Quando discutiamo di protezionismo e libero scambio dobbiamo partire dal fatto che il libero scambio non esiste in quanto le transazioni commerciali sono regolate da una serie di barriere, tariffarie e non, in moltissimi settori.

In sede di WTO assistiamo ad una contrapposizione di blocchi di potere, ciascuno intenzionato a liberalizzare nei settori nei quali ritiene di avere un vantaggio comparato e a proteggere laddove presume di essere più debole. Per fare soltanto un esempio, il protezionismo in materia agricola dell’Europa, che nella visione di Tremonti sarebbe affetta da “ideologia mercatista”, è ritenuto secondo stime attendibili responsabile del mantenimento sotto la soglia di povertà di almeno un centinaio di milioni di produttori nei paesi più poveri.

rnGlobalizzazione e commercio internazionale hanno consentito a centinaia di milioni di persone nei paesi emergenti di uscire dalla povertà. Globalizzazione e commercio internazionale sono state contemporaneamente la causa (in certi casi l’alibi) della precarizzazione dei lavoratori meno specializzati nei paesi sviluppati, necessaria per poter continuare a competere in termini di costo del lavoro con realtà produttive delocalizzate in aree del mondo nelle quali il costo della manodopera e le tutele del lavoro sono molto più basse.rn

Ecco perché, mentre il recente libro di Tremonti, e le discussioni attorno ad esso, hanno riacceso la contrapposizione tra protezionisti e liberoscambisti, non possiamo dirci nè protezionisti, nè acriticamente liberoscambisti se vogliamo costruire (o meglio batterci nell’Unione Europea per) una politica commerciale al servizio della persona.

Nel definire questa strategia ricordiamo ancora una volta che la crescita economica non può essere l’obiettivo ultimo ma uno dei vincoli dell’azione politica. Il vero obiettivo deve essere quello di aggredire i tre mali della società di oggi: il “bottom million”, ovvero il miliardo di persone che vivono sotto il dollaro al giorno, il “cielo sopra Pechino”, ovvero il dramma dell’inquinamento che è la vera “guerra mondiale” silenziosa dei giorni nostri e fa molti più morti di una guerra tradizionale (400,000 soltanto in Cina in un anno) e il “paradosso dell’ (in)felicità” nei paesi sviluppati (crisi delle relazioni, aumento esponenziale del consumo di antidepressivi, ecc.) cui certo la precarizzazione del lavoro e la società “liquida”, come dimostrano molti studi scientifici, ha contribuito in maniera non piccola. Le guerre silenziose sono le più insidiose perché, mentre vediamo amici e conoscenti scivolare nella depressione o siamo sempre più circondati da persone che si ammalano gravemente, facciamo fatica ad individuare il nemico da combattere.

Per lottare contro questo mostro a tre teste dobbiamo creare valore economico in maniera ecologicamente e socialmente sostenibile e le future politiche commerciali non possono che essere funzionali a questo grande disegno.

L’obiettivo si può raggiungere, partendo da un quadro di apertura internazionale degli scambi, con un mix di regole e di incentivi in grado di stimolare una maggiore responsabilità sociale ed ambientale delle imprese.

Tra le regole è assolutamente necessario rinforzare le clausole di salvaguardia ambientale che devono essere un limite al libero scambio. La critica che in questo modo si favoriscono alcuni paesi piuttosto che altri va rimandata al mittente. L’ambiente (per disgrazia degli inquinatori) è un bene pubblico non solo globale ma anche locale. Ovvero i guasti dell’inquinamento ricadono in primo luogo sugli inquinatori e le vicende delle Olimpiadi di Pechino stanno a testimoniarlo (la Cina è uno dei maggiori inquinatori mondiali e anche il paese che ne paga le massime conseguenze in termini di perdite di vite umane). Standard ambientali più severi, senza il rispetto dei quali è possibile bloccare le merci oltre confine, sono da questo punto di vista una tutela per la persona nei paesi di destinazione e in quelli di origine.

Le clausole di salvaguardia sociale sono le più delicate perché non possiamo negare che esse possano essere utilizzate strumentalmente contro un paese emergente nel quale il costo del lavoro è fisiologicamente più basso quando si parte da condizioni di maggiore povertà. Da questo punto di vista, al di là di clausole relative a soglie minime di tutela valide in tutti paesi e a partire da tutte le condizioni economiche di partenza, la politica deve aiutare il mercato a sviluppare i giusti anticorpi. Rendendo obbligatorio e visibile sui prodotti ad esempio il rating sociale delle imprese e rendendo in questo modo più potente ed efficace il “voto con il portafoglio” dei cittadini. Sebbene il rating non vada oggi molto di moda non si vede perché quello finanziario sarebbe praticabile e quello sociale no. Con gli opportuni accorgimenti in grado di evitare conflitti d’interesse la misura trasformerebbe da virtuale a reale la disponibilità a pagare per il valore sociale dei prodotti dei consumatori già misurata da numerose verifiche empiriche. Una disponibilità che nasce da un interesse lungimirante che comprende i nessi tra precarietà nei paesi ricchi e povertà nei paesi poveri cui abbiamo accennato in principio. Anche in questo caso non si discriminerebbe alcun paese rispetto ad un altro ma si creerebbero incentivi in modo tale da ridurre i costi ed aumentare i benefici delle scelte di responsabilità sociale delle imprese.   

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