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Di recente, dalle autorevoli colonne de “Il Sole 24 Ore” (Domenica 3 ottobre), Moisés Naím ha raccomandato nel suo “I dittatori e l’autogolpe” una sorta di rinnovata vigilanza circa la (auto)conferma delle democrazie. Un articolo interessante per i contenuti, vista soprattutto la penna che li ha stesi: un politico venezuelano accusato di vari crimini teoricamente perpetrati durante i suoi incarichi governativi alla fine del secolo scorso.

Un contributo ancora più stimolante nella sua sinteticità descrittiva di realtà lontane, ma forse già troppo vicine, come il Venezuela e l’Ecuador. Paragrafi capaci, forse, di illuminare anche la situazione attuale delle democrazie occidentali in genere, e di quella italiana in particolare.

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In questa sede non si desidera affrontare il tema troppo vasto affrescato nell’articolo, ma fornire al dibattito alcune fugaci note di commento.
Lo sfondo sul quale il pezzo legge la realtà attuale è quello di un “sano” scetticismo che permetterebbe di custodire la democrazia in maniera migliore «rispetto all’appoggio incondizionato dato dalle “risposte categoriche” di governi sopravvissuti a falliti tentativi» di golpe o, anche, a semplici movimenti, interni o meno, fotografati (ad arte) come attentati alla democrazia da parte del governante di turno.
Ecco il punto sul quale crediamo sia utile riflettere.
Partendo dal dato di fatto venezuelano (2002) dove il governo che riesce a respingere un (auto)golpe consegue «una miniera d’ora politica», pare davvero intelligente mutuare la prospettiva per la quale il profitto (in vari ambiti!) che deriva dal superamento di un colpo di stato offre sul piatto (troppi) stimoli ai governanti che «messi di fronte a manifestazioni e disordini di strada, ammutinamenti delle forze dell’ordine e insubordinazioni regionali» sono tentati di far fotografare questi eventi dinanzi all’elettorato come vere e proprie cospirazioni, linciaggi, accanimenti.
E se dagli ammutinamenti passassimo agli “affronti” subiti da un co-fondatore di partito? E se dalle insubordinazioni regionali passassimo alle rivendicazioni locali?
Cambierebbe forse il ragionamento di Moisés Naím?
La risposta a queste domante pare scontata, forse banale ma non per questo meno reale.
 
Il governo, da sempre, ha bisogno di un “nemico” come un edificio di un muro portante. E come l’edificio “pericolante” abbisogna di qualche nuovo “puntello”, così il governo di turno, che è magari conscio della prospettiva troppo corta del suo respiro, necessita di una nuova “sorgente di vita”. Può essere un golpe superato. Può anche essere un virtuale attacco al sistema di governo che nella realtà altro non è che espressione di dialettica democratica e di confronto.
Quel che importa, oggi e nell’agone pubblico almeno, non è però la realtà ma la comunicazione della “realtà”. Ecco che il suggerimento di Naím risulta fecondo: incarnare un (sano) scetticismo verso l’agire democratico nell’era della comunicazione o, meglio, come già qualcuno ha suggerito, negli anni della “videocrazia”.
Si tratta di un problema solo Venezuelano? Non pare. Emerge solo nell’era contemporanea? Nemmeno. Se solo riuscissimo come italiani a mantenere più vivace la nostra memoria e leggessimo anche per l’oggi la pagine di Corinne dove Madame de Staël descrive una società italiana dove, invece della verità, il governante di turno somministra alla comunità una rappresentazione distorta (e autocelebrativa) della realtà.
Qualcuno potrebbe obiettare che nel concreto l’atteggiamento dello scettico non può risolvere nulla e, anzi, comporta spesso incertezze, ostacoli all’azione di governo, etc… Probabilmente la critica centra nel segno. Ma, forse, dipende anche dall’obiettivo dell’atteggiamento (dello) scettico. Di certo la democrazia non può (cor)reggersi sullo scetticismo, ma il singolo membro della comunità politica può trarre da questo sicuro giovamento per la sua coscienza chiamata a reggerlo quotidianamente.
Coscienza del singolo che, questo rimane forse l’eterno centro, costituisce nonostante tutto il seminarium reipublicae.
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