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La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, il più autorevole tribunale delle Nazioni Unite, a fine luglio si è pronunciata  a favore dell’indipendenza del Kosovo, la provincia parte del territorio dello Stato di Serbia, che dal 1999 è stata posta sotto Protettorato ONU con Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Alcune osservazioni sul tema delle identità religiose, culturali e linguistiche nei Balcani potranno essere utili per fornire la chiave di lettura di questo preoccupante epilogo della guerra serbo-kosovara, appendice della implosione del regime comunista nella ex-Jugoslavia.

E’ convincimento comune della maggior parte degli analisti ed esperti di politiche normative di integrazione nella UE che la tutela dei diritti umani, in particolare dei fattori identitari, culturali e religiosi degli Stati e delle società europee, sia conditio sine qua non al fine di un prospero e pacifico processo di integrazione e cooperazione tra i popoli.

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In tal senso in effetti si dispiega lo sviluppo della normativa comunitaria in materia di integrazione ed allargamento, attraverso atti fondamentali quali la Carta europea dei diritti dell’uomo, i Protocolli sulla sussidiarietà previsti fin dal Trattato per la Costituzione UE e trasfusi nel Trattato di Lisbona, l’ampliamento delle politiche regionali e del ruolo di soggetti istituzionali come il Comitato delle Regioni
Fatta questa debita premessa analizziamo il percorso compiuto dall’ONU e dalla stessa UE sul caso-Balcani.
La Corte Internazionale di Giustizia ha sancito che la dichiarazione unilaterale di indipendenza della provincia del Kosovo da parte delle bande militari di ispirazione filo-islamica rappresentanti della maggioranza della popolazione albanese del Kosovo non costituisce violazione del diritto internazionale; in particolare non viola il fondamentale principio del rispetto dell’integrità territoriale di ogni Stato sovrano – la cosidetta domestic jurisdiction –  principio riconosciuto dallo stesso Statuto dell’ONU, all’art.2 par.7 e l’altrettanto fondamentale principio di non ingerenza negli affar interni di ogni singolo Stato.
E’ bene precisare che la sentenza della Corte ha carattere meramente consultivo – dunque non vincolante per le parti in causa, Serbia in primis – ma, al di là delle considerazioni di diritto internazionale, è invece opportuno spostare la mira sui preoccupanti effetti sugli elementi identitario, etnico, religioso e culturale, che tale posizione assunta dalle organizzazioni internazionali, ONU,  dagli Stati Uniti in particolare, e, a seguire, dai principali Paesi della UE, causerà alla regione dei Balcani occidentali.
Parecchi osservatori diplomatici, in camera caritatis, ritengono che la decisone assunta dalle Cancellerie occidentali sia stata sbagliata, perché di fatto impone ad un Paese sovrano la rinunzia alla sua Koinè storica, culturale, religiosa in quanto causa – secondo le parole del Ministro degli Esteri tedesco Westerwelle il 26 agosto scorso a Belgrado – di “fastidiose differenze” con gli Stati vicini.
Studi recenti dell’ISPI sullo scacchiere balcanico sottolineano viceversa come il Kosovo e la Methoja rappresentino il cuore ed il collante della civiltà serba, in quanto sono I territori in cui sorgevano e sorgono le più importanti manifestazioni culturali e storiche della Chiesa ortodossa serba, dove è nata e si è sviluppata la lingua e la cultura serba.Proprio in queste lande il popolo serbo combattè contro l’invasione ottomana musulmana turca che ha portato all’annullamento delle identità cristiane nei Balcani meridionali.
E’ risaputo nelle cancellerie occidentali che da tempo, nell’area balcanica, il fondamentalismo islamico ha dato avvio ad un “ Jihad bianco”, ovverosia una silente quanto efficacissima opera di conquista delle istituzioni politiche, delle leve di governo, dei centri economici e dell’opinione pubblica attraverso gli ingentissimi finanziamenti provenienti da Paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Iran e la Turchia.
Questa opera invasiva si coniuga alla martellante propaganda religiosa islamica di profilo fondamentalista che tali governi sostengono attraverso le numerose comunità musulmane presenti nei Balcani.
Così è accaduto purtroppo in Bosnia-Erzegovina, dove ad un crescente sostegno economico-finanziario alla maggioranza islamica da parte dei Paesi arabi e della Turchia ha fatto seguito un progressivo preoccupante irrigidimento fondamentalista del governo locale, che discrimina fortemente gli altri due gruppi etnici locali, i cattolici-croati ed i serbi-ortodossi.
Le denunzie al riguardo alle organizzazioni internazionali, alla UE ed all’OSCE sono dettagliate e provengono da istituzioni autorevoli, come la stessa Curia di Sarajevo del Cardinal Vinko Pulijc.
Lo stesso Consiglio d’Europa ha sanzionato la legislazione fortemente discriminatoria della Costituzione bosniaca, ove mira ad escludere la candidatura alla Presidenza dello Stato chi non sia rappresentante delle etnie maggioritarie.
In Kosovo purtroppo si sta attuando il medesimo catastrofico modus operandi: ad una soluzione federalista capace di essere inclusiva delle diversità entro lo Stato serbo, si è preferita dalla UE la soluzione nazionalista indipendentista del Kosovo.
Gli effetti sono che la distruzione delle chiese e dei monasteri cristiani ortodossi ad opera delle bande kosovare di etnia albanese e religione islamica non ha mai avuto termine, il governo autoproclamatosi sovrano sotto la protezione delle forze militari della NATO, e guidato dall’ex leader guerrigliero Thaci ha avviato una politica fortemente nazionalista albanofona, ispirata alla contrapposizione di lingua e religione dell’area, e la comunità serba-cristiana del Kosovo, nell’area di Kosovska Mitrovica necessita ora di una normativa di forte tutela ed autonomia come riconosce lo stesso ambasciatore italiano Giffoni.
Sulla carta le dichiarazioni dell’autoproclamatosi governo kosovaro mirano ad un sistema capace di garantire democrazia e rispetto della società multietnica, ma è cosa nota che il governo musulmano del Kosovo sia tra quelli più esposti nei Balcani alle infiltrazioni della criminalità, dell’illegalità e della tolleranza della violenza come elemento di lotta politica, prassi peraltro già verificata in altre aree come la Bosnia.
Ma soprattutto: gli elementi identitari etnici, religiosi, linguistici vengono utilizzati dai governi islamici dell’area a fine nazionalistico radicale, ispirandosi ad una logica obsoleta di contrapposizione tra Stati-nazione in cui non vi sia spazio per le diversità culturali.
E’ opportuno rammentare che a tale status quo abbia contribuito senz’altro la debolezza intrinseca della UE, convinta di poter favorire e realizzare nei Balcani un presunto islam moderato capace di aprirsi allo stato di diritto ed alla democrazia.
L’Unione europea può e deve viceversa promuovere eventi politici culturali e sociali in cui l’incontro e non già lo scontro tra le diverse culture sia lo scopo ultimo, onde permettere la nascita di vasi comunicanti tra diverse identità in grado di operare con mutua reciprocità anche all’interno di un medesimo territorio sovrano.
Il rischio manifesto e per nulla azzardato è che nel futuro, tra la politica estera pan-islamica della Turchia, il cosidetto neo-ottomanesimo, il caos istituzionale e l’intolleranza religiosa in Bosnia-Erzegovina, l’arrogante occupazione di Cipro nord da parte dei turchi, il Kosovo rischi di divenire il monumento alla memoria dell’identità cristiana occidentale nei Balcani.
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