Ciò che più colpisce nei commenti ai drammatici eventi della crisi greca e dell’euro è la memoria corta. Sembra quasi che invece di comporre un ragionamento articolato si proceda per riflessi pavloviani. L’indice è adesso puntato sugli stati sovrani e sulla debolezza dei loro bilanci pubblici: rapporti debito/PIL in crescita in tutti i principali paesi ad alto reddito che rischiano di convergere verso i livelli italiani e rapporti deficit/PIL che superano di gran lunga i vecchi parametri di Mastricht. 

Nessuno sembra ricordare che, ad eccezion fatta del casus belli della Grecia e della sua contabilità truccata, la causa di quest’accelerazione negativa nelle finanze pubbliche è stata la crisi finanziaria mondiale. Ricapitolando, le grandi banche d’affari internazionali assumono rischi enormi indebitandosi a breve e arrivando a rapporti tra debito e capitale proprio di 31 a 1 (il caso Lehman Brothers); le agenzie di rating non valutano correttamente il rischio contenuto nei derivati legati ai mutui subprime e continuano a dare patenti di massima affidabilità ai titoli emessi da quelle banche d’affari. Il sistema salta col crollo della bolla dei prezzi delle case negli Stati Uniti e l’enorme massa di derivati non regolamentati, di cui improvvisamente non si riesce più a calcolare il valore, fa da detonatore scatenando una crisi drammatica degli intermediari finanziari (e dell’economia reale) per la cui soluzione devono mobilitarsi le banche centrali e gli stati nazionali. Gli stati nazionali intervengono prontamente salvando le banche con i soldi dei contribuenti e dunque, inevitabilmente, peggiorando la situazione della loro finanza pubblica. Le istituzioni finanziarie salvate utilizzano le nuove munizioni proprio per mettere a nudo le debolezze delle finanze degli stati nazionali. Insomma i salvatori si svenano indebolendosi per effettuare il salvataggio degli intermediari in difficoltà con i soldi dei contribuenti e questi utilizzano le nuove munizioni per approfittare della debolezza di chi è venuto loro in soccorso (ponendo le condizioni per ulteriori sacrifici dei contribuenti).

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Forse sarà chiaro a questo punto perché in tre autorevoli ambiti istituzionali (Fondo Monetario Internazionale, amministrazione USA e UE) siano attualmente al vaglio tre proposte di tassazione degli intermediari finanziari. E’ assolutamente sacrosanto che gli stati nazionali, ora che la salute dei “salvati” sembra essere migliorata, facciano pagare loro il conto per evitare un doppio salasso sui contribuenti.
Se la crisi greca ci insegna da un lato che bisogna sicuramente osservare le regole di disciplina fiscale e di trasparenza della finanza pubblica, essa suggerisce anche a chi non ha la memoria corta che, mai come oggi, il timone deve essere diretto verso quelle riforme dei mercati finanziari più che mai urgenti. E’ necessario intervenire al più presto per riportare in equilibrio il rapporto tra economia e finanza. Bisogna regolamentare i mercati dei derivati, riformare il mercato oligopolistico delle società di rating, porre tetti sulla leva degli intermediari finanziari non bancari, controllando in maniera più stretta i mercati. Paradossale invece sarebbe se con la riforma delle regole di Basilea si rendesse più difficile l’accesso ai prestiti bancari per le piccole e medie imprese e la possibilità di far credito alle imprese da parte della banche che svolgono tradizionale attività creditizia che nessuna responsabilità hanno della crisi e mai e poi mai avrebbero potuto scatenare una crisi finanziaria globale.
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