riferimento, il ruolo dello Stato nell’economia, le esigenze di un mondo produttivo sempre più esposto alla competizione internazionale.

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Che fare allora per risolvere la questione salariale senza pregiudicare gli interessi dell’impresa?

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Qualunque soluzione si voglia adottare, il nodo centrale da sciogliere resta la produttività del lavoro ed il passaggio da una politica sindacale conflittuale ad una logica di condivisione dei lavoratori alle sorti dell’impresa. Per questo, occorre puntare sulla principale tra le risorse economiche: il capitale umano, la voglia di lavorare, la creatività, l’inventiva e l’imprenditorialità dei lavoratori. 

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Ciò significa, concretamente, fare due operazioni.

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In primo luogo, riformare la contrattazione abbandonando quell’idea secondo cui la giusta retribuzione può essere fissata solo a livello nazionale e non a livello territoriale o aziendale. In tal senso, fermo restando il doppio livello di contrattazione, occorrerebbe prevedere che il contratto collettivo nazionale pur continuando a determinare i livelli minimi di retribuzione sia derogabile, anche in negativo,in sede di contrattazione integrativa (regionale, provinciale o aziendale) in presenza di particolari esigienze del mondo produttivo, dei lavoratori o delle politiche di sviluppo locale. Ciò significherebbe spostare il baricentro della contrattazione permettendo così: a quella nazionale di fissare livelli retributivi decisamente più elevati; e a quella integrativa di dar vita a modelli sperimentali di assetto dei rapporti di lavoro diversi rispetto a quelli stabiliti nel contratto nazionale, maggiormente coerenti con le caratteristiche territoriali e capaci di realizzare effettivamente uno scambio virtuoso tra produttività e salario.

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Si tratterebbe, in altri termini, di dar vita ad un sistema di contrattazione capace non solo di ridistribuire ma anche e soprattutto di creare nuova ricchezza e benessere attraverso una migliore allocazione delle risorse.

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In secondo luogo, superare il principio di omnicomprensività della retribuzione in sede di prelievo fiscale e previdenziale dando vita ad un sistema tributario (e ciò a maggior ragione in vista dell’attuazione del federalismo fiscale) capace di incentivare la produttività del lavoro attraverso un efficace sistema di sgravi ed agevolazioni fiscali.

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Su queste tematiche e proposte, il think-tank Centro Tocqueville-Acton (www.tocqueville-acton.org) ha avviato nei giorni scorsi una serie di iniziative ed incontri di studio che hanno visto il coinvolgimento di sindacati e mondo politico. La questione salariale, infatti, può essere affrontata e risolta solo attraverso interventi strutturali sufficientemente lungimiranti, coerenti e condivisi. 

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Questo articolo è stato redatto in collaborazione con Fabio Angelini
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