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Mi sto recando in Croazia per una conferenza, e sul volo di andata Malpensa-Zagabria sono colpito dal grande numero di donne croate che trovo sull’aereo. Molte sono badanti, che tornano a casa, alcune magari per sempre, molte per una breve visita. E penso al tema del welfare al centro dell’attuale campagna elettorale.

Le badanti sono una realtà importante del welfare italiano. Di fronte alla congiunta crisi della famiglia e dello stato sociale, se non avessimo oltre mezzo milione di donne nelle famiglie italiane i servizi di cura sarebbero semplicemente insostenibili. Lo stato si ritira dal welfare, le famiglie si indeboliscono e i legami intergenerazionali si sfilacciano, le badanti occupano quello spazio relazionale che all’inizio e alla fine della vita diventa questione cruciale per ogni persona.  
Provo un senso di riconoscenza di fronte a queste donne. Lasciano famiglia e figli per prendersi cura dei nostri figli e dei nostri anziani. Certo, lo fanno spinti dalla necessità economica e dalla speranza di vedere migliorata la vita propria e dei loro famigliari, ma “grazie” a questa necessità rendono il giogo delle famiglie italiane più leggero e soave. “Eterogenesi dei fini”, avrebbero esclamato i primi economisti del Settecento di fronte ad un tale fenomeno.
Vedo nel dibattito politico poca attenzione e poca stima per questa nuova categoria sociale. Innanzitutto dovremmo impegnarci a trovare un nome un po’ più dignitoso di “badante”, espressione che evoca più l’assistenza ad animali (galline, pecore …), che non a persone umane.
Poi possiamo abbozzare alcune considerazioni di carattere più generale.
Di fronte alla prima crisi della cura (quella prodotta dall’urbanizzazione nella prima modernità) è stata la chiesa con i suoi carismi a sussidiare le famiglie nella cura. Le vocazioni di suore e missionarie era garanzia di attenzione e di cura. Nella crisi attuale è il mercato che cerca di riempire il vuoto di relazioni che la post-modernità sta generando. Il puro meccanismo di mercato (il contratto), però, non ci soddisfa del tutto, poiché la relazione di cura è un rapporto complesso, mal definibile con clausole contrattuali. Quando affidiamo un famigliare ad una badante le chiediamo qualcosa che nessun contratto può garantire: che voglia bene a quel bambino o quell’anziano, e l’amore non ha un prezzo di mercato. Sono convinto che il nuovo welfare si giocherà molto sulla capacità di coniugare mercato e amore, un capitalismo davvero diverso da quello che vediamo oggi all’opera nel caso delle speculazioni dei brokers sul prezzo del greggio, o nel comportamento sconsiderato della banche nel subprime americani. Ma la sfida decisiva sarà nella cura, non nelle speculazioni finanziarie: i mercati globalizzati hanno meccanismi che li riportano nel tempo all’equilibrio, ma se perdiamo la sfida della cura in un mondo con famiglie frammentate, e con anziani che vivono sempre più e sempre più soli, l’equilibrio affettivo e psicologico della società può perdersi per sempre.
Per questa ragione dovremmo guardare con grande attenzioni il fenomeno emigratorio: leggere in esso risorse non problemi, scoprire tra le sue inevitabili contraddizioni il filo d’Arianna che può guidare l’individuo post-moderno fuori dal labirinto nel quale le crisi epocali della famiglia e del welfare ci stanno conducendo.
 
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