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Ad un mese dall’assassinio di Giovanna Reggiani è difficile proporre un’analisi sui rapporti tra italiani e romeni senza tenere conto delle ripercussioni di quel tragico episodio.

Per la sua efferatezza e per le dimensioni mediatiche raggiunte, il “caso Mailat” è stato caricato di potenti vissuti emotivi, facendo da detonatore per incomprensioni che spesso già esistevano ma che il più delle volte covavano sotto la cenere.
Una violenza omicida particolarmente odiosa compiuta da un uomo contro una donna, ha assunto per molti un valore emblematico – seppure in termini estremi – riguardo la condizione di insicurezza presente nel nostro Paese, soprattutto di quella nelle grandi aree urbane, la cui responsabilità è stata talora precipitosamente associata alla comunità romena nel suo insieme.
 
Ripercussioni mediatiche in Romania
Le violenze xenofobe avvenute pochi giorni dopo l’omicidio di Giovanna sono state ampiamente riprese dai giornali e dalle tv romene. Al cordoglio e allo sconcerto suscitato dall’assassinio, in parte dell’ opinione pubblica romena e nei media si è venuta aggiungendo – talora sostituendo o comunque sovrapponendosi – una reazione di comprensibile risentimento.
Naturalmente esiste un filone – piuttosto impolitico o comunque trasversale – che allo stereotipo “romeno= rom = delinquente” oppone, in modo polemico e risentito, uno stereotipo più antico e collaudato, ossia “italiano=mafioso”, ricordando l’aspetto non certo più edificante dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti (Cosa Nostra). Ed esiste una componente della stampa romena dove il tema dell’ emigrazione italiana nel mondo viene sollevato in modo più sommesso e ragionato, come stimolo ad avere una percezione meno emotiva e più equilibrata del presente in rapporto al nostro passato di emigranti, con le sue luci ed ombre.
 
Segnali incoraggianti
Ma al di là di certi automatismi presenti da entrambi i lati – spesso dettati da riflessi di autodifesa piuttosto che da pregiudizi radicati – poco ci si è soffermati su un altro genere di reazioni avvenute in Romania, stavolta nel segno della comprensione e della solidarietà.
Le manifestazioni di segno positivo sono nate al di fuori del circuito politico-mediatico, con una vasta partecipazione ‘dal basso’. Ad esse non è stato dato adeguato risalto né dai media italiani né dagli stessi media romeni, spesso troppo presi a cavalcare un certo allarmismo sviluppato su più fronti.
In contemporanea con i funerali svoltisi a Roma, a Bucarest si teneva una cerimonia di commemorazione di Giovanna Reggiani officiata da padre Dobos – portavoce dell’arcidiocesi cattolica di Bucarest – insieme ad un sacerdote ortodosso. Ciò avveniva in Piazza dell’Università, luogo simbolo della caduta del regime di Ceausescu. Qui una folla commossa di persone, composta prevalentemente da donne, si è raccolta per una partecipata veglia di preghiera.
Da questa piazza è partito un accorato messaggio, centrato sul fatto che il tipo di violenza di cui è stata vittima Giovanna Reggiani non ha colore né nazionalità. Allo stesso tempo è stato inviato un forte segnale di solidarietà e vicinanza al popolo italiano.
Saremmo stati in grado in Italia – a parti rovesciate – di lanciare un messaggio analogo con un simile livello di partecipazione? Dovremmo metterci nelle condizioni di poter dare una risposta affermativa a questo interrogativo.
 
Qualche considerazione
La manifestazione sopra ricordata, insieme ad altri segnali di solidarietà – emersi perfino tra gli spalti delle tifoserie romene – dovrebbero essere portati a un’attenzione più generale.
Può essere utile ribadire, in questa ed altre circostanze, come il comportamento individuale (o anche quello di frange devianti) non può essere attribuito ad un popolo nel suo insieme, in nessun caso.
Parlando nello specifico dei romeni, si fa riferimento a quella che è, numericamente, la seconda comunità nazionale presente in Italia, rispetto alla quale le schematizzazioni risultano particolarmente fallaci.
E’ bene anche tenere presente che a cadere sotto la scure dei pregiudizi sono innanzitutto coloro che aspirano all’integrazione. Chi programmaticamente arriva in Italia con cattive intenzioni è in genere colpito in modo marginale da manifestazioni xenofobe, siano esse croniche o generate da fatti contingenti. Le discriminazioni riguardanti la casa, la possibilità di trovare un lavoro, il trattamento nei servizi pubblici o privati, la percezione di diffidenza o disprezzo, finiscono per rendere la vita grama e di fatto a respingere proprio coloro che desiderano studiare o lavorare onestamente nel nostro Paese. Si tratta spesso di persone a noi molto prossime. Dovremmo fare il possibile per smontare gli stereotipi che possono toccarle, non soltanto per il rispetto della loro dignità di individui, ma anche per il ruolo onorevole, importante e spesso necessario che esse svolgono per noi o con noi, che è qualcosa di meno clamoroso e gridato rispetto a quanto può colpire l’attenzione pubblica.
 
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