Sul dramma della malattia mentale i riflettori si accendono periodicamente quando l’opinione pubblica è scossa da episodi di cronaca che evidenziano in modo impietoso le crepe dell’assistenza psichiatrica. Ma dopo l’indignazione e la protesta si spengono inesorabilmente, lasciando ancora più soli pazienti e familiari.

Tuttavia se, a riflettori spenti, proviamo a dare un’occhiata alla realtà di una grande città come Roma, per esempio, scopriamo aspetti altrettanto inquietanti e dolorosi. Alcuni psichiatri hanno segnalato che per intervenire e procedere ad un ricovero psichiatrico in trattamento sanitario obbligatorio (cioè in situazioni di grave urgenza) nella città di Roma, a volte, si impiegano anche 10 ore, durante le quali il paziente è spesso in balia di se stesso. E segnalano anche che durante la notte e nei giorni festivi il pronto intervento psichiatrico è sospeso: in caso di crisi urgente non interviene uno specialista, ma la semplice guardia medica. Come è possibile che nella città di Roma l’urgenza psichiatrica non trovi risposte adeguate? Ma questo sembra essere il segnale di una grave deficienza di tutta la rete dell’assistenza psichiatrica.

Dati recenti indicano che la maggior parte dei cittadini, oltre il 70%, percepisce i servizi per la salute mentale offerti dalle ASL come lontani, inaccessibili e inefficienti, nonostante la sicura professionalità degli operatori. Meno del 10% di quanti avrebbero bisogno di cure psichiatriche ricevono un trattamento adeguato nel servizio pubblico. I dati assumono rilievi più inquietanti se dovessimo valutare i servizi per la tutela della salute mentale in età evolutiva. Inoltre alcuni operatori denunciano la mancata integrazione tra servizi psichiatrici e servizi per le tossicodipendenze. Le associazioni dei familiari, infine, hanno anche recentemente protestato perché i servizi pubblici non assicurerebbero una tempestiva assistenza domiciliare. Forse Roma ha bisogno di un Progetto cittadino per la salute mentale, organico e completo, che possa, da un lato, rilanciare i servizi psichiatrici e, dall’altro, costruire una autentica rete territoriale, grazie alla quale si possa giungere ad una vera integrazione tra le offerte pubbliche e le proposte del cosiddetto privato sociale.

In modo più specifico vorrei proporre per la città di Roma i Centri di Prossimità per la tutela della salute mentale: si tratterebbe di vere e proprie “antenne” territoriali, gestite dalle associazioni dei familiari dei pazienti psichiatrici, con la funzione di favorire il raccordo con le strutture pubbliche e di intercettare le problematiche proprio sul territorio, là dove esplode il dramma della malattia mentale. Si tratta di promuovere e valorizzare le infinite proposte informali di aiuto già presenti sul territorio e di costituire una rete specifica, capace di integrare ogni realtà che opera per la salute mentale e di raccordarle tra loro e con le risorse sociali e sanitarie disponibili. Il compito dei Centri di Prossimità sarebbe quello di non lasciare il cittadino solo con il proprio dramma, ma di mostrare il volto accogliente e solidale di una città spesso indifferente. Vorrei ricordare che lo stigma e l’isolamento sono le vere barriere, a volte fatali, che impediscono ai malati psichici di accedere ad un aiuto fattivo. Ancora oggi la maggior parte delle famiglie di pazienti affetti da gravi psicopatologie sperimentano una agghiacciante solitudine. Questa attenzione per i problemi di quanti soffrono il dramma della malattia mentale è a mio parere necessaria perché una città grande sia anche una grande città.

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