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La vita umana, le attività dell’uomo e il dramma nel quale ogni giorno si gioca e si decide l’umana libertà, avvengono su quel palcoscenico che è il mondo. Esso, in quanto uscito dalle mani di Dio, è buono e bello (“e Dio vide che era cosa buona”, Gn 1,9.12.18.21.25; “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”, Gn 1,31).

L’azione dell’uomo nel mondo non può essere quindi che rispetto ed incremento di tutto ciò che è buono/bello. L’entusiasmo con cui la bellezza e la bontà delle cose create viene affermata ne implica il rispetto, mentre l’insistenza sull’ordine che regna nel creato ne esige la conservazione.

Sarebbe forse eccessivo parlare di un esplicito interesse ecologico nella Bibbia, almeno nell’accezione nella quale noi oggi comunemente lo intendiamo; anche se non si può negare l’esistenza di testi che mostrano una genuina sensibilità a questo riguardo. Tuttavia, è comunque importante notare che il rispetto, la salvaguardia del mondo, non sono che il versante minimale di uno spazio di attivazione che è aperto all’uomo perché egli vi esplichi la propria creatività.

In tal modo, il mondo può assumere quel dinamismo che ne costituisce il significato e il destino. La creazione, per usare uno slogan felice, non è solo ex nihilo, dal nulla, ma anche contra nihilum, cioè contro il nulla e l’inconsistenza delle cose. È qualche cosa di più della tesi classica della creatio continua o della creazione come perfectum praesens. Il peccato, come forza di negatività, si manifesta anche in questo: che l’uomo ha la tremenda possibilità di interrompere e rovesciare il dinamismo evolutivo che è insito nella realtà a partire dall’atto creatore di Dio. E il rischio non teorico che la creazione venga sottoposta alla vanità (Rm 8,20), cioè vanificata, annientata.

Anche la creazione partecipa dunque direttamente alle decisioni esistenziali dell’uomo, alla sua azione per promuovere tutto ciò che è positivo e per contrastare ogni forza distruttiva. Non si tratta soltanto di una difesa statica dell’universo, ma di un dinamismo volto a superare lo status quo perché il mondo si apra alla creatività e, con ciò stesso, trovi la propria realizzazione.

Negazione ecologica non è soltanto un deturpare antiestetico le bellezze del creato, un rendere meno ridente o attraente il cosmo: è anche sottrarre all’uomo la possibilità di un incontro sereno e comunicativo (anche in proiezione trascendente) con il reale; è sottrarre al reale stesso la propria possibilità di continuo perfezionamento, cui è chiamato per l’opera della creazione e richiamato per l’opera della redenzione.

Per questa sua valenza liberatrice e promotrice, la creatività dell’uomo è legata, nella visione biblica, alla benedizione divina (Gn 1,28). Come campo semantico il concetto di benedizione è affine a quello di pace. In questo senso esso indica la costante azione di Dio nei confronti dell’uomo per la sua salvezza, mentre pace connota lo stato, la condizione della salvezza. La benedizione inserisce quindi fin dal momento della creazione dell’uomo (e correlativamente del mondo) un dinamismo e un orientamento che trovano nella sua parola (“e Dio disse…”) l’indicazione progettuale, e nella sua azione (“Dio li benedisse…”) una forza propulsiva di realizzazione.

 L’azione sociale dei cristiani, al servizio della quale si pone la Dottrina sociale della Chiesa, sarà una risorsa per tutta la società nella misura in cui saprà rivelare come la benedizione del Creatore sia la verità di tutti gli ambiti della esistenza umana.

Ora, come ha ricordato il cardinale Scola (citando a sua volta un classico di de Lubac), la Dottrina sociale della Chiesa ha il compito di mostrare le implicazioni a livello non solo antropologico, ma anche cosmologico e sociale dei misteri della vita cristiana. In questo senso, gli sviluppi delle implicazioni cosmologiche presenti nei sacramenti – acqua, pane, olio, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, assunti e trasformati dall’opera dello Spirito Santo – conducono a considerare l’ambiente e il creato come realtà vissute dall’interno e non di fronte all’esperienza umana elementare e come vie per le quali si compie il destino dell’uomo, singolo e comunità. In quest’ottica Giovanni Paolo II ha potuto parlare dell’ambiente come casa e dell’ambiente come risorsa.

Da ciò si evince che gli uomini hanno degli obblighi concreti nei confronti della sfera ecologica. Avere cura del significato e del valore che Dio ha voluto per le sue creature, significa trattarle come doni di Dio ed usarle per glorificare Dio e soddisfare i bisogni e gli autentici desideri umani.


Il presente articolo è un sunto estratto dal quinto capitolo del nuovo libro di F. Felice – P. Asolan, Appunti di dottrina sociale della Chiesa. I cantieri aperti della pastorale sociale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008.

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