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In una società prevalentemente ‘frantumata’ e dominata da un concetto di professionalità incentrato sugli aspetti meritocratici e individualistici, si parla spesso di “etica e impresa” da più parti ma con significati che a volte mal si accordano tra loro. Studiosi, dopo aver per anni sostenuto modelli classici di azione economica fondati sul mercato autoregolato, parlano di ‘etica’; molte categorie professionali fanno ricorso a questo concetto quando devono legittimare la propria autonomia e che quindi in questo caso lo stesso concetto viene ad esprimersi più come esigenza di assenza di controlli che come elemento regolativo della professione; altri ancora sottolineano la sostanziale ‘volontarietà’ degli atti etici almeno per riferimento alla impresa.

Nella maggior parte dei casi si tratti in realtà di una risposta difensiva, ovvero di una ‘moda da cavalcare per ragioni di immagine ed opportunità, atteggiamento che finisce per non apportare alcun mutamento sostanziale. Affrontare il tema in termini seri e fondati, significa uscire dalla superficialità e dalle mode, dagli aspetti che intendono solo legittimare uno stato di fatto che poco in realtà si avvicina ad una reale attenzione piena di conseguenze all’agire ‘etico’.

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Sono tante le ragioni che oggi, più che mai, ci impongono una riflessione seria sul rapporto tra etica e impresa: la finanziarizzazione dell’economia; l’internazionalizzazione dei mercati; lo sviluppo progressivo di un terziario avanzato; l’introduzione sempre più massiccia delle nuove tecnologie; sviluppo di nuovi lavori, nuove attività, nuove professionalità, nonché la modifica di quelle consolidate; l’emergenza dei processi comunicativi.
Come si può rilevare il lavoro, quindi, cambia in qualità, ma anche in quantità (il problema della disoccupazione attanaglia tutti i paesi postindustriali avanzati e dove è meno acuto, il lavoro è meno tutelato e la sua qualità molto più precaria), in forma e in contenuto.
Stiamo assistendo ad un lento ma profondo mutamento del senso del lavoro e degli orientamenti e degli atteggiamenti dei soggetti verso di esso: la ricerca di modalità di vita autodirette e il sempre minore riconoscimento in ampi collettivi. Ne conseguono una ricerca di percorsi personali nel lavoro, un gusto dell’iniziativa, il tentativo di acquisire un diverso uso del tempo complessivamente inteso, una valorizzazione della modularità e della circolarità nel modo di cadenziare il lavoro nell’arco della propria vita ed, infine, una esigenza di riequilibrare le transazioni fra tempo di vita e tempo di lavoro considerando anche il primo altamente significativo (e non più indefinito tempo libero) e sviluppando la ricerca della qualità del lavoro unitamente alla qualità della vita.
Riguardo al ‘futuro del lavoro’, si dovrà fare i conti con due variabili fondamentali che diverranno sempre più complesse: da un lato la sua efficienza e redditività e dall’altro le sue ‘condizioni’ concrete. Per un verso, dalle condizioni di lavoro si è via via passati alla ‘qualità’ del lavoro, intesa non solo nella sua dimensione economica (remunerazione) ed ergonomica (condizioni), ma anche nelle dimensioni della complessità, del controllo e dell’autonomia. Per l’altro, però, elementi oggettivi quali l’emergere del tema della qualità e la diffusione capillare e profonda delle nuove tecnologie hanno profondamente inciso sull’organizzazione del lavoro chiamando ad una reale riformulazione dei principi organizzativi a tutti i livelli (Job re-design). Tutti questi elementi hanno imposto la caduta di una accezione di etica ‘tradizionale’ e l’emergere della ricerca di nuovi percorsi ‘etici’.
Sosteneva Polanyi “Nessuna società potrebbe, naturalmente sopravvivere per un qualsiasi periodo di tempo senza avere una economia di qualche genere; tuttavia prima del nostro tempo non è mai esistita una economia che anche in linea di principio fosse governata dai mercati. Nonostante il coro di invenzioni accademiche tanto insistente nel diciannovesimo secolo, il guadagno e il profitto nello scambio non hanno mai prima svolto una parte importante nell’economia e, per quanto l’istituzione del mercato fosse abbastanza comune, il suo ruolo era soltanto incidentale nei confronti della vita economica”. Il sottosistema economico, in pratica, non solo si è autonomizzato ma pare far valere la propria logica anche al di fuori dei confini dell’agire strumentale. Secondo lo studioso ungherese, le modalità di rapporto fra individui e fra istituzioni si esplicitano in tre modi: lo scambio, la redistribuzione e la reciprocità, laddove il primo fa riferimento al mercato, il secondo ad una autorità centrale ( lo Stato per il moderno Welfare) ed il terzo alla società civile. Ebbene in tutte le società pre-capitalistiche i tre aspetti si sono sempre armonicamente integrati e sviluppati pariteticamente senza ‘dominanze’. Solo con l’imporsi del capitalismo la modalità di scambio, cioè fondata sul mercato, è divenuta fondativa rispetto a tutte le altre modalità di relazione e di rapporto fra le istituzioni. Quindi è necessario recuperare un rapporto equilibrato fra scambio, redistribuzione e reciprocità; solo questa prospettiva, infatti, consente un’agire sociale ed economico realmente coerente con un pieno sviluppo dei singoli e della collettività .
Ma in questa prospettiva quale dovrebbe essere il rapporto impresa-società? Gli scenari che possono essere proposti sono almeno tre.
Il primo è quello tutto interno al concetto di mercato che presuppone un capitalismo autoregolato. Il problema in questo caso è spostato tutto dentro l’impresa ed ha radici profonde e implicazioni operative radicate soprattutto nel mondo anglossassone, con il movimento a favore della responsabilizzazione degli stakeholders che hanno però come riferimento sempre e solo la realtà aziendale. Parafrasando un sociologo contemporaneo (Lozano, 2000) potremmo dire che si imporrebbe, in questa prospettiva, una “impresa senza società”.
Un secondo scenario intravvede la possibilità di un patto di non ingerenza fra azienda e società come realtà parallele ed incomunicabili; tale prospettiva era, fra l’altro, legittimata dalla impresa fordista in cui agivano i grandi movimenti collettivi che assicuravano una sorta di etica negoziata ed una cittadinanza garantita dal Welfare. E’ evidente come questa ipotesi oggi sia fortemente in difficoltà e non solo per ragioni dovute alla crisi del fordismo, alla frantumazione delle forme lavorative, alla loro individualizzazione e mercificazione. Sono dunque le condizioni stesse economiche e di mercato pressoché ‘soffocate’ dalla globalizzazione e dalla flessibilizzazione crescente che orientano apparentemente verso tale direzione.
Rimane una terza prospettiva che propone una impresa dentro la società. Una prospettiva che crea contaminazione fra le culture e facendo dei fini della impresa una mission economica ma ‘innestata’ nei valori e dalle aspirazioni della società e del territorio in cui opera e agisce. Una opzione di fondo che noi, ovviamente, riteniamo la più significativa e valida poiché non rende estranea l’impresa rispetto al suo contesto e fa dell’etica né una cosa obbligatoria né una cosa facoltativa, ma costitutiva del suo essere impresa in quel contesto, in quel territorio ed in quella società,
La proposta polanyiana- come noto- vede una società equilibrata che deve essere permeata da tutte tre le ragioni di interazione societaria. Ma qui vorrei rimarcare la convinzione che l’impresa deve sì operare secondo il principio dominante dello scambio ma in co-presenza anche degli altri principi; e in presenza anche del principio di reciprocità, non come volontarismo o legalismo, ma come ‘lettura’ delle aspettative della società civile quale parte integrante del suo modo di agire.
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