Alla riforma dell’Istruzione voluta dal ministro Gelmini si è aggiunto in questo mese di giugno un altro tassello: il Consiglio dei ministri ha approvato i regolamenti attuativi della riforma per l’istruzione liceale. I mezzi di comunicazione hanno evidenziato l’aumento del numero degli indirizzi, che passa da tre a sei, ma restano alcune perplessità abbastanza consistenti.

La matematica: ruolo strategico o marginalità?

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 Talvolta muovere l’esame di un particolare aiuta a cogliere meglio una prospettiva generale. Presenterò dunque alcuni interrogativi muovendo dalla considerazione della sorte riservata dalla riforma Gelmini a quella specifica disciplina che è la matematica. Il suo ruolo, del resto, è strategico, per l’educazione al rigore del ragionamento ed alla soluzione di problemi; soprattutto, poi, in una società profondamente segnata dalla scienza, essa è linguaggio imprescindibile per comprendere e padroneggiare una grande varietà di saperi – da quelli scientifici, a quelli legati alle diverse tecniche, fino a quelli socio-economici. Ne dà testimonianza, del resto, anche l’investimento in formazione matematica effettuato negli ultimi decenni da numerosi paesi “emergenti”.

 La visione che caratterizza i quadri orari dei licei “riformati” è purtroppo diversa: qui solo il Liceo Scientifico ha un orario adeguato ad una solida didattica della matematica (5 ore settimanali nel primo biennio e 4 nel triennio successivo). Per gli altri invece le ore sono poco più della metà: 3 ore nel biennio e 2 nel triennio (solo al linguistico 1 ora a settimana in più al III e IV anno, ma con un orario decisamente modesto per le scienze sperimentali). È un monte ore appena superiore a quello del liceo classico disegnato nella prima metà del secolo scorso dalla riforma Gentile (2 ore per tutti gli anni, salvo il III, che ne prevedeva 3); chi lo ha frequentato, sa bene quanto scarna fosse la formazione matematica offerta al suo interno e quanto marginale il ruolo della disciplina. Certo, molti sono usciti dal classico per frequentare facoltà tecniche o scientifiche, ma solo grazie ad interessi personali, che esorbitavano da un profilo formativo centrato su un prezioso sapere umanistico, in cui l’area scientifico-matematica era secondaria.

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Gli “elementi di informatica”: risorsa o problema?

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 Ci si può chiedere se ci si possa permettere oggi il lusso di riproporre – in 5 indirizzi liceali su 6 – un simile quadro di riferimento. Va inoltre considerato che – a differenza che nel Classico gentiliano – gli orari dei nuovi licei prevedono l’insegnamento della matematica con “elementi di informatica”. Non sappiamo quanto limitati essi debbano essere nel pensiero degli estensori della riforma; certo, però, le relative attività di laboratorio esigono tempo, che va ulteriormente a ridurre quello disponibile per la matematica stricto sensu. La scarsità di ore rischia, dunque, di fare dell’informatica non un’opportunità preziosa per la didattica della matematica ma un aggravio.

 Non sono mere ipotesi: chi scrive ha insegnato per anni in una sperimentazione PNI (Piano Nazionale per l’Informatica) e sa bene che la valorizzazione delle preziose opportunità offerte dal PC per l’apprendimento esige tempo. Non a caso il relativo orario – proposto dal Ministero ed adottato in quest’ultimo decennio da un gran numero di istituti – prevedeva 4 ore nel biennio e 3 nel triennio: una disponibilità che ha consentito di integrare l’uso dello strumento informatico in una seria didattica della matematica. Ciò ha permesso di introdurre alla finezza del linguaggio matematico studenti orientati in primo luogo alla cultura umanistica; molti di essi, affascinati da quanto scoperto, hanno poi proseguito il loro percorso di studi in facoltà tecniche o scientifiche, anche con risultati di eccellenza. Crediamo che l’intreccio di saperi realizzatosi in tale percorso sia stato uno dei frutti migliori delle sperimentazioni che hanno caratterizzato la scuola in questi anni e che meritavano miglior valorizzazione da parte del legislatore: un guadagno per la formazione degli studenti, come per il sistema-paese.

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La fine di un’esperienza

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 Purtroppo la riforma dei licei determina la fine di tale esperienza: un taglio orario di circa il 30% costringerà a limitare l’insegnamento a poche nozioni base ed all’uso di tecniche elementari. Non sarà possibile costruire quella robusta formazione matematica, che consente di affrontare serenamente le facoltà scientifiche (e non solo quelle). La struttura liceale disegnata dalla riforma pone già a 13 anni lo studente con interessi scientifici di fronte ad un’unica opzione: quella del liceo scientifico; l’alternativa è accontentarsi di poche nozioni base, inadeguate a diversi percorsi universitari, ma soprattutto ad un contesto sociale profondamente segnato da scienza e tecnica.

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Un sapere parcellizzato

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 Mi pare che quanto indicato per la matematica evidenzi in realtà un dato più ampio: la varietà di specializzazioni liceali, ognuna sviluppata in orari decisamente limitati (27 settimanali nel biennio, poco più di 30 nel triennio), determina per ognuno di essi profili culturali decisamente ristretti. Solo la specifica area caratterizzante potrà essere effettivamente approfondita, ma al prezzo di un’attenzione scarsa per gli altri saperi – a maggior ragione in presenza di quell’alto numero di studenti per classe, cui orienta la stessa riforma Gelmini. Non basteranno certo le integrazioni affidate alle ore opzionali (attivabili di anno in anno sulla base delle richieste delle famiglie e della limitata disponibilità di risorse da parte delle scuole): strumenti fragile, non in grado di ovviare alle gravi lacune culturali sistemiche suindicate.

 Si disegna un modello non in grado di fornire allo studente quegli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, che dovrebbero caratterizzare una prospettiva liceale. Piuttosto esso orienta alla formazione di figure specialistiche dotate di micro-saperi, settoriali e poco comunicanti, quasi che non di licei si trattasse, ma di istituti tecnici (tecnici delle scienze umane, di quelle naturali, della musica ed anche, paradossalmente, dei saperi classici…). Un modello inadeguato rispetto allo stesso sistema economico, che sempre più domanda figure dotate di flessibilità e creatività, con competenze ad ampio spettro.

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Scelte negate

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 Se le perplessità fin qui esplicitate interessano i profili culturali, altre interessano le modalità di entrata in vigore della riforma: l’avvio è per 2010-2011, ma interesserà anche gli studenti già iscritti alle classi iniziali per il 2009-2010. Vengono così vanificate le scelte di tante famiglie che, dopo aver iscritto il proprio figlio ad una scuola con un determinato curriculum, lo vedranno stravolto già a partire dal II anno. Verrebbe pure vanificato il lavoro di orientamento svolto da tante scuole: dopo aver presentato un preciso percorso scolastico agli iscrivendi, dovranno riconoscere che ciò che essi faranno sarà profondamente differente. È una prospettiva che incrina drammaticamente quel rapporto di fiducia tra istituzione scolastica e famiglie che fonda ogni alleanza educativa e favorisce la disaffezione degli studenti dall’impegno scolastico. Forse un ripensamento sarebbe opportuno…

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rnIl profilo liceale che emerge dalla riforma appare assai peggiorativo, né in grado di ovviare ai pur reali problemi che caratterizzano la forma scolastica attuale, ma solo di indebolirne importanti elementi positivi.
Eppure la posta è alta: in gioco è la possibilità di mantenere un serio sistema formativo per un paese che vive una fase di cambiamento, in un contesto caratterizzato da complessità crescente. Solo i soggetti ed i paesi che nei prossimi anni sapranno presentarsi con profili culturali efficaci e dinamici – integrando efficacemente saperi scientifico-matematici e umanistici – potranno far fronte alle veloci trasformazioni socio-economiche di questi anni. Occorre, però, investire risorse ed energie nell’educazione, sull’esempio della nuova amministrazione USA; ridurle, stravolgendo percorsi che in questi anni hanno offerto competenze e conoscenze agli studenti, significa porre un’insostenibile ipoteca sul futuro.

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